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Whirlpool

Un anno vissuto pericolosamente

Foto: Simona Caleo
Roberto Greco
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Il 31 maggio 2019 la multinazionale rompe la trattativa col governo, annunciando la chiusura dell'impianto di Napoli e il licenziamento dei suoi 420 addetti. Il racconto di questi 12 mesi nelle parole del dirigente Fiom Rosario Rappa

È passato un anno, invano. Da quel 31 maggio 2019, quando si consumò al ministero dello Sviluppo economico la rottura totale fra sindacati e azienda, il governo non ha ancora trovato una soluzione per chiudere la vertenza e i lavoratori sono sempre più preoccupati. Il ‘casus belli’ è lo stabilimento Whirlpool di Napoli, considerato di troppo dalla multinazionale americana degli elettrodomestici. I sindacati sollecitano la riapertura di un tavolo di confronto con tutte le parti in causa, avendo come punto fermo il mantenimento dell’impianto. Il paradosso è che i 420 diretti interessati, considerati in esubero dall’azienda (cui vanno aggiunti un migliaio nell’indotto), con l’emergenza coronavirus sono tornati a lavorare più di prima.

Whirlpool

Mollare mai

Mattia Carpinelli e Ivana Marrone

“Pur non essendoci la piena occupazione in tutto il gruppo e persistendo una sofferenza lavorativa negli altri siti, oggi a Napoli stanno tutti a full time”, conferma Rosario Rappa, segretario generale della Fiom Cgil di Napoli, con delega al Mezzogiorno per la Fiom nazionale. “Vale a dire che si lavora su turni di sei ore al giorno, più due di cassa integrazione per Covid-19”, spiega l’esponente sindacale: “Questo, diversamente dalla situazione pregressa, quando si facevano due-tre settimane al mese con i contratti di solidarietà”.

Anche sul piano produttivo, dopo la chiusura dell’attività per due mesi a causa della pandemia, l’industria del ‘bianco’, a differenza del crollo verticale registrato nell’industria dell’automotive e nell’aerospaziale, mantiene comunque le sue quote di mercato. “Anzi, sia Electrolux sia Whirlpool, i due giganti del comparto, si vanno espandendo, perché le lavatrici non sono un prodotto obsoleto, ma si continua a venderle regolarmente”, prosegue il segretario Fiom.

Ben altri erano gli impegni del gruppo il 24 luglio 2015, quando firmò l’accordo in sede aziendale con l’allora Governo Renzi e i sindacati, che prevedeva una riorganizzazione e una ristrutturazione legate al processo di fusione con Indesit, avvenuto l’anno prima. Con il nuovo piano industriale triennale si sarebbe proceduto, senza strumenti traumatici, allo smaltimento di un migliaio di esuberi, fino ad andare a regime nel 2018. Quel piano, però, non si è mai realizzato.

“Per questo, è stato necessario un nuovo accordo al ministero dello Sviluppo economico per il prolungamento del progetto precedente fino al 2020, stavolta con nuovi ammortizzatori sociali per 5 mila addetti, per tornare alla piena saturazione con qualche uscita incentivata, avviando nel contempo una nuova politica commerciale”, argomenta Rappa, rimarcando che “l’impianto di Napoli acquisisce valore, diventando l’unica sede per la costruzione di lavatrici di alta gamma, con venti milioni d’investimenti ad hoc, ottenendo anche il trasferimento di un centinaio di addetti dallo stabilimento di Carinaro (Caserta) e delle lavatrici prodotte a Comunanza (la sede del gruppo nelle Marche, ndr), che, a propria volta, si trasforma nell’unico sito di produzione delle cosiddette lavasciuga”.

L'appello

«Un'eccellenza da rilanciare»

È il preludio di una fase espansiva? Assolutamente no, secondo Fiom, Fim e Uilm, che, giustappunto un anno fa, chiedono la verifica del piano 2018-2020. "Eravamo molto preoccupati perché non si stavano realizzando le cose concordate in precedenza”, ricorda il dirigente sindacale: “E ne abbiamo avuto conferma quando il management si è presentato al negoziato, al cospetto del ministro Di Maio del governo giallo-verde, mettendo la famosa x di cancellazione alla casella di Napoli. La motivazione addotta? Siccome perdiamo venti milioni di dollari in Europa, chiudiamo quell’impianto e ne delocalizziamo la produzione in Turchia o in Polonia”. 

