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Sanità

Indispensabili ma precari

Roberta Lisi
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La denuncia arriva da Lecce e da Salerno, ma la questione è nazionale. Infermieri, operatori socio sanitari, tecnici di laboratori e medici dopo aver affrontato senza risparmiarsi il Coronavirus, rischiano di tornare a casa

 

Nel corso degli anni molta dell’attività ordinaria del Sistema Sanitario Nazionale è stata garantita da lavoratori con contratti a tempo determinato visto che blocco del turnover e piani di rientro ha fatto registrare una costante riduzione del personale, meno 45.093 unità pari al 6,5 per cento in 10 anni.  Ed ecco spiegato perché corsie e servizi di emergenza si sono retti sul precariato. Lunghe battaglie sindacali hanno portato negli anni passati all’approvazione della Legge Madia che prevede la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione che abbiano maturato 36 mesi di anzianità negli ultimi 8 anni. Il provvedimento scadeva a fine 2019, il governo Conte ha introdotto una modifica alla Legge Madia nel Milleproroghe estendendo a tutto il 2021 il periodo utile a programmare la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione e per quelli del Ssn l’estensione arriva fino alla fine del 2022. Poi è arrivata la pandemia è tutto è cambiato. Ma tutto rischia di rimanere uguale a prima.

Li hanno definiti eroi, li hanno reclutati nei modi più vari, pescandoli nelle graduatorie non esaurite, chiamandoli direttamente, portando in reparto gli specializzandi e a volte i neo laureati. E oggi? Ovviamente la situazione cambia da regione a regione, perché si sa la Sanità è di competenza regionale e le assunzioni sono state fatte da quel livelli istituzionali.

La prima denuncia di una situazione davvero paradossale arriva dalla Fp Cgil di Salerno e riguarda l’Ospedale Universitario: “Ai lavoratori assunti a tempo determinato al Ruggi durante l’emergenza Covid-19, anche se vincitori di concorso presso altre aziende sanitarie pubbliche sul territorio nazionale, viene impedita l’utilizzo in convenzione di quelle graduatorie per la loro assunzione definitiva per una cieca scelta della dirigenza. Chiediamo chiarezza sull’utilizzo del personale a tempo determinato all’interno dell’azienda ospedaliera universitaria quando l’emergenza Covid-19 sarà cessata”.

Situazione analoga crea allarme a Lecce. La categoria della Cgil che rappresenta tutte le lavoratrici e i lavoratori pubblici ha deciso di prendere carta e penna indirizzando una lettera al ministro della Sanità, Roberto Speranza, ai presidenti di Regione e Provincia, Michele Emiliano e Stefano Minerva, al prefetto Maria Teresa Cucinotta, e al direttore generale della Asl, Rodolfo Rollo, per chiedere il rispetto degli accordi aziendali. “Sarebbe il giusto riconoscimento a chi sta affrontando la pandemia senza alcuna garanzia per il proprio futuro”, dice Floriano Polimeno, segretario provinciale della Fp Cgil Lecce. “Rispettare l’accordo aziendale di marzo 2017, che prevede un incarico complessivo ai precari di 36 mesi più altri 12 mesi, è il minimo che la Asl di Lecce può fare come riconoscimento personale a chi senza ‘tirarsi indietro’ si è buttato capofitto nella guerra al coronavirus”. Il sindacato, in assenza di un riscontro alla propria nota, è pronto a proclamare lo stato di agitazione di tutto il personale precario. “Il Covid-19 ha messo a nudo le criticità del sistema e la fallacia della privatizzazione del settore, esaltando invece l’importanza di avere un servizio sanitario nazionale pubblico capace di garantire a tutti il diritto universale della salute”, dice il sindacalista. “Accogliamo con favore la richiesta di ricognizione che la Regione ha inviato alla Asl di Lecce ai fini della stabilizzazione del personale precario. Non bisogna però dimenticare chi in questi due mesi ha affrontato la pandemia da precario e senza la prospettiva di una stabilizzazione, magari giovani assunti da pochi mesi o comunque da meno di tre anni. A Lecce la platea dei precari che non vantano il diritto ad essere stabilizzati (ossia che non hanno raggiunto i 36 mesi di anzianità lavorativa) è vasta: circa 400 persone tra infermieri, tecnici, ottiene l’attestato di operatore socio sanitario.

Riandiamo in Campania e incontriamo Carmine. Ha lavorato per oltre 15 anni in azienda del settore cartotecnico, poi la crisi e il licenziamento. Durante la cassa integrazione torna in formazione e ottiene l’attestato di operatore socio sanitario.  Prende il treno e va il Friuli e per due anni lavora lì in una Rsa. Nel maggio 2018 risponde ad un Avviso Pubblico che la sua regione aveva bandito per sopperire ad una grave carenza di organico, sperando di poter tornare a casa dalle proprie figlie. Si dimette dalla Rsa dove nel frattempo aveva ottenuto un contratto a tempo indeterminato e torna a Salerno. Viene chiamato al Ruggi questa volta da precario e il suo contratto scade a fine giugno. Nelle settimane del Coronavirus ha fronteggiato anche lui la pandemia operando nel reparto di terapia intensiva Covid. Cosa succederà dal primo luglio? E soprattutto lui i 36 mesi per ambire alla stabilizzazione non li ha raggiunti,  

Come si vede la questione dei 36 mesi e della Legge Madia è uno dei nodi con i quali ci si scontra, a Lecce come a Salerno. “Praticamente – denuncia la Fp Cgil della città campana in un documento – ci si è serviti di personale a tempo determinato solo per sopperire all’emergenza, decidendo poi di lasciarlo andare via, buttando al vento sacrifici e sudore versato nel proprio territorio. Inoltre, sono ancora in attesa di stabilizzazione i lavoratori che hanno maturato i requisiti dei 36 mesi previsti dalla legge Madia entro il 31 dicembre 2019, mentre è stata avviata un’altra prima ricognizione per coloro che raggiungeranno questo requisito entro il 30 dicembre 2020. Siamo dell’avviso – sostiene la Fp Cgil Salerno – che vadano prioritariamente concluse le stabilizzazioni relative all’anno 2019 e rinnovati i contratti di tutto il personale a tempo determinato, affinché il più ampio numero possibile di precari possa raggiungere i requisiti dei 36 mesi entro il prossimo 31 dicembre per la definitiva stabilizzazione. Alle parole di elogio – conclude il sindacato – ora attendiamo atti concreti che vadano a premiare, nel rispetto delle regole, quanti hanno servito il proprio Paese nel momento più duro della sua storia recente”.

Secondo Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil: “Oggi la confusione si fa emergenza perché rischia di creare ulteriori differenze tra lavoratori e lavoratrici già penalizzati  dalla condizione contrattuale, deriva dal sommarsi del precariato storico con quello generato dal Covid-19. Per di più la stratificazione normativa ha generato lo sfalzamento di date tra assunzioni e stabilizzazioni”. Nel Decreto Rilancio che il consiglio dei ministri dovrebbe varare questa settimana ci saranno, così dicono le anticipazioni, circa 3 miliardi per la Sanità. Oltre che per il giusto premio di mille euro previsto per i dipendenti del Ssn che hanno fronteggiato il virus, si potrebbe pensare di utilizzare una parte di quelle risorse o magari quelle disponibili dall’Europa, per stabilizzare i precari e rafforzare le piante organiche di un Sistema sanitario che come il coronavirus ha evidenziato, rischiano di non essere sufficienti a garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini e le cittadine italiane.