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Lavoro

1920: lo sciopero delle lancette

Ilaria Romeo
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In segno di protesta contro il licenziamento di tre operai che si erano ribellati al ricorso all'ora legale, la fabbrica si ferma. In breve tempo la mobilitazione coinvolge mezzo milione di lavoratori

Nel marzo del 1920 il governo decide di introdurre l’ora legale in Italia. Nonostante il fatto non fosse del tutto nuovo come evento, ma si trattasse di una misura già applicata durante la prima guerra mondiale con lo scopo di risparmiare energia la decisione non sarà ben accolta dal movimento operaio poiché l’applicazione dell’ora legale costringeva gli operai a uscire di casa per recarsi in fabbrica col buio anche in primavera ed estate.

I commissari di reparto delle industrie meccaniche della Fiat chiedono che l’orario di lavoro continui secondo l’ora solare, ma le proteste non vengono accolte. Così il 22 marzo il Consiglio di fabbrica decide autonomamente di spostare indietro le lancette dell’orologio nella sede di lavoro. La Fiat si oppone e licenzia tre operai appartenenti alla Commissione interna. L’episodio fa esplodere una serie di conflitti pregressi e nel giro di pochi giorni il conflitto si sposta sul riconoscimento dei Consigli.

Il 22 marzo viene proclamato lo sciopero che si estende anche ad altre fabbriche. Il 13 aprile scoppia lo sciopero generale, che il 14 si espande a tutta la regione coinvolgendo quasi 500.000 lavoratori fra operai e contadini. La paura che a tirare le fila dei rivoltosi fosse il movimento anarchico spinge la Confederazione dei lavoratori a negare l’appoggio ai manifestanti.

Anche il Partito socialista prenderà le distanze, decretando di fatto la fine delle proteste e spingendo la Fiom a firmare un accordo che nella sostanza delegittimava la rappresentanza dei lavoratori. La firma tra governo, Cgdl e imprese del lodo Giolitti nel settembre successivo - che coglie solamente in parte l’esigenza di partecipazione dei lavoratori - porrà essenzialmente fine all’esperienza del biennio rosso cominciata l’anno prima.

Finito il massacro della Prima guerra mondiale, in molti Paesi europei - anche sull’onda delle notizie rivoluzionarie provenienti dalla Russia - scoppiano numerose rivolte popolari. L’Italia registra un periodo di accesa conflittualità sociale che passerà alla storia come il biennio rosso.

Dopo la firma nel febbraio 1919 dei primi contratti nazionali che sanciscono la conquista delle otto ore giornaliere (il 20 febbraio 1919 si raggiunge un accordo con l’Associazione industriali di categoria che prevede la riduzione di orario a 8 ore giornaliere e 48 settimanali; il riconoscimento delle Commissioni interne e la loro istituzione in ogni fabbrica; la nomina di una Commissione per il miglioramento della legislazione sociale e di un’altra per studiare la riforma delle paghe e del carovita), con l’estate si entra nel vivo della mobilitazione.

Protagonisti di questa fase sono i braccianti nelle campagne, mentre nell’industria operano i Consigli di fabbrica, le nuove strutture di rappresentanza operaia, promotrici di una politica rivendicativa fortemente antagonista, centrata sul controllo dell’organizzazione del lavoro e della produzione.

Scriveva l’11 ottobre 1919 Antonio Gramsci su L’Ordine Nuovo

Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti all’organizzazione dello Stato proletario, sono inerenti all’organizzazione del Consiglio. Nell’uno e nell’altro il concetto di cittadino decade, e subentra il concetto di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e fratellanza. Ognuno è indispensabile, ognuno è al suo posto, e ognuno ha una funzione e un posto. Anche il più ignorante e il più arretrato degli operai, anche il più vanitoso e il più ‘civile’ degli ingegneri finisce col convincersi di questa verità nelle esperienze dell’organizzazione di fabbrica: tutti finiscono per acquistare una coscienza comunista per comprendere il gran passo in avanti che l’economia comunista rappresenta sull’economia capitalistica. Il Consiglio è il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale che il proletariato sia riuscito a esprimere dall’esperienza viva e feconda della comunità di lavoro. La solidarietà operaia che nel sindacato si sviluppava nella lotta contro il capitalismo, nella sofferenza e nel sacrificio, nel Consiglio è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei momenti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice della storia (…) L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia. Gli operai portano nel sindacato questa nuova coscienza e dalla semplice attività di lotta di classe, il sindacato si dedica al lavoro fondamentale di imprimere alla vita economica e alla tecnica del lavoro una nuova configurazione, si dedica a elaborare la forma di vita economica e di tecnica professionale che è propria della civiltà comunista. In questo senso i sindacati, che sono costituiti con gli operai migliori e più consapevoli, attuano il momento supremo della lotta di classe e della dittatura del proletariato: essi creano le condizioni obiettive in cui le classi non possono più esistere né rinascere.

Aggiungeva qualche anno fa Adolfo Pepe: “Il movimento dei Consigli di fabbrica fu l’espressione di un profondo processo di trasformazione delle strutture sociali, economiche e politiche, iniziatosi in Italia in conseguenza degli effetti e degli sconvolgimenti indotti dalla guerra del ‘15-18 nel tessuto produttivo e nell’assetto generale del rapporti di classe e di potere. Il maggiore di questi effetti, che si realizzò con il protrarsi della guerra, fu l’alterazione della struttura sociale delle campagne italiane, che ancora costituivano l’asse centrale dell’economia nazionale e su cui gravava la stragrande maggioranza della forza-lavoro proletaria. (…) Tra gli operai, intanto, sorgeva progressivamente, di fronte all’intensificazione dei ritmi di lavoro, e quindi dei ritmi di sfruttamento, la consapevolezza «di classe» delle caratteristiche specificamente borghesi - capitalistiche del processo di profonda ristrutturazione interna della produzione industriale. Pesavano sugli operai, contemporaneamente, gli effetti sociali della guerra, con l’aumento del costo della vita, con la rarefazione dei generi alimentari, con la penuria dei vestiti e l’insufficienza dei servizi, e gli effetti produttivi di essa, con l’irrigidimento delle norme disciplinari, con l’allungamento degli orari di lavoro, con la più intensa applicazione della forza lavoro a macchinari più complessi e disposti in modo da ottenere dagli operai il maggior rendimento unitario e il superamento di ogni tempo morto. I complessi e insolubili problemi che ne derivarono, il loro intrecciarsi, caratterizzarono l’agitata crisi che durò ininterrottamente, con diversi livelli di intensità, fino alla conclusione dell’occupazione delle fabbriche (settembre 1920)”.

Fino a quando la borghesia, spaventata dallo spettro della rivoluzione, si affiderà al fascismo per riportare l’ordine nel Paese e cancellare le conquiste dei lavoratori. Una storia e un epilogo sui quali riflettere…