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Stabilizzazione

Padova, allo Iov il flash mob di protesta di Fp Cgil e Arsi

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"Insieme all’ARSI (Associazione Ricercatori in Sanità – Italia) abbiamo deciso di rilanciare anche qui a Padova, la mobilitazione nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori della ricerca e a supporto della ricerca per tentare di dare un po’ di luce alla loro situazione fatta di precarietà e sostanziale mancanza di qualsiasi riconoscimento”. È così che Alessandra Stivali, segretaria generale della Fp Cgil di Padova spiega il senso dell’iniziativa di stamane all’Istituto Oncologico Veneto di Padova con cui il personale impegnato quotidianamente nei laboratori di ricerca ha deciso di manifestare il proprio stato di disagio per le proprie condizioni di lavoro, attaccando camici e cartelli di proteste alle finestre.

“Si è trattato – prosegue Alessandra Stivali – di un’iniziativa fatta per sottolineare il problema della stabilizzazione, a livello nazionale, di decine di migliaia di, perlopiù, giovani donne e uomini che lavorano nella ricerca e a suo supporto. Solo a Padova sono circa un centinaio, impegnati oltre che qui allo IOV anche all’Istituto Zooprofilattico, e con le ricerche che seguono muovono milioni di euro eppure hanno stipendi che si aggirano tra i 1100/1200 euro al mese e lì restano inchiodati dal momento che non riusciamo a far decollare una contrattazione di secondo livello a causa del blocco dei fondi ministeriali a disposizione. Questo significa che sono tagliati fuori dalla distribuzione di produttività, a loro non elargita, e che non hanno diritto a nessuna premialità, per esempio come quella legata al Covid o a qualunque risultato raggiunto con la loro ricerca. E c’è di peggio”.

“Mi riferisco alla spada di Damocle che pende sulle loro teste – conclude la sindacalista della Fp Cgil di Padova – visto che tra due anni scadrà il loro contratto, la cui durata prevista è di cinque anni, a cui, teoricamente, dovrebbe seguire un rinnovo per altri cinque anni, al termine dei quali non si sa, letteralmente, più nulla. Verranno stabilizzati? Verranno cacciati? Nessuno lo sa. E che non si sappia è una cosa semplicemente indecente, non da Paese civile. Ma non solo: dimostra anche una vergognosa irriconoscenza per chi fa un lavoro dall’altissimo significato sociale, contro una malattia che è tra le prime cause di mortalità al mondo e la cui unica speranza di sconfitta risiede proprio nell’attività a cui si dedicano, spesso con grande spirito di sacrificio, queste lavoratrici e lavoratori”.