“Non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma a una trasformazione profonda del nostro sistema produttivo. E senza una strategia industriale rischiamo di subirla, perdendo progressivamente capacità produttiva, lavoro di qualità e autonomia economica”. È con queste parole che il segretario confederale Cgil Gino Giove presenta l’iniziativa di oggi (giovedì 23 aprile) a Roma chiamata “Il ruolo del lavoro. Per nuove e sostenibili politiche industriali”. L’appuntamento è al Teatro Italia (in via Bari 20), a partire dalle ore 10.

L’iniziativa si tiene nell’ambito dell’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell’industria. Ad aprire i lavori è appunto la relazione introduttiva di Giove, cui seguono gli interventi di delegate, delegati e strutture sindacali. I lavori si concludono con un’intervista-confronto tra il segretario generale Cgil Maurizio Landini e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini.

L’industria italiana non riesce a uscire da una crisi che si protrae ormai da tre anni. Quali sono gli elementi di maggiore preoccupazione?

Il primo elemento è che non siamo di fronte a una crisi ciclica, ma a una crisi strutturale del sistema produttivo. Se fosse una fase congiunturale negativa, potremmo aspettarci una ripresa della domanda o qualche aggiustamento di mercato. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo è il risultato di almeno trent’anni di progressivo smantellamento di una vera politica industriale.

Cos’è successo allora in tutti questi anni?

In quest’arco di tempo si è affermata l’idea che lo sviluppo potesse essere lasciato alle sole dinamiche del mercato. Il ruolo dello Stato è stato ridimensionato e le politiche industriali sono state ridotte, nella migliore delle ipotesi, a una distribuzione di incentivi spesso privi di strategia. Oggi ne paghiamo il prezzo: bassa crescita, produttività stagnante, investimenti insufficienti in ricerca e innovazione e un sistema produttivo sempre più frammentato.

Un dato evidente è l’aumento delle crisi industriali.

È sicuramente il dato più preoccupante, perché registriamo un incremento delle crisi industriali che riguardano settori strategici. Non stiamo parlando di singole aziende in difficoltà, ma di intere filiere che s’indeboliscono. Dalla siderurgia alla chimica di base, dall’automotive al tessile, assistiamo a un processo che ha tutte le caratteristiche di una progressiva deindustrializzazione.

La deindustrializzazione, in concreto, cosa comporta?

Significa perdita di lavoro stabile e qualificato, sostituito – quando va bene – da occupazione precaria e a basso salario. Significa territori che si svuotano di attività produttive e comunità che s’impoveriscono. In alcune aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, questo processo ha assunto dimensioni drammatiche.

Il contesto internazionale che ruolo assume?

È tutto profondamente cambiato, la globalizzazione che conoscevamo non esiste più. Sono tornate politiche protezionistiche, si sono accorciate le catene del valore, le grandi economie stanno investendo massicciamente per rafforzare le proprie industrie. Stati Uniti, Cina ed Europa stanno riscoprendo il ruolo della politica industriale, mentre l’Italia continua a muoversi senza una direzione chiara.

Nel settore dell’energia, ad esempio, non sembra esserci una direzione definita.

Il costo dell’energia è un elemento che pesa in modo particolare. Le imprese italiane partono già da una condizione di svantaggio competitivo rispetto ai principali concorrenti europei. Questo colpisce soprattutto i settori energivori, che sono anche quelli più strategici. E le scelte del governo non intervengono sulle cause strutturali di questo svantaggio, a partire dall’eccessiva dipendenza da fonti fossili, continuando a intervenire in modo emergenziale, aggravando così ulteriormente la situazione.

Passiamo al grande tema delle tre transizioni: digitale, ambientale e demografica. A che punto siamo in Italia?

Il nostro Paese si trova in una posizione contraddittoria. Da un lato parte da una base industriale ancora importante, visto che siamo la seconda manifattura d’Europa, dall’altro sconta ritardi significativi proprio nei fattori che oggi determinano la competitività: innovazione, energia e infrastrutture. Le tre transizioni in corso stanno ridefinendo completamente il modo di produrre e di lavorare. Il punto politico è molto chiaro: queste trasformazioni si governano o si subiscono. E oggi l’Italia rischia più di subirle che di guidarle.

