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Metalmeccanica

Alcar Industrie, salvare 500 posti di lavoro

Foto: Cgil Lecce
Maria Antonia Fama
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Sit-in a Lecce per scongiurare la dichiarazione del fallimento dell'azienda, dall'agosto scorso in concordato preventivo. Il prefetto ha convocato per mercoledì 21 i commissari, il Tribunale e i sindacati, garantendo il "massimo impegno per salvaguardare l'occupazione". Morea (Fiom Cgil): "I lavoratori hanno già fatto tanti sacrifici, occorre assicurare loro un futuro"

“Salveremo i livelli occupazionali”. È l’impegno preso nella mattinata di oggi (martedì 20 ottobre) dalla Prefettura di Lecce davanti ai segretari e alle rsu di Fiom Cgil e Fim Cisl. L’imperativo è mettere al riparo i 500 posti di lavoro di Alcar Industrie, dopo l’arresto del presidente Matteo Ginatta e l’ordinanza del Tribunale di Lecce che ha fissato un tetto di spesa mensile di 10 mila euro a fornitore. Un limite insostenibile per un’azienda di questo calibro, che occupa 300 persone nello stabilimento pugliese e 200 in quello di Vaie (Torino), tra dipendenti, interinali e apprendisti.

 


“Dopo anni di lotte, ormai siamo stremati” si sfoga Roberto Trevisi, saldatore e rsu della Fiom. Il presidio sotto la Prefettura era stato convocato dai sindacati per scongiurare la dichiarazione di fallimento dell’azienda, ormai sull’orlo del baratro. Il prefetto Maria Rosa Trio ha convocato per mercoledì 21 ottobre, alle ore 9.30, un incontro con Tribunale e commissari, subito dopo vedrà i sindacati. Alle 16, Annarita Morea e Maurizio Longo (segretari generali territoriali di Fiom e Fim) comunicheranno le ultime novità in un’assemblea con i lavoratori, davanti ai cancelli dell’azienda. Contemporaneamente è partita una richiesta di incontro al ministero dello Sviluppo economico.

L’Alcar, che produce serbatoi e carpenteria per escavatori, si trova in concordato preventivo da agosto, dopo essere passata per un precedente fallimento, una ristrutturazione e “una serie di debiti che - dice Trevisi - ormai non si contano neanche più”. L'ultimo, triste, capitolo, erano state le misure cautelari nei confronti del presidente del Cda Matteo Orlando Ginatta, accusato di riciclaggio e bancarotta fraudolenta. Nei giorni scorsi, poi, è arrivata l’ordinanza della Sezione fallimentare del Tribunale di Lecce, che aveva imposto il tetto di spesa di 10 mila euro a fornitore, rendendo di fatto insostenibile la continuità aziendale. La sola bolletta elettrica costa 70 mila euro a bimestre, la fornitura delle lamiere costa 400 mila euro al mese, ed è impensabile reperire 40 fornitori diversi in Italia.

“Oggi abbiamo dovuto forzare la mano, con un presidio davanti alla Prefettura – ha detto la segretaria generale della Fiom Cgil territoriale Annarita Morea - per ottenere un incontro e risposte sulla gestione commissariale. Il prefetto ci ha garantito che in nessun caso, alla fine di questa storia, ci saranno esuberi. Noi, però, non vogliamo rischiare di trovare chiusi, da un giorno all’altro, i cancelli dello stabilimento”. Questo è, al momento, il più grande timore: “I lavoratori hanno già fatto tanti sacrifici – prosegue Morea - e non c’è ancora alcuna certezza per il futuro di 500 famiglie".

 


Alcar Industrie ha affittato il ramo d’azienda di Alcar nel 2016. Dopo il fallimento di Alcar nel 2018, si era tentato di scongiurare la cessazione dell’attività e la perdita dei posti di lavoro. Ma la vertenza si è rivelata da subito complicata, perché l’azienda aveva determinato una sovraccapacità produttiva di 100 unità e paventato la riassunzione dei lavoratori confermati, inquadrandoli con un livello di entrata inferiore a quello già maturato. Tutte richieste che hanno incontrato l'opposizione dei sindacati. Il 29 gennaio di quest’anno si era raggiunto un accordo che azzerava la sovraccapacità e confermava livelli retributivi e diritti. Il quadro, però, si è complicato a causa del Covid e soprattutto dell’arresto di Matteo Ginatta, avvenuto il 18 giugno scorso. Da quel momento le vicende dell’azienda si sono sviluppate in un contesto sempre più complicato.