Le malattie professionali aumentano, ma continuano a restare in parte sommerse. È questo l’allarme lanciato da Cgil Lombardia nel seminario organizzato alla Camera del Lavoro Metropolitana di Milano: il lavoro continua a far ammalare, ma il danno da lavoro troppo spesso non riesce a emergere fino in fondo, o non viene riconosciuto.

I numeri spiegano bene il problema. Nel 2024 in Lombardia le denunce di malattia professionale sono state 4.270, contro le 3.799 del 2023. Ma i casi riconosciuti si fermano a 1.828, pari al 42,81% del totale, mentre quelli con esito negativo sono 2.432, il 56,96%. A rendere il quadro ancora più critico è la forte disomogeneità territoriale: tra i casi denunciati, la quota di definizioni positive passa dal 57,1% di Lecco al 27,0% di Cremona. Cresce dunque il fenomeno, ma il sistema continua a lasciarne fuori una parte troppo ampia.

Il punto: far emergere il danno da lavoro

A mettere a fuoco il nodo politico della giornata è Giulio Fossati, segretario confederale di Cgil Lombardia con delega a salute e sicurezza sul lavoro. Le malattie professionali, sostiene, sono una delle emergenze più sottovalutate del lavoro contemporaneo. Non solo perché aumentano, ma perché restano spesso invisibili: quando non vengono denunciate, quando non vengono riconosciute, quando i sintomi vengono normalizzati e assorbiti dentro la quotidianità del lavoro.

Per il sindacato il problema non è soltanto sanitario o assicurativo. Riguarda la prevenzione, l’organizzazione del lavoro e la rappresentanza. Per questo Cgil Lombardia insiste sul ruolo di Rls e Rlst, figure centrali nel sistema di prevenzione e protezione aziendale ma ancora oggi non pienamente riconosciute e valorizzate. È da qui che passa la possibilità di far emergere il danno prima che diventi irreparabile o invisibile.

Il Dvr e il nesso causale

Uno dei punti più forti emersi dal confronto riguarda il nesso causale, cioè la possibilità di dimostrare che una patologia è stata provocata o aggravata dal lavoro. È qui che, troppo spesso, tutto si blocca. Se il rischio non è valutato correttamente nel Documento di valutazione dei rischi, o viene descritto in modo incompleto, per lavoratrici e lavoratori diventa molto più difficile ottenere il riconoscimento della malattia professionale.

Anche il comunicato diffuso da Cgil Lombardia insiste su questo passaggio: il problema non è solo tecnico. Se un rischio non viene correttamente rilevato, o viene omesso, per chi lavora diventa più difficile anche vedere riconosciuta la propria condizione. È uno dei meccanismi attraverso cui il danno da lavoro viene di fatto oscurato.

I settori più colpiti

A emergere con chiarezza è anche la geografia del danno. I comparti più esposti sono manifatturiero, logistica, costruzioni e sociosanitario, dove si concentrano patologie muscolo-scheletriche e condizioni di stress lavoro-correlato. In Lombardia, inoltre, le denunce riguardano soprattutto gli uomini (3.063 casi, il 71,73%), ma coinvolgono in misura crescente anche le donne (1.207 casi, il 28,27%), segno di un fenomeno trasversale che attraversa ormai l’intero mercato del lavoro.

Proprio nelle costruzioni si concentra uno dei punti più allarmanti: nel 2024 il settore ha registrato un incremento del 29% nelle denunce di malattia professionale, in un quadro segnato anche dagli effetti dei cambiamenti climatici, dai materiali utilizzati e dalle condizioni concrete di lavoro nei cantieri. Accanto ai rischi tradizionali, il sindacato richiama anche quelli nuovi, legati all’organizzazione del lavoro e all’introduzione dell’intelligenza artificiale: compiti ripetitivi, sedentarietà, monitoraggio costante, tecnostress, ansia, burnout.

Le storie che arrivano dai luoghi di lavoro

Il passaggio più forte della giornata arriva però dalle testimonianze di delegate, delegati, Rls e Rlst, che portano il tema fuori dall’astrazione tecnica e dentro la realtà del lavoro. Sul terreno del sovraccarico biomeccanico interviene Miriam Pieroni, Rls e delegata della Funzione pubblica Cgil Milano, che racconta il lavoro in un servizio socioassistenziale in appalto, a contatto con pazienti allettati e in carrozzina. Il suo intervento mostra come le patologie emergano dentro mansioni segnate da movimentazione continua, organici insufficienti e carichi elevati, ma anche come un’azione costruita insieme tra rappresentanza sindacale, patronato e servizi di tutela possa produrre risultati concreti.

Lo stesso filo torna nella testimonianza di Anastasia Draguta Butoianu Castiglia, delegata della Filcams Cgil Varese e lavoratrice in un’impresa di pulizie in appalto all’Ospedale del Ponte. Nel suo racconto il danno da lavoro prende la forma del sovraccarico fisico, dei ritmi peggiorati nei cambi di appalto, della fatica a ottenere il riconoscimento di una condizione che pure si è costruita nel tempo dentro il lavoro ospedaliero.

