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Le modifiche al decreto lavoro non s’hanno da fare. Lo sostengono e lo chiedono la Cgil e il Nidil, la categoria sindacale che tutela i lavoratori atipici, dopo la presentazione da parte della maggioranza degli emendamenti al decreto legge 62/2026 (cosiddetto decreto 1° Maggio), nell’iter di conversione parlamentare. Il provvedimento, all’esame oggi (8 giugno) in commissione lavoro alla Camera, approderà domani in Aula e il governo intende porre la fiducia: in pratica prendere o lasciare in blocco, senza discussione, senza contraddittorio.
Una corsa contro il tempo, al solito, per trasformare in legge dello Stato una norma che è stata reclamizzata come a favore dei lavoratori. Ma che con i correttivi che si stanno apportando, le condizioni dei lavoratori le peggiora ulteriormente.
Porta spalancata ai contratti pirata
Vediamo perché. Partiamo dall’emendamento che legittima i contratti pirata. “Al contrario di quanto propagandato, si mettono sullo stesso piano, rendendoli equivalenti e non distinguibili, retribuzione e welfare contrattuale – afferma Maurizio Landini, segretario generale della Cgil -. Una novità assoluta dal punto di vista legislativo che costituisce un ulteriore tentativo di mortificare il diritto dei lavoratori di decidere sulla propria rappresentanza e sui contratti collettivi di lavoro che vengono loro applicati”.
In pratica, l’emendamento interviene sulle regole del sistema contrattuale, sottraendo alle parti sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative il compito di definire il trattamento economico complessivo. Questo indebolisce la contrattazione e favorisce il dumping contrattuale.
Altro che salario minimo!
“L’intervento sul trattamento economico complessivo e su altre norme contenute nel decreto - aggiunge Landini - rischia di rendere strutturale il sotto-salario a favore dell’abbattimento dei costi per le imprese scorrette. Chiediamo quindi al governo di non procedere su materie destinate all’autonomia delle parti. E di intervenire a sostegno della contrattazione collettiva, recependo gli accordi interconfederali sulla rappresentanza e con l’introduzione di un salario orario minimo per contrastare il fenomeno della povertà lavorativa nei settori più fragili.
Solo per i rider
Non basta. Altri emendamenti in discussione riguardano il lavoro su piattaforma digitale. Uno dei tre commi proposti dalla maggioranza riduce la portata della norma: non si applicherebbe a tutti i settori del platform work, ma solo ed esclusivamente alla consegna del food delivery.
“Quindi le novità che di fatto potevano riguardare un ampio numero di lavoratori, verranno ristrette solo ai rider – fa notare Andrea Borghesi, segretario generale Nidil Cgil -. Poi ci sono altri due emendamenti che indeboliscono la presunzione legale di subordinazione sempre per questi lavoratori e la rendono non applicabile a procedimenti che riguardano questioni penali, tributarie e di sicurezza sociale”.
Presunzione di subordinazione
La presunzione legale di subordinazione è uno strumento normativo che durante un procedimento giudiziario qualifica automaticamente i rider come dipendenti, sollevando il lavoratore dall'onere di provare il vincolo. La direttiva europea sui lavoratori della gig economy, a cui le legge italiana si starebbe adeguando, stabilisce la presunzione legale di subordinazione quando il controllo della piattaforma sull'esecuzione dell'attività presenta almeno due dei cinque indicatori previsti: potere direttivo, orario predeterminato, inserimento nella struttura organizzativa dell’azienda, assenza di rischio imprenditoriale, retribuzione imposta. Secondo la disciplina europea, spetta all'azienda l'onere di dimostrare la reale autonomia del lavoratore.
Nella modifica proposta, la parola “indici” ovvero criteri viene sostituita con la parola “fatti”. Questo rende più difficile portare in tribunale la presunzione di subordinazione: i fatti non li puoi presumere, ma li devi dimostrare, presentare.
“In questo modo la presunzione legale di subordinazione è indebolita, annacquata – afferma Borghesi -. Si tratta di una presunzione legale relativa, certo un primo passo utile, che però così risulterebbe più debole. Poi c’è un altro comma in cui si dice che la presunzione legale non si applica ai procedimenti tributari, penali e di sicurezza sociale. Un dispositivo di cui non sono ancora ben chiare la portata e le conseguenze”.
Lontani dalla direttiva
In pratica si tratta di emendamenti che allontanano ancora di più la legge italiana dalla direttiva europea sul lavoro su piattaforma, che va recepita entro novembre di quest’anno. “Non è chiaro se e quali effetti queste norme avranno sui procedimenti giudiziari in corso, nei quali alcune piattaforme digitali sono accusate di caporalato – spiega il Nidil in una nota -. Se fossero approvati questi emendamenti si renderebbero inefficaci norme già largamente insufficienti a migliorare realmente la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici delle piattaforme digitali, come i rider".
Somministrati più a lungo
Un capitolo a parte, o meglio una nuova norma, riguarda i somministrati. Anche in questo caso l’emendamento è peggiorativo, perché anziché puntare sulla stabilizzazione di lavoratori che sono precari, ne precarizza ancora di più la condizione.
L’emendamento allarga ulteriormente le maglie per l'uso dei somministrati in caso di assunzione del lavoratore a tempo indeterminato con le agenzie: si allungano i periodi di utilizzo a 36 mesi, dai 24 attuali e non si considerano periodi precedenti se lavorati con contratti a termine.
“Inoltre, in questi casi non c'è bisogno di causali né c'è alcun limite percentuale di utilizzo per l'impresa utilizzatrice – conclude Borghesi -. Ancora una volta non si danno diritti alla continuità occupazionale a partire dal diritto di precedenza mentre invece si allarga ulteriormente l'uso di lavoro precario nelle aziende utilizzatrici".






















