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La strage

Il giorno dopo a Portella della Ginestra

Ilaria Romeo
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Il 2 maggio 1947 l'Italia è in lutto. Il giorno prima undici persone sono state assassinate mentre si preparavano a festeggiare il lavoro. Una strage premeditata rimasta senza mandanti. La reazione del sindacato è immediata: sarà sciopero generale

“Pare accertato che sia stata una premeditata aggressione organizzata scientificamente, che ha per caratteristica una crudeltà ed efferatezza mai giunta prima d’ora. Fra i morti, un vecchio di settant’anni, una donna incinta e un bambino di tre anni”. È il 2 maggio 1947, dopo la strage di Portella della Ginestra, viene convocato d’urgenza il Comitato direttivo della Cgil. L’ordine del giorno è votato a maggioranza - non all’unanimità senza l’adesione dei democristiani - e delibera l’astensione del lavoro in tutta Italia per il giorno successivo, sabato 3 maggio, dalle ore 11 in poi.

Il Primo maggio del 1947, a Portella della Ginestra in provincia di Palermo, la banda di Salvatore Giuliano apre il fuoco sui contadini e sugli operai riunitisi per celebrare la festa dei lavoratori. La gente in festa è colpita, improvvisamente, da raffiche di mitra, provenienti dalle colline circostanti. Muoiono 11 persone, fra cui anche bambini.

È la prima strage dell’Italia repubblicana, rimasta impunita. I promotori della festa del 1° maggio a Portella erano le tre Camere del lavoro di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello e la festa di quei lavoratori, per lo più braccianti analfabeti, si svolgeva attorno al «sasso di Barbato», che prendeva il nome da Nicola Barbato, leader dei Fasci siciliani e a lungo strenuo difensore della causa socialista.

È la prima strage di Stato, rimasta impunita, e il suo bersaglio diretto è il mondo del lavoro, il movimento contadino e bracciantile. Quel giorno moriranno undici persone: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio, Castrense Intravaia, Giovanni Grifò e Vincenza La Fata. Vittime innocenti di una strage voluta dai poteri forti, lasceranno madri, padri, mariti, mogli, figli. 

“Onorevoli colleghi, non è la prima volta che ci occupiamo della Sicilia e credo che non sarà nemmeno l’ultima”, diceva all’Assemblea costituente Girolamo Li Causi nella seduta del 15 luglio 1947. Aveva ragione. L’elenco dei sindacalisti uccisi dalla mafia a cavallo tra il 1944 e il 1948 è davvero molto lungo.

Nel secondo dopoguerra, gli atti terroristici contro il movimento contadino e i suoi dirigenti cominciano il 16 settembre del 1944, con l’attentato a Girolamo Li Causi, segretario regionale del Pci, durante un comizio a Villalba, feudo di don Calò Vizzini, proseguendo negli anni seguenti con gli assalti alle Camere del lavoro, le intimidazioni e i pestaggi dei suoi dirigenti e con i primi omicidi.

“Non sono in molti a ricordarlo - raccontava Emanuele Macaluso, segretario generale della Cgil Sicilia dal 1947 al 1956, in una bella intervista rilasciataci in occasione del 70° anniversario di Portella della Ginestra - ma dall’inizio del 1947 e fino a prima dell’attentato erano stati ammazzati già tre sindacalisti: tutti uomini di valore, dirigenti e militanti del calibro di Accursio Miraglia, Pietro Macchiarella, Nunzio Sansone. Anche se va detto che le intimidazioni, quando non addirittura gli atti terroristici contro il movimento sindacale e i suoi leader erano cominciati nell’immediato dopoguerra, con l’attentato del 16 settembre ’44 a Girolamo Li Causi, all’epoca segretario del Pci siciliano, avvenuto durante un comizio a Villalba. Quel giorno io mi salvai per miracolo: ero al suo fianco e ricordo per filo e per segno gli attimi che fecero seguito alla sparatoria scatenata dagli uomini di don Calogero Vizzini, dove risultarono ferite 14 persone e in occasione della quale lo stesso Li Causi fu colpito a una gamba, un fatto che lo renderà claudicante per il resto della sua vita”.

Nel maggio del 1948 Emanuele è a Portella della Ginestra per commemorare il primo anniversario della strage. A Portella, nella sua amata Sicilia, ritornerà per l’ultima volta nel maggio del 2019. “Non volevo mancare a quest’ultimo appuntamento della mia vita - dirà - Questa sarà forse la mia ultima presenza qui (…). Volevo tornare qui oggi dove sono cresciuto politicamente. Non potevo mancare a questo appuntamento, volevo tornare qui, questi sono stati i momenti della mia formazione. Per me, che poi ho avuto tanti incarichi, la mia formazione politica, sociale e umana è legata agli anni in cui sono stato nel sindacato in cui ho potuto coltivare un rapporto umano con migliaia di lavoratori, contadini, metallurgici, operai, braccianti e zolfatari. Quando gli operai del Cantiere scioperavano per 40 giorni e gli zolfatari per 60 giorni, pensate che io di notte potessi dormire? No, pensavo a quelle donne, a quegli uomini a quei bambini. Uno sciopero in quegli anni per me diventava un modo diverso di concepire il lavoro e la battaglia sindacale. E questo è stato. Ho diretto l’organizzazione del Pci, sono stato senatore, direttore de l’Unitá, ma la mia nascita come persona è qui”.

Ricordando Pio La Torre (“Mio fratello minore”) EM.MA. diceva: “Si deve sapere quale prezzo sia costata la lotta per la libertà e per la dignità di un popolo promosse in Sicilia dal movimento contadino e dalla sinistra”. Si deve sapere e non smetteremo mai di raccontarlo, parlando ogni giorno un po’ più forte come abbiamo iniziato a fare dal gennaio scorso.