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Mentre si avvicina il referendum costituzionale sulla riforma Nordio-Meloni del 22 e 23 marzo, la campagna dei comitati per il Sì si sta giocando molto sulla comunicazione. Slogan brevi, immagini semplici, argomenti che sembrano immediati. Il problema nasce quando la semplificazione diventa disinformazione. Nelle ultime settimane, sui social e in diversi interventi pubblici, si sono moltiplicate frasi e ricostruzioni che non corrispondono a ciò che davvero prevede la riforma.
Lo slogan dei “regimi totalitari”
La prima bufala riguarda uno slogan molto diffuso: “Giudici e pubblici ministeri insieme esistono solo nei regimi totalitari”. È una frase che circola nella propaganda del fronte favorevole alla separazione delle carriere. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche è uno degli argomenti più utilizzati dai sostenitori del Sì. Ma la realtà dei sistemi giudiziari europei è molto più articolata. Come spiegano analisi comparative citate da Pagella Politica, non esiste un modello unico europeo e la collocazione del pubblico ministero varia da paese a paese. Presentare la separazione come l’unico assetto democratico possibile è quindi una semplificazione fuorviante.
Il mito dell’Europa tutta uguale
Un altro argomento molto ripetuto è che la riforma servirebbe semplicemente ad “allineare l’Italia all’Europa”. Anche questa affermazione non regge alla prova dei dati. Gli studi del Consiglio d’Europa mostrano che nei diversi ordinamenti convivono modelli differenti. In alcuni paesi il pubblico ministero appartiene alla magistratura, in altri è separato, in altri ancora dipende formalmente dall’esecutivo pur mantenendo forme di autonomia. Dire che “in Europa lo fanno tutti” è dunque più uno slogan politico che una descrizione reale degli assetti giudiziari.
La promessa della fine delle correnti
C’è poi la promessa che il sorteggio per la composizione del Consiglio superiore della magistratura metterebbe fine al sistema delle correnti. È uno degli argomenti più usati nella campagna per il Sì. In realtà, come osservano diversi fact checking pubblicati sulla stampa, il sorteggio riguarda solo la modalità di accesso al Csm. Non elimina le correnti all’interno dell’associazionismo giudiziario, né impedisce che magistrati appartenenti a gruppi organizzati vengano comunque sorteggiati. Parlare di “fine delle correnti” è dunque una conclusione che la riforma non garantisce affatto.
Il giudice “finalmente terzo”
Un’altra narrazione molto diffusa è quella secondo cui con la separazione delle carriere il giudice diventerebbe finalmente “terzo”. Anche qui la formula è suggestiva ma ingannevole. Nel processo penale il pubblico ministero continua ad avere funzioni e poteri che un avvocato non possiede, a partire dal coordinamento della polizia giudiziaria e dall’obbligo di raccogliere anche prove a favore dell’indagato. L’idea di una perfetta simmetria tra accusa e difesa è quindi più retorica che realtà.
La promessa dei processi più veloci
Infine c’è la promessa più popolare: con il Sì i processi diventerebbero più veloci. Anche questa è una semplificazione che non trova riscontro nel contenuto della riforma. Il referendum riguarda soprattutto l’organizzazione della magistratura e i suoi organi di autogoverno. Non interviene direttamente sulle norme processuali che determinano la durata dei procedimenti. Collegare automaticamente la riforma alla riduzione dei tempi della giustizia significa attribuirle effetti che il testo non prevede.
Un voto informato
In una campagna referendaria è normale che ogni parte sostenga le proprie ragioni. Ma quando il dibattito si riempie di slogan e ricostruzioni imprecise, il rischio è che i cittadini votino sulla base di messaggi distorti. E su una riforma costituzionale, più che mai, la prima condizione della democrazia resta una sola: sapere davvero di cosa si sta parlando.






