Iniziamo dalla transizione digitale: cosa manca attualmente al nostro Paese?

Il problema principale è la mancanza di una regia pubblica forte. Le tecnologie stanno cambiando rapidamente: intelligenza artificiale, robotica, digitalizzazione dei processi produttivi. Le imprese che investono in queste tecnologie aumentano produttività e capacità competitiva, quelle che restano indietro rischiano di uscire dalle catene globali del valore.

Il Pnrr non ci ha aiutati?

In Italia abbiamo fatto alcuni passi avanti grazie al Piano, ma restano ritardi evidenti, soprattutto nelle infrastrutture digitali e nel trasferimento tecnologico verso le imprese. Inoltre, la logica con cui si è sviluppata la rete, ossia affidata in larga parte al mercato, ha prodotto squilibri territoriali profondi, lasciando indietro proprio le aree che avrebbero più bisogno di connessione.

Sul fronte della transizione energetica, proprio in virtù di quanto detto prima, la situazione appare ancora più critica.

Il nostro Paese paga da anni un differenziale di costo dell’energia rispetto ai principali concorrenti europei. Questo è un problema strutturale che incide direttamente sulla competitività industriale. Eppure, le scelte fatte finora non vanno nella direzione giusta: si continua a puntare sulle fonti fossili, s’interviene in modo emergenziale sui prezzi e si utilizzano risorse, come quelle dell’Ets (ndr. Emissions trading system, ossia il sistema europeo di scambio di quote di emissione per ridurre l’anidride carbonica), che dovrebbero essere destinate alla transizione.

Qual è l’esito di tutto questo?

Il risultato è un rischio molto concreto: che la transizione energetica, invece di essere un’occasione di sviluppo, diventi un fattore di deindustrializzazione. Se non accompagniamo le imprese e i lavoratori con investimenti, innovazione e politiche industriali, alcune produzioni rischiano semplicemente di spostarsi altrove.

Infine, c’è una terza transizione spesso sottovalutata: quella demografica.

Sottovalutata, ma non meno preoccupante. L’Italia è un Paese che invecchia, perde giovani qualificati e fatica ad attrarre nuova forza lavoro. Questo ha un impatto diretto sulla capacità produttiva e sulla sostenibilità del sistema industriale.

Per chiudere sulle tre transizioni: un giudizio complessivo?

Siamo dentro le transizioni, ma senza una strategia adeguata. E questo è il vero problema. Perché in una fase come questa non basta adattarsi: bisogna scegliere dove stare, quali filiere difendere e sviluppare, quale modello di sviluppo costruire. Senza queste scelte, il rischio è di essere marginalizzati nelle nuove catene del valore globali.

Veniamo all’iniziativa di oggi. All’assemblea nazionale interviene anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. Cosa dovrebbero fare le imprese?

Le imprese hanno una responsabilità fondamentale in questa fase, ma bisogna essere chiari: da sole non possono invertire un processo di deindustrializzazione che ha radici sistemiche. Serve un vero confronto tra lavoro, impresa e pubblico. Detto questo, ci sono alcune scelte che il sistema delle imprese dovrebbe compiere con maggiore determinazione.

Qual è il primo tema da affrontare?

Decisamente gli investimenti. L’Italia continua a investire meno dei principali Paesi europei in ricerca, innovazione e tecnologie. Questo è un limite che pesa sulla produttività e sulla capacità di competere. Le imprese devono tornare a investire non solo per ridurre i costi, ma per innovare prodotti, processi e modelli organizzativi.

Un elemento richiamato da più parti è quello del nostro “nanismo imprenditoriale”...

La dimensione d’impresa è una questione di grande rilevanza. Il nostro sistema produttivo è caratterizzato da una forte frammentazione. Questo è stato un punto di forza in alcune fasi, ma oggi rappresenta un limite, soprattutto in un contesto globale in cui servono massa critica, capacità finanziaria e presenza sui mercati internazionali.

