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Storie di giornalisti che hanno pagato di persona la loro fedeltà alla verità. È questa la scelta di Calciosociale per il campionato 2026. Sulle maglie delle 18 squadre compariranno i nomi di cronisti uccisi, incarcerati, minacciati. Un gesto politico, prima ancora che sportivo, che trasforma il campo in uno spazio di memoria attiva e di difesa della democrazia.
La consegna delle casacche agli oltre 250 partecipanti è in programma oggi (mercoledì 21 gennaio) a Roma, dalle 18.30, nella palestra del Campo dei Miracoli, in via Poggio Verde 455. Siamo a Corviale, davanti al cosiddetto “serpentone”, nel cuore di una periferia troppo spesso raccontata solo attraverso il degrado e mai attraverso le sue energie vive. Proprio lì, dove il presidente Sergio Mattarella inaugurò il campo nella sua prima uscita pubblica del secondo mandato.
Giornalisti nel mirino, democrazia sotto attacco
Negli anni scorsi Calciosociale aveva scelto di intitolare le squadre agli eroi della lotta alla mafia, ai testimoni dei diritti, ai principi della Costituzione. Quest’anno il filo conduttore è la libertà di informare, un tema cruciale e sempre più fragile. Le squadre porteranno i nomi di Ilaria Alpi e Simone Camilli, Pippo Fava e Mario Francese, Mauro Rostagno e Beppe Alfano, Enzo Baldoni e Maria Grazia Cutuli, Andrea Rocchelli e Daphne Caruana Galizia, Ján Kuciak e Mariam Abu Dagga.
Accanto a loro, anche storie meno conosciute ma drammaticamente attuali, come quelle di Andrzej Poczobut e Mzia Amaghlobeli, Andrej Sacharov, il venezuelano Carlos Julio Rojas, il guatemalteco José Rubén Zamora, la russa Elena Milashina, il giornalista birmano Sai Zaw Thaike. Nomi che raccontano carcere, torture, repressione. Nomi che ricordano che la libertà di stampa non è un diritto acquisito, ma una conquista da difendere ogni giorno.
Il campo come luogo di educazione civile
Quei nomi non resteranno sulle spalle dei giocatori come semplici simboli. Durante l’anno diventeranno oggetto di studio, ricerca, confronto. Parte integrante del campionato è la partecipazione agli incontri pubblici, alle testimonianze, alla produzione di contenuti multimediali capaci di diffondere il senso profondo di quell’impegno. Anche questo dà punti in classifica. Anche questo decide chi vince.
Calciosociale mette in campo squadre miste: adulti e bambini, donne e uomini, agonisti e amatori, persone con disabilità e volontari. Tutti giocano, nessuno resta in panchina. Le partite non si esauriscono nei novanta minuti, ma continuano nel quartiere, nella cura del verde pubblico, nella promozione della legalità, nella costruzione di relazioni. Una memoria condivisa che crea comunità e prova a cambiare il territorio.
Il Campo dei Miracoli, una periferia che ribalta i luoghi comuni
Il Campo dei Miracoli sorge ai piedi del grattacielo orizzontale più lungo d’Europa, su un terreno della Regione Lazio strappato all’incuria e alla criminalità organizzata. È un centro sportivo costruito con materiali e impianti sostenibili, colorato e accogliente, in netto contrasto con l’immaginario cupo che accompagna Corviale. Un luogo pensato per essere bello, perché la bellezza è una leva di partecipazione e non un lusso.
Massimo Vallati, ideatore del progetto, lo ripete da anni: “Calciosociale vuole cambiare le regole del calcio per ridiscutere quelle del mondo”. Qui il pallone diventa una palestra di vita, un’aula magna di educazione civica. Si parla di legalità, giustizia, ambiente, lavoro, democrazia. Si custodiscono sogni e diritti. Il modello è già replicato in altri quartieri di Roma, in Italia e in Europa, con risultati concreti anche sul piano dell’inclusione e della salute mentale.
Custodire l’informazione libera
“Vince solo chi custodisce” è il motto che campeggia all’ingresso del campo. Quest’anno a essere custodito sarà un tesoro fragile e prezioso: l’informazione libera. In un tempo in cui i giornalisti vengono delegittimati, minacciati, ridotti al silenzio, Calciosociale risponde dal basso, dalla periferia, con una scelta chiara. Trasformare il calcio in uno strumento di consapevolezza, ricordare che senza libertà di informare non esiste comunità, e senza memoria non esiste futuro.


























