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Quando succedono queste tragedie è come se ci arrivasse un pugno nello stomaco e ognuno di noi pensa ai propri figli, alle mogli, alle madri. Io sono un collega di Loris e su quella stessa passerella dove lui è morto c’ero io, qualche giorno prima. Lì dentro siamo tutti potenziali vittime, giochiamo alla roulette russa e siamo stanchi. Io sono vivo per fatalità. Sono stato solo fortunato, ma dal giorno di quella tragedia, all’ennesima che colpisce un lavoratore dell’appalto Ilva, non faccio che pensare ai figli di Loris e alla mia bambina. Poi mi fa male sentire sempre la stessa cosa. È colpa degli operai che non si ribellano, parlano per dar fiato alla bocca. Qui siamo tutti paralizzati dalla crisi di lavoro che c’è nella nostra terra e sono convinto che tutti sarebbero pronti a cambiare se ci fosse un’altra possibilità. Io sono Rsu della Philcamps e tutti i giorni sono costretto a denunciare lo stato di abbandono di quella fabbrica. Ci tengo a dire che quell’area dove è morto Loris non era interdetta. Loris stava facendo solo il suo lavoro su una passerella che, come denunciamo da tempo, è come tutto il resto degli impianti, senza manutenzione ordinaria e straordinaria. La morte di Loris è figlia di inadempienza, di mille denunce rimaste inascoltate. E chi strumentalizza la morte di un operaio per fare propaganda forse non sa cosa significa indossare una tuta e un casco. Io ero su una passerella come quella dell’agglomerato in cui è morto Loris solo l’altro ieri. Sono un miracolato, ma non si può lavorare così. Io sogno solo di lavorare senza paura
Questa è la testimonianza di un collega di Loris Costantino, 36 anni, operaio dell’appalto del siderurgico, dipendente della ditta di pulizie Gea Power, morto sul lavoro il 2 marzo scorso dopo essere caduto da un’altezza di dieci metri in seguito al cedimento di una passerella del Reparto Agglomerato.



