In questa disamina il lavoro che posto occupa?

Va detto chiaramente: non esiste politica industriale senza lavoro di qualità. Le imprese devono uscire da una logica che vede il lavoro come un costo da comprimere. Al contrario: salari, competenze e stabilità occupazionale sono fattori di competitività. Senza lavoro qualificato non c’è innovazione.

Tornando strettamente alle imprese, la Cgil da tempo chiede d’intervenire anche sul loro rapporto con le risorse pubbliche.

Questo è un punto decisivo. Negli ultimi anni le imprese hanno beneficiato di ingenti incentivi senza alcun tipo di condizionalità. Chi riceve risorse pubbliche deve assumersi responsabilità precise: investire, innovare, mantenere la produzione nel Paese, garantire occupazione di qualità. Non è più accettabile che si prendano incentivi e poi si delocalizzi.

Al presidente Orsini, allora, cosa bisognerebbe dire?

Le imprese devono accettare una sfida più ampia: quella di partecipare alla costruzione di una strategia industriale nazionale. Non si tratta solo di difendere interessi di breve periodo, ma di contribuire a definire il futuro del sistema produttivo del Paese. Perché il punto è molto semplice: o si costruisce un progetto condiviso di rilancio industriale, oppure ciascuno continuerà a muoversi da solo, e il risultato sarà un progressivo indebolimento complessivo.

Veniamo alle proposte della Cgil. Da tempo la Confederazione chiede un piano industriale nazionale: quali sono i provvedimenti più urgenti?

La richiesta di un piano industriale nazionale nasce da una constatazione semplice: senza una strategia pubblica non esiste sviluppo industriale duraturo. E oggi l’Italia è uno dei pochi grandi Paesi europei a non avere una vera politica industriale. I provvedimenti urgenti sono diversi, ma possono essere ricondotti a quattro grandi direttrici.

Qual è la prima?

È il ritorno di un ruolo attivo dello Stato nell’economia. Questo significa dotarsi di strumenti concreti, a partire da un fondo sovrano pubblico capace di intervenire negli investimenti strategici, nelle crisi industriali e nei processi di riconversione. Non per sostituirsi alle imprese, ma per orientare le scelte e difendere l’interesse nazionale.

E la seconda?

È la costruzione di una governance efficace. Oggi le politiche industriali sono frammentate tra diversi livelli istituzionali. Serve un’Agenzia nazionale per lo sviluppo industriale che coordini interventi, monitori le filiere e intervenga in modo tempestivo nelle crisi.

Prima si parlava delle crisi industriali di settore. Non sarebbe necessario intervenire direttamente proprio su queste?

La terza direttrice, infatti, riguarda proprio le politiche di filiera. Non possiamo più affrontare le crisi caso per caso. Dobbiamo individuare e difendere le produzioni strategiche: siderurgia, chimica, automotive, energia, telecomunicazioni, logistica. Perché quando si perde una di queste filiere, si perde un pezzo di autonomia industriale.

Cosa propone la Cgil riguardo i temi del lavoro e della conoscenza?

Senza investimenti in ricerca, innovazione e formazione non si aumenta la produttività. Per questo serve rafforzare la ricerca pubblica, costruire un sistema efficace di trasferimento tecnologico e introdurre un vero diritto alla formazione continua per i lavoratori. Accanto a questo, è indispensabile costruire nuovi strumenti di protezione sociale. Le transizioni industriali producono inevitabilmente cambiamenti occupazionali. Per questo proponiamo un ammortizzatore sociale per la transizione, che accompagni i lavoratori nei processi di riconversione e riqualificazione.

Per concludere: come definire, dunque, il “piano industriale nazionale” da voi offerto al dibattito pubblico?

Il piano industriale nazionale che proponiamo non è un elenco di misure, ma un cambio di paradigma. Significa tornare a governare lo sviluppo, mettere al centro il lavoro di qualità e costruire una strategia capace di tenere insieme crescita economica, sostenibilità e coesione sociale. Perché senza industria non c’è futuro per il lavoro, ma senza lavoro di qualità non esiste una vera politica industriale.

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