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Primo piano

Non solo rider

Patrizia Pallara
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Quante e quali forme di sfruttamento digitale esistono, di lavoratori invisibili, disseminati nei cinque continenti, che svolgono attività sommerse, senza diritti e quasi senza retribuzione? Ad aprire la discussione l'iniziativa organizzata dalla Cgil in diretta su Collettiva

 


Non ci sono soltanto i rider, i lavoratori delle piattaforme di servizi e del food delivery, gli autisti di Uber e i ciclofattorini di Deliveroo, che abbiamo imparato a conoscere che hanno una loro forza e visibilità. Oltre a loro ci sono tantissimi altri “worker”: sono invisibili, svolgono attività per lo più sommerse, sono disseminati nei cinque continenti. È a questi lavoratori e alle antiche e nuove forme di sfruttamento digitale che è dedicato il convegno organizzato dalla Cgil, in collaborazione con il Centro per la riforma dello Stato e il Forum disuguaglianze diversità, che si è svolto martedì 2 febbraio in diretta streaming su Collettiva.

“Ribaltiamo un punto di vista fin qui condiviso: si è sempre pensato che l’intelligenza artificiale avrebbe portato alla scomparsa del lavoro tradizionale, che le tecnologie ne avrebbero decretato la fine – spiega Tania Scacchetti, segretaria nazionale Cgil -. Non è così. In realtà è il lavoro in ambito digitale che sta cambiando e che si fa fatica a trasformare in un tema collettivo. Il sindacato può e deve cercare di dare una risposta ai bisogni di questi lavoratori, si rende soggetto credibile e autorevole per rappresentarli”. Uno studio comparativo dell’Ocse su ventuno Paesi effettuato nel 2016 sostiene che sovrastimiamo l’automatizzabilità delle attuali professioni. E che sebbene il 50 per cento delle mansioni verrà considerevolmente modificato dall’automazione e dall’introduzione dell’intelligenza artificiale, solo il 9 per cento degli impieghi rischia effettivamente di essere eliminato. Quindi il lavoro non scompare, anzi. Quello che sta accadendo a livello globale è proprio il contrario: sono i lavoratori che stanno sostituendo i robot.

“Con la riflessione partiremo dal volume di Antonio Casilli (tra i relatori dell’iniziativa, ndr) ‘Schiavi del clic’ per affrontare la questione del lavoro digitale a 360 gradi – prosegue Scacchetti -. Da un lato c’è la necessità del riconoscimento del lavoro di chi fa funzionare le macchine senza diritti e quasi senza retribuzione, dall’altro il fatto che la digitalizzazione dà l’illusione dell’emancipazione dal lavoro, del non avere vincoli”.  Il libro di Casilli è un’inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme e getta una luce sulla manodopera dell’economia contemporanea: centinaia di migliaia di “schiavi” del clic reclutati in Asia, Africa, America Latina, ma anche in Europa, per leggere e filtrare commenti, classificare le informazioni e aiutare gli algoritmi ad apprendere. Una rivoluzione che in pochi conoscono ma che ci riguarda molto da vicino.

“Che cosa c’è dietro l’algoritmo? – si domanda Casilli, docente di sociologia all’Istituto Politecnico di Parigi e ricercatore associato alla School for Advanced Studies in the Social Sciences -. Non ci sono solo gli scienziati, gli ingegneri e la potenza di calcolo, come sostengono le grandi aziende della Silicon Valley, ma molti lavoratori umani che producono, migliorano, aggiustano il tiro. Tre le grandi famiglie: i rider che oltre a produrre azioni concrete, e cioè le consegne e i servizi, producono anche tanti, tantissimi dati; i microlavoratori, che fanno attività che durano qualche minuto, pagate qualche centesimo, dal tradurre tre parole al compilare un questionario, dal ritrascrivere col copia incolla 15 frasi al trovare il gatto in tre immagini, un mercato in espansione che coinvolge un numero crescente di persone e che anche in Italia si sta diffondendo, complice la pandemia; e i lavoratori sociali in rete, gli utenti e i consumatori come noi, ma anche i moderatori, i creatori di contenuti, quelli che producono falsi clic, falsi like, falsi follower che si possono comparare per Facebook e simili, oltre agli influencer”.

La sfida per il sindacato è arrivare a questi lavoratori, creare un rapporto con loro per rappresentarli. “Possiamo proseguire con la sollecitazione legislativa affinché questo lavoro sia riconosciuto e i diritti garantiti – conclude la segretaria Cgil -. La Carta dei diritti universali del lavoro va proprio in questa direzione. In secondo luogo, dobbiamo provare ad anticipare le trasformazioni in atto, per poterle governare”. Al dibattito, coordinato da Giulio De Petra, direttore del Centro per la riforma dello Stato, hanno preso parte oltre a Tania Scacchetti e Antonio Casilli, Roberto Ciccarelli, giornalista de Il Manifesto, Cinzia Maiolini, responsabile dell’ufficio Lavoro 4.0 Cgil.