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Di politiche europee e di politiche pubbliche si intende assai visto che queste sono le materie di insegnamento del professor Paolo Graziano, ordinario della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova. È stato anche part-time professor presso l’Istituto universitario europeo (2019-2021). Insegna Scienza Politica, Politica comparata e Analisi delle politiche pubbliche, i suoi temi di ricerca sono: politiche europee, sistema politico europeo, movimenti sociali e nuove forme di partecipazione politica, democrazia partecipativa, consumo critico, populismo. Da tempo, sostiene Graziano, è necessario introdurre anche in Italia la patrimoniale come “leva per attenuare gli effetti di una disuguaglianza economica crescente”. Dovrebbe colpire i grandi e grandissimi patrimoni e redistribuire la ricchezza, come Costituzione vorrebbe, dall’alto verso il basso. Perché in Italia è tabù? Perché i partiti tutti pensano di perdere consensi, ma la Spagna insegna non essere così.
Professore, in Italia la sola parola patrimoniale fa scandalo, negli altri Paesi europei?
In diversi Paesi europei il cosiddetto contributo ordinario, non straordinario che noi chiamiamo patrimoniale, è legge da diversi anni: viene considerata una leva fiscale da utilizzare per realizzare politiche pubbliche. Generalmente viene sostenuta in modo bipartisan perché vista come una leva per attenuare gli effetti di una disuguaglianza economica crescente, sia sotto forma di patrimoniale in senso stretto, sia sotto forma di imposta sul reddito più elevata.
Ci spiega che cos'è la patrimoniale allora?
In estrema sintesi la patrimoniale è un prelievo ordinario o straordinario in funzione della ricchezza degli individui. Quindi è un’imposta che viene applicata basandosi sulla ricchezza. E può essere una imposta che vale per tutti coloro che detengono un patrimonio, o per alcuni che detengono un patrimonio particolarmente elevato.
In Italia non esiste una patrimoniale, ma anzi i patrimoni sono tassati meno dei redditi, è così?
Sì, è così, anche se vi sono delle imposte che si configurano come delle piccole patrimoniali: come ad esempio le imposte sulla casa, laddove presenti, si configurano come prelievi che vanno a colpire un bene che costituisce una parte del patrimonio. Voglio però ricordare che in Italia la prima casa di tutti, anche dei ricchissimi, non viene tassata. In sostanza, in Italia una patrimoniale vera e propria non esiste. Esistono prelievi, che però sono marginali rispetto ad un intervento che potrebbe essere più strutturale.
La Cgil ha proposto non una patrimoniale vera e propria, ma un prelievo straordinario sui grandissimi patrimoni, tant'è vero che colpirebbe all'incirca 500.000 persone su 59 milioni di cittadini e cittadine. È uno strumento che la convince?
Da anni, insieme a molti altri osservatori che vengono da diverse discipline, non soltanto economisti, ma anche scienziati sociali che si occupano degli effetti distributivi delle politiche, sono convinto che la patrimoniale sia un atto di giustizia sociale. Ovviamente esistono diversi modi per costruirla. La Cgil ha fatto una proposta molto ragionevole, dal mio punto di vista quasi fin troppo ragionevole perché va a colpire una frazione della popolazione italiana. Immagino che la proposta sia stata fatta proprio per non suscitare troppe reazioni negative. Quindi se questa è una proposta sulla quale si riesce a far convergere un consenso piuttosto diffuso sono ovviamente favorevole. In generale mi piacerebbe che si parlasse di patrimoniale, si affrontasse il tema in modo continuativo per giungere ad una decisione, la proposta Cgil o anche qualcosa di diverso, ma che vada a sostanzialmente nella direzione di rendere l'Italia più simile ad altri Paesi europei come la Spagna, la Norvegia la Svizzera che questo strumento fiscale l'hanno da molti anni.
Professore, lei è uno scienziato della politica. Più volte, nel corso di questa conversazione, ha usato un termine “redistribuzione”. In Italia, in realtà, le disuguaglianze stanno aumentando costantemente, perlomeno da 20-25 anni a questa parte. Non sarà che le disuguaglianze aumentano perché il sistema fiscale del nostro Paese si è allontanato dal dettato costituzionale?
