PHOTO
Rita Rapisardi è una cronista freelance scivolata, suo malgrado, nel tritacarne del circo mediatico (e politico) per aver fatto il suo lavoro. “Ero al giornale (il Manifesto, ndr) quando mi sono resa conto che tutti i quotidiani online aprivano con quel video del pestaggio del poliziotto a Torino e visto che io ero lì a pochi metri e avevo visto tutto, ho scritto di getto questo post, abbastanza diretto, come accade quando scrivi sui social. Ho semplicemente raccontato quello che era successo prima…”. Un post diventato presto, prestissimo, virale, coperto, con la stessa rapidità, di insulti e minacce. Prima i leoni da tastiera, poi una parte della categoria, su giornali e in tv, “di colleghi che hanno scritto articoli diffamandomi, colleghi che mi hanno insultata, colleghi anche famosi, direttori di quotidiani, che mi hanno attaccata. Chiamate in redazione di persone che mi cercavano, minacce dalle forze dell’ordine, come ha denunciato oggi sul suo editoriale sul Manifesto il direttore Fabozzi. Io ho evitato di difendermi perché non sarebbe servito a niente, ho continuato semplicemente a fare il mio lavoro”.
Perché è importante quello che hai fatto e, più in generale, perché è importante il lavoro del cronista? “Oggi è fondamentale. La tendenza diffusa è quella di guardare un video di pochissimi secondi sui social, che in questo processo hanno inciso tantissimo, e accettare la verità preconfezionata che li accompagna o che sembra lampante guardando solo quei pochi secondi. Il mio post, tentando di ricostruire in modo completo la vicenda, cercava di stimolare una riflessione, il pensiero critico, che le persone andassero oltre e si facessero qualche domanda in più...quando ho letto da più parti che il poliziotto era stato trascinato via dal gruppo di violenti, mi è venuto spontaneo scrivere come fossero andate davvero le cose, visto che questa scena, tra l’altro, nel video non c’è, non essendo accaduta”.
Quella del pensiero critico azzerato dai social è una china pericolosa… “Pensiamo ai video degli assassinii compiuti dall’Ice a Minneapolis su Renée Good e Alex Pretti. In questo caso le evidenze dei filmati non sono bastate a una parte non piccola dell’opinione pubblica grazie alle pressioni della Casa Bianca che, attraverso comunicati e dichiarazioni sui social, ha messo in piedi ricostruzioni che orientassero i cittadini, chiamando le vittime terroristi o insinuando che Pretti stesse tentando di rubare l’arma agli agenti, fatto per altro smentito dal video. Quello che è più importante, insomma, è fare il nostro lavoro di cronisti perché lettori e utenti possano poi esercitare il proprio spirito critico utilizzando tutto quello che gli strumenti di cronaca mettono a loro disposizione. Ed esercitando noi per primi lo spirito critico. Sul giornale io stessa sono tornata il giorno dopo sulla ricostruzione dei fatti e dopo aver raccontato quell’episodio tremendo delle violenze al poliziotto – tremendo perché si è trattato di un pestaggio di più persone contro un solo uomo – ho però ricostruito anche i tantissimi altri episodi molto violenti in cui sono state le forze dell’ordine a caricare i manifestanti”.
“Torino è una città dura”, ci dice seguendo il filo del suo ragionamento. Una città in cui il conflitto esplode spesso durante le proteste. “E di manifestanti massacrati ne ho visti a decine. In pochissimi hanno raccontato la stagione lunghissima – e molto recente – delle proteste per l’alternanza scuola lavoro, esplose nei licei e negli istituti superiori della città dopo la morte di Lorenzo Parelli, un ragazzo giovanissimo schiacciato da una pressa nel 2022 durante uno di questi stage. È partita da lì una lunga stagione di proteste nei licei qui a Torino – a un certo punto si arrivò all’occupazione contemporanea di decine di scuole – una mobilitazione portata avanti da ragazze e ragazzi, non certo da terroristi organizzati con le molotov nello zaino. Eppure in quelle occasioni ci sono stati pestaggi durissimi da parte delle forze dell’ordine, studenti con ossa rotte, teste rotte. Ne ho visti tanti, non mi pare che siano usciti sulle prime pagine dei giornali”.
Adesso, tuo malgrado, sei diventata famosa. Resti una cronista? “Mi hanno chiamato tanti programmi tv, ma andare in tv per me non sarebbe un salto di qualità. Il mio è il viso di una cronista e vorrei continuare a fare la cronista senza che chiunque possa riconoscermi. Non amo neanche i social e sono gelosa della mia vita privata. Tengo tantissimo però che si metta in evidenza che sono una freelance, nel caso della manifestazione a Torino stavo lavorando con il Manifesto. Non sono assunta. Ci tengo perché siamo noi freelance a mandare avanti l’informazione, i giornali ormai riescono a uscire grazie alle collaborazioni esterne”.
“Eppure non abbiamo tutele, se ci facciamo male sono ‘affari nostri’, se ci succede qualcosa sono ‘affari nostri’. Anzi, ringrazio in questo momento il sostegno e la vicinanza del Manifesto e di Radio Popolare, altra testata con la quale spesso collaboro, che si sono anche offerti di coprire le spese legali nel caso fossi oggetto di querele. Ma non sono una giornalista dipendente, sono freelance...siamo precari, siamo tantissimi, e troppo spesso ci si dimentica che il giornalismo è nelle mani di persone che non hanno tutele, malattia, maternità, ferie, permessi, garanzie. Di recente un collega freelance è stato picchiato durante una manifestazione di femministe, ha preso due pugni da un violento che gridava minaccioso il proprio disprezzo verso le donne in piazza e che gli ha distrutto la macchina fotografica professionale da cinque mila euro. E noi tutti, amici e colleghi, abbiamo fatto una colletta online e siamo riusciti a raccogliere i soldi per risarcirlo, mentre chi lo aveva mandato lì come collaboratore non ha mosso un dito. Questo è la condizione attuale della maggioranza delle persone che fanno informazione oggi in Italia”.


























