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L’Udi ha deciso di esporsi per il NO al referendum raccogliendo le sollecitazioni delle nostre iscritte nei vari territori e anche perché, nel confronto all’interno del direttivo nazionale, è emersa una posizione unanime.
Abbiamo ritenuto di prendere posizione perché ogni decisione politica ci riguarda, in quanto donne. E proprio in quanto donne sappiamo, per esperienza storica, che l’accesso alla giustizia non è mai stato un fatto neutro.
Questa riforma non interviene sui problemi reali che le donne incontrano quando cercano tutela e riconoscimento, ma rischia di indebolire gli strumenti di garanzia attraverso meccanismi che, invece di offrire certezze, sollevano dubbi e incertezze.
I dati dimostrano che il paventato pericolo di connivenza tra giudici e pubblici ministeri non esiste. La significativa percentuale di assoluzioni conferma che il giudice esercita in piena autonomia la propria funzione, senza recepire automaticamente le richieste dell’accusa. Entrambi operano oggi al servizio della legge, con ruoli diversi ma con un obiettivo comune: la ricerca della verità. È dunque legittimo chiedersi perché si intervenga su questo equilibrio e quale sarà, in prospettiva, il ruolo del pubblico ministero. Al servizio di quali priorità, di quali interessi, di quali logiche risponderà?
L’impossibilità di dare una risposta chiara a queste domande genera disorientamento e solleva interrogativi ancora più gravi quando si guarda alla tutela delle donne che denunciano violenze e maltrattamenti.
Il riconoscimento della violenza maschile non è mai stato automatico. La possibilità di denunciare, di essere credute e protette è il risultato di decenni di lotte e ancora oggi incontra resistenze, minimizzazioni e forme di vittimizzazione secondaria. In questo contesto, qualsiasi trasformazione che introduca incertezza o renda l’azione giudiziaria più esposta a orientamenti esterni rappresenta un rischio concreto. I diritti delle donne non hanno mai coinciso spontaneamente con il consenso generale, e per questo è essenziale che la magistratura resti pienamente autonoma e indipendente.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il meccanismo del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno della magistratura. Oggi le donne sono numerose tra i magistrati, ma la loro presenza si riduce drasticamente nei ruoli apicali e nei luoghi decisionali. Al Consiglio Superiore della Magistratura le donne restano una minoranza. Il sorteggio, in assenza di strumenti che garantiscano equilibrio, rischia di cristallizzare queste disuguaglianze, rendendo ancora più difficile costruire una rappresentanza equa.
Regole solo apparentemente neutrali possono produrre effetti profondamente diseguali.
Giulia Potenza, Udi
Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No


























