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Ma come, il primo missile made in Usa non fa in tempo ad accarezzare Teheran che a Milano il primo benzinaio imposta un due come prima cifra della sua pompa? Il greggio risale sopra i cento dollari al barile e il distributore celebra con entusiasmo anticipatore. Il petrolio attraversa oceani, il prezzo invece vola diretto dal Golfo Persico al cartellone luminoso della tangenziale.
Il rincaro appare subito luccicante, come da tradizione nazionale. Il carburante venduto oggi nasce da carichi acquistati ieri, ma il listino preferisce guardare al domani. Visione strategica, quasi profetica. Il mercato non vende ciò che ha pagato, vende ciò che immagina di pagare. Una forma superiore di divinazione commerciale.
Poi il contagio prosegue il suo viaggio elegante. Se il gasolio sale, salgono i trasporti. Se i trasporti salgono, ogni merce prende quota. Pane, frutta, elettrodomestici, tutto partecipa alla festa. La parola magica diventa inflazione, che riduce il potere d’acquisto con la delicatezza di una tassa invisibile.
A quel punto entrano in scena le banche centrali con la terapia classica. Tassi più alti per raffreddare la domanda. Funziona bene quando l’economia corre troppo. Qui invece l’incendio nasce dal lato dei costi, dall’energia che rincara. Risultato curioso, prezzi che salgono e credito che diventa più caro. Una doppia carezza al portafoglio.
Intanto Paesi indebitati come il nostro osservano il conto finale. Interessi più alti sul debito, meno spazio per la spesa pubblica, consumi che rallentano. Il governo promette mitigazioni e ingegnerie fiscali. Alla pompa però la filosofia resta semplice. Missili lontani, barili più cari, portafogli più leggeri.






















