Oggi a Castellazzo Bormida, in provincia di Alessandria, i cancelli della Gualapack sono presidiati e la produzione è ferma. I lavoratori incrociano le braccia per otto ore in ogni turno e protestano davanti allo stabilimento contro l’annuncio di cinquanta esuberi. La mobilitazione è proclamata da Filctem Cgil, Femca Cisl e dalla Rsu aziendale, che contestano una decisione definita grave e priva di trasparenza.

Cinquanta esuberi senza un piano industriale chiaro

Secondo quanto denunciato dalle organizzazioni sindacali, l’azienda presenta i tagli come inevitabili, ma senza chiarire quali siano le prospettive industriali dello stabilimento di Castellazzo Bormida. Manca un quadro credibile sulle strategie del gruppo e sulle alternative ai licenziamenti, mentre l’impatto sociale della scelta appare immediato e pesante.

In un territorio come quello alessandrino, la perdita di cinquanta posti di lavoro non è un semplice dato numerico. È un colpo diretto all’economia locale, alla tenuta sociale e alla stabilità di un’area già segnata da difficoltà occupazionali. I lavoratori chiedono risposte immediate sul futuro del sito produttivo e sul destino di decine di famiglie che oggi vivono nell’incertezza.

“Inaccettabile scaricare i costi sui lavoratori”

Filctem Cgil e Femca Cisl parlano apertamente di una decisione inaccettabile. A pagare il prezzo delle scelte aziendali, sottolineano i sindacati, sono persone che negli anni hanno garantito impegno, professionalità e competenze, contribuendo in modo decisivo alla crescita della Gualapack e al suo consolidamento come gruppo industriale di rilievo nel packaging flessibile.

Proprio quel lavoro quotidiano viene oggi rimesso in discussione, senza un confronto preventivo e senza garanzie sul futuro occupazionale. La mancanza di trasparenza sulle prospettive produttive e organizzative viene indicata come uno degli elementi più critici della vertenza.

Il presidio davanti allo stabilimento accompagna lo sciopero come segnale visibile di una richiesta precisa: ritirare gli esuberi e aprire un confronto serio e trasparente sul futuro del sito produttivo. I lavoratori chiedono soluzioni alternative, strumenti di tutela dell’occupazione e un piano industriale credibile.