Quando la precarietà impedisce di denunciare

Ma il danno da lavoro cambia faccia anche a seconda del contratto. È il punto messo a fuoco da Francesco Chiesa, di Nidil Cgil Bergamo, che racconta la storia di una lavoratrice della logistica entrata in un grande magazzino con contratti brevi e ripetuti. Il problema, qui, non è solo il dolore fisico: è la precarietà che impedisce di fermarsi, di denunciare, di costruire un percorso di riconoscimento prima che il contratto finisca. Il danno cresce, ma il lavoro resta troppo fragile per riuscire a nominarlo.

Dal mondo dell’industria arriva invece il tema della memoria delle esposizioni. Marco Zanardi, della Fiom Cgil Valle Camonica, ricostruisce la lunga battaglia sul riconoscimento dell’esposizione all’amianto, mostrando quanto siano decisive la continuità sindacale, la raccolta delle testimonianze e la capacità di tenere viva la memoria dei reparti e dei cicli produttivi anche anni dopo.

I rischi cronici nei cantieri e nelle fabbriche

Nel settore delle costruzioni il punto viene messo a fuoco da Enzo Passarelli, RLST dell’edilizia tra Cremona e Mantova. Il suo intervento richiama l’attenzione su polveri, amianto, vibrazioni, rumore, movimentazione dei carichi, sostanze chimiche ed esposizione al sole. Il rischio immediato in cantiere si vede, quello che si stratifica nel tempo molto meno. Ma è proprio quel rischio cronico che, spesso, produce patologie profonde e durature.

Un altro versante è quello raccontato da Maurizio Bergamaschi, Rsu e Rls della Flai Cgil Pavia, che porta il caso di un’azienda della panificazione industriale. Qui il tema non è solo la singola violazione, ma il clima complessivo in cui la prevenzione viene vissuta come un intralcio e non come un diritto. Ed è in questo scarto tra norme e vita reale che il danno da lavoro continua a trovare spazio.

Il ruolo dei servizi pubblici e del medico competente

A dare profondità tecnica al confronto sono anche gli interventi di Susanna Cantoni, che richiama la difficoltà crescente nella ricostruzione delle esposizioni professionali e l’indebolimento dei servizi pubblici di prevenzione, e di Antonio Pizzuti, che presenta i sistemi di sorveglianza MALPROF e MAREL. Paolo Mascagni insiste invece sul fatto che una malattia professionale è sempre anche il segnale di un fallimento del sistema di prevenzione aziendale.

C’è poi un altro dato che pesa. Oggi circa il 50% delle denunce viene presentato dai Patronati delle organizzazioni sindacali, mentre meno del 10% proviene dai medici competenti aziendali. Un elemento che, per Cgil Lombardia, pone interrogativi molto seri sull’effettività del ruolo che questa figura dovrebbe svolgere nei luoghi di lavoro.

Dalle storie alle proposte

Il seminario, però, non nasce solo per descrivere il problema. L’obiettivo è avanzare proposte: rafforzare il ruolo di Rls e Rlst, valorizzare gli strumenti pubblici, rendere più efficace la prevenzione, migliorare la capacità di riconoscere davvero il danno da lavoro.

È il senso politico che Cgil Lombardia attribuisce all’iniziativa: non fermarsi alla denuncia, ma trasformare dati, esperienze e contraddizioni in iniziativa sindacale e istituzionale. In questa direzione si muovono anche gli interventi di Kendra Barbotta, per gli Uvl Cgil Lombardia, sul giudizio avverso e l’accomodamento ragionevole, e di Francesco Castellotti, coordinatore regionale di Inca Cgil Lombardia, sul rapporto tra patronati, denuncia e riconoscimento.

Nella parte finale della giornata il confronto si sposta sul terreno più esplicitamente politico. Tiziana Siciliano, già procuratrice della Repubblica di Milano, insiste sul fatto che la riduzione delle denunce e dei segnali non coincide affatto con una riduzione del fenomeno, ma rischia anzi di allargare la zona grigia del danno non riconosciuto. Nicoletta Cornaggia, per Regione Lombardia, richiama gli strumenti costruiti sul piano della prevenzione, dai tavoli tecnici al registro regionale della formazione. Sebastiano Calleri, per Cgil nazionale, mette invece al centro la necessità di aprire una vertenza sul rapporto tra denunce e riconoscimenti. Nelle conclusioni Francesca Re David riporta il tema alla sua radice: salute, dignità e diritti non sono un costo da comprimere, ma il terreno su cui si misura la qualità del lavoro e della democrazia nei luoghi di lavoro.

Dal seminario di Milano esce così una linea chiara. Le malattie professionali non sono una questione tecnica o residuale. Sono uno dei punti in cui si misura la qualità del lavoro, la forza della prevenzione e la capacità del sindacato di costruire tutela individuale e collettiva. E per questo Cgil Lombardia rilancia anche il ruolo della propria rete di servizi: patronato, strutture legali, sedi territoriali, strumenti di supporto per lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati che sospettano di avere subito un danno alla salute connesso alla propria attività lavorativa.

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