Senza dubbio: è per questo che la patrimoniale è un atto di giustizia sociale che di fatto riprende propriamente la Costituzione abbastanza alla lettera. Le imposte devono essere progressive, la progressività è determinata politicamente. Nel corso degli ultimi 20 anni la progressività determinata dalla politica ha penalizzato chi possiede di meno: per questo una patrimoniale non può che rendere la situazione più in linea con la Costituzione, null'altro.
Una maggiore redistribuzione del reddito all'interno del Paese e una riduzione delle diseguaglianze, non farebbe bene anche all'economia?
Non sono economista, quindi non sono forse la persona più adatta a rispondere a questa domanda; però è noto che molti modelli mostrano quanto la propensione marginale al consumo decresca con il crescere del debito e la disponibilità economica. Quindi è evidente che se io ho relativamente poco spenderò quasi tutto, se ho un po' di più è altamente probabile che poco di quel di più io lo vada a risparmiare. Quindi non è necessario essere un economista per rispondere a questa domanda, perché di fatto è così: se ridistribuissimo in modo diverso e più strutturale, probabilmente l'economia ne risentirebbe positivamente in termini di consumo.
Professore, a suo giudizio basterebbe una patrimoniale o andrebbe ripensato il sistema fiscale nel nostro Paese?
Credo che la patrimoniale potrebbe essere un tassello di un ripensamento generale. Per fare questo avremmo bisogno di un po' di tempo, ma le proposte nel corso degli anni si sono accumulate, quindi non sarebbe necessario tanto tempo per arrivare ad una riforma fiscale che faccia della patrimoniale, se vogliamo, un punto di forza, ma non esclusivo; perché appunto ci sono tanti altri aspetti, dalle detrazioni agli incentivi, che a volte invece di redistribuire in modo costituzionalmente orientato vanno in senso contrario, cioè dal basso al verso l'alto e non dall'alto verso il basso.
Abbiamo chiarito che la patrimoniale non colpirebbe il cosiddetto ceto medio, ma colpirebbe soltanto i grandi o i grandissimi patrimoni. Il gettito che arriverebbe da questa imposta, a suo giudizio, come dovrebbe essere utilizzato?
Ripensando il sistema fiscale. Sarebbe molto importante intervenire con dei redditi di base o dei contributi continuativi che vadano a sostenere le busta paga dei meno ambienti, perché il fenomeno a cui si dà per ora ancora risposte insufficienti è quello dei lavoratori e delle lavoratrici poveri e povere. Avendo un extra gettito che, però, dal mio punto di vista non dovrebbe essere straordinario ma ordinario, è possibile anche ripensare le politiche sociali.
Nonostante la ragionevolezza di quel che lei ci sta dicendo, la parola patrimoniale nel nostro Paese sembra essere un tabù e non soltanto per i ricchi. Non ci sarà un equivoco di fondo?
È una domanda a cui da tempo cerco di dare risposta, ma non l’ho trovata. Registro che anche in occasione della proposta della Cgil di contributo straordinario c’è stata un'ostruzione istantanea, una levata di scudi da ogni parte politica anche dal centrosinistra. Perché c'è questa ostilità? Perché, la risposta che mi pare più sensata, c'è la convinzione che qualsiasi nuovo intervento fiscale possa danneggiare dal punto di vista del consenso. In realtà questo è un mito. Non è così: abbiamo esempi come la Spagna dove si è deciso di introdurre una nuova imposta che non ha penalizzato i partiti, anzi in alcuni casi ha anche consentito di incrementare i voti. Quindi, per concludere, si tratta di un’ostilità istantanea che è frutto di scarsa conoscenza del funzionamento della politica. Dunque il lavoro da fare per poter essere maggiormente ascoltati è proprio insistere e far capire che la patrimoniale è soltanto un segno di civiltà e giustizia sociale.

























