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Politiche di genere

Partire dalle donne per progettare il futuro

Roberta Lisi
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La crisi economica conseguente alla crisi sanitaria sta approfondendo le diseguaglianze: tra cittadini, settori, categorie di lavoro, territori e generi. Le donne della Filctem hanno redatto un Documento che si interroga su come “ripartire”. Ne parliamo con Silvia Asoli, responsabile politiche di genere della categoria della Cgil che rappresenta lavoratori e lavoratrici del tessile, dell'energia, della chimica, delle manifatture

Siamo appena entrati nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria, riaprono esercizi commerciali e artigiani, si torna ad uscire di casa. Perché proprio mentre eravamo, invece, tutti a casa le donne della Filctem hanno redatto ed approvato un Documento sulle politiche di genere?

Prima di tutto perché le donne della Filctem hanno ritrovato una spinta, una voglia di fare politica sindacale proprio in un momento difficile. Nei momenti più complicati capita di trovare più forza che non nella quotidiana normalità. Probabilmente la difficoltà ci ha sfidato. Noi rappresentiamo 23 contratti diversi e corrispondenti a realtà lavorative differenti, c’è chi è rimasto a casa,  in cassa integrazione o smart working, e ci sono lavoratori e lavoratrici che hanno sempre lavorato, dall’industria tessile alla chimica farmaceutica fino all’energia. Probabilmente è stato proprio queste essere dentro una grande differenza di situazioni che ci ha dato l’impulso a cominciare a ragionare. E poi, forse, dipenderà anche dal fatto che ci siamo guardate attorno e ci siamo accorte che le donne erano diventate invisibili e assenti, nessuna nelle diverse commissioni mentre tantissime quelle in prima linea, dalle infermiere alle cassiere ecc.

Vi siete guardate intorno e che cosa avete visto tra le donne della tua categoria, quelle dei 23 contratti?

Abbiamo visto donne che continuavano a lavorare e che abbiamo cercato di mettere in sicurezza. Il diritto alla sicurezza è stata la priorità che abbiamo impugnato immediatamente e abbiamo esercitato una contrattazione serrata. Contemporaneamente abbiamo visto quelle che sono rimaste a casa e ci siamo accorte di una diversità di tutela tra le prime e le seconde. Ci siamo rese conto di quanto potesse essere facile per queste ultime scivolare non solo nell’insicurezza per una modalità di lavoro sconosciuto, apparentemente senza regole privato della relazione con colleghi e colleghe, ma anche nella preoccupazione di perdere il lavoro e quindi di interrompere il legame con il sindacato e con la possibilità di essere ascoltate e difese. Tutte ci hanno trasmesso un fortissimo bisogno di non restare da sole

Bisogno di non restare da sole anche per le donne in smart working. Quanto è differente l’esperienza del lavoro da casa tra lavoratori e lavoratrici?

In questa fase quello che è stato dato alle donne, per la gran parte, non è smart working ma telelavoro, è stata chiesta una disponibilità senza limiti di spazio e soprattutto tempo ed è stato ristretto incredibilmente lo spazio di vita schiacciandole ulteriormente rispetto ai “doveri”, alle proprie responsabilità familiari. Siamo tornate al focolare domestico con la scusa della tutela della salute. Faccio un esempio, tra gli elettrici, le donne sono state poste in smart working e gli uomini sono stati lasciati in azienda. Ecco anche questo abbiamo osservato nella Fase 1, le donne a lavorare da casa avendo sulle spalle l’aumento del lavoro di cura viste le scuole chiuse ecc, e gli uomini a lavoro fuori di casa. Insomma, senza volerlo demonizzare, per le donne più che per gli uomini è stato uno strumento di ulteriore limitazione della propria libertà. Non solo, abbiamo l’ulteriore preoccupazione che questa condizione le induca a rinunciare al lavoro.

Anche nella Fase 1  altre sono comunque rimaste a lavorare in azienda non solo perché essenziali ma anche perché la tua categoria ha contrattato protocolli si sicurezza molto stringenti. Allora lavorare in sicurezza si può?

Si può e si deve. La sicurezza deve essere la condizione che l’azienda garantisce e che anche noi contribuiamo a garantire, ma prioritariamente è un compito aziendale.

Nel Documento che avete scritto vi è un’attenzione particolare al tema della violenza domestica in epoca di Coronavirus, questione che si lega a quella della solitudine di cui parlavi prima

I dati ufficiali dicono di una diminuzione di denunce, a nostro parere significa che le donne sono prigioniere dei propri carnefici anche non in pandemia, a maggior ragione non potendo uscire di casa. Ma la violenza continua ad essere esercitata. Per tale ragione chiediamo anche in questa contingenza un aumento di risorse per le case rifugio e una loro qualificazione. Quello che ci spaventa è che in ogni situazione di forte crisi economica aumenta il gender gap, come se fosse una conseguenza inevitabile, aumentano le donne che perdono il lavoro e questo le pone in ulteriore condizione di subalternità e di impossibilità a liberarsi dalla violenza.

Elaborare durante la Fase 1 un Documento sulle politiche di genere, se non abbiamo capito male, per rispondere alla domanda “come ne usciamo”?

Ne usciamo provando a pensare, proprio in un momento in cui sembra che occorra solo trovare risposte all’emergenza, avendo uno sguardo un po’ più lungo. Dobbiamo ripartire da un’idea di comunità, di welfare, mettendo al centro la ricerca e le produzioni di eccellenza, le filiere strategiche. Rimettendo al centro il lavoro e il diritto alla salute ripensando e riqualificando il Ssn. Occorre ragionare non in piccolo ma progettando e programmando. Siamo partite in anticipo per evitare di pensare piccolo e ovviamente ci piacerebbe ragionare anche con le donne delle altre categorie e con quelle della Confederazione, il Documento non si contrappone ad altri ma prova ad aprire una finestra di dialogo.