A quel punto la trattativa si interrompe. “Abbiamo avviato processi di mobilitazione, prima in sede locale, con blocchi alle stazioni, al porto e all’aeroporto, poi a Roma, fino ad arrivare allo sciopero generale sulle crisi industriali, con manifestazioni a Milano, Firenze e Napoli”. In quella nel capoluogo partenopeo era presente la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, che scelse “di seguire il corteo dietro lo striscione d’apertura dei lavoratori della Whirlpool”.

L’azienda cerca di riaggiustare il tiro e l’amministratore delegato propone soluzioni alternative, come la cessione dell’impianto a Prs (società svizzera con 40 mila euro di capitale sociale), attraverso un processo di riconversione produttiva per container autorefrigeranti per la conservazione di ortaggi, ipotizzando la piena occupazione per i 420 addetti. “Ci è parsa una proposta campata per aria, cui abbiamo detto subito no, anche perché uno dei soci svizzeri aveva proposto un’operazione analoga alla Regione Lombardia, finita poi in truffa”, aggiunge Rappa: “Il 30 ottobre 2019 si tiene lo sciopero generale dell’industria, effettuato assieme a Cgil, Cisl e Uil. Sono 10 mila i lavoratori che sfilano per le strade di Napoli, quale risposta alla minaccia dell’azienda di cessare l’attività il giorno seguente”.

La lotta dei lavoratori prosegue fino alla nuova convocazione alla presidenza del Consiglio, al cospetto del premier Conte e dei ministri Patuanelli e Provenzano. “Whirlpool e Arcelor Mittal sono le uniche vertenze a essere approdate a Palazzo Chigi, a testimonianza dell’importanza che rivestono in chiave nazionale”, precisa il segretario Fiom: “In quella sede abbiamo ribadito che se una multinazionale firma accordi di tale portata e ne acquisisce i benefici economici, e poi non mantiene gli impegni e se ne va, il governo deve intervenire con tutti i mezzi che ha a disposizione per indurre l’azienda a modificare il proprio atteggiamento”.

Il responsabile del ministero dello Sviluppo economico fece propria la posizione della Fiom, pur precisando “nell’ultimo incontro, avvenuto a febbraio, di non avere la possibilità di evitare la chiusura di Napoli. Noi abbiamo riconosciuto l’impegno del ministro, che ha chiesto anche alla multinazionale di poter accedere alla loro banca dati per capire quale tipo d’interventi adottare e cercare un nuovo partner per rilevare l’impianto, ma abbiamo rimarcato che è compito di un ministro e di un governo dotarsi di tutti gli strumenti legislativi necessari per impedire che un’azienda prenda i soldi e scappi”.

Una soluzione va trovata per Napoli, ribadisce il sindacato: lo stabilimento resta un baluardo contro la desertificazione industriale nel territorio campano, oltre che un presidio di democrazia contro la criminalità organizzata. Anche perché, nel frattempo, le prospettive sono cambiate. “Il virus ha mutato radicalmente il quadro”, conclude Rappa, evidenziando che “ora abbiamo le risorse per operare la ripresa industriale e la salvaguardia occupazionale: i 55 miliardi stanziati nel decreto rilancio, i 25 della manovra precedente, più tutti i soldi che arriveranno dall’Unione europea”.

Fiom Cgil di Napoli e Fiom nazionale, dunque, chiedono all’esecutivo “un atto di coerenza con gli accordi sottoscritti, e di approntare per il futuro una sorta di piano Marshall, mettendo in campo tutti gli strumenti che ha a disposizione”. In conclusione, Rosario Rappa assicura che, in assenza d’interventi, il sindacato “proseguirà con la mobilitazione a tutti i livelli fino al raggiungimento del risultato, che per noi non può che avere un esito, quello del mantenimento del sito industriale, della difesa dei posti di lavoro e di continuare a produrre lavatrici a Napoli”.