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Il prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è, probabilmente, la sfida più ostica che i cittadini, e i rispettivi comitati referendari, si troveranno ad affrontare, per la tecnicità della materia e la distanza fra richieste dei cittadini e soluzioni proposte. Perché sì, iniziamo a dirlo chiaramente, nessuna delle novità introdotte risponde all’esigenza di abbreviare i processi, eliminare o ridurre gli errori giudiziari, avere una giustizia più giusta ed efficiente.
E, allora, perché andare a votare? Perché questa riforma si iscrive nel trittico degli obiettivi voluti dal presente governo per modificare profondamente la nostra democrazia e concentrare i poteri in mano dell’esecutivo.
L’autonomia differenziata, voluta dalla Lega, che impedisce a monte il pieno godimento dei diritti, in modo uguale e sostanziale, su tutto il territorio nazionale (con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione); il “premierato”, voluto da Fratelli d’Italia, che concentrerà nel mani di un uomo o una donna sola al comando il potere esecutivo; la riforma della giustizia, che – lungi dal risolvere i problemi più sentiti dai cittadini – ha come obiettivo reale quello di spaccare la magistratura, in applicazione della più classica strategia del divide et impera, e addomesticare le procure, attraendole nella sfera del potere esecutivo
Non una riforma per i diritti, quindi, ma una riforma sui poteri e, in particolare, una riforma preparatoria di altre possibili novità normative che – pur lasciando integro il principio di autonomia e indipendenza della magistratura di cui all’articolo 104 della Costituzione – avranno come scopo quello di renderla nei fatti condizionata e assoggettata al governo.
Una tecnica normativa già adottata da altri governi in precedenti riforme e proposte di riforme costituzionali già bocciate dagli elettori, che a parole rispetta i principi, ma nella sostanza fa di tutto per neutralizzarli. Anche questa volta si propone la riforma sotto l’allettante obiettivo della separazione delle carriere, che si sarebbe potuto raggiungere con una semplice legge ordinari, ma si persegue un profondo riassetto della giustizia a livello costituzionale, mettendone a repentaglio l’autonomia e la separazione dei poteri.
In primis con lo sdoppiamento del Csm in due tronconi, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, dove solo i magistrati sono estratti a sorte fra tutti e in modo, quindi, assolutamente casuale, mentre la componente laica del governo viene sorteggiata fra i membri scelti dalla maggioranza, con un evidente supremazia e autorevolezza dei secondi sui primi.
Ancor di più, con l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, composta secondo lo stesso criterio sperequativo, cui demandare le decisioni in materia di sanzioni ai magistrati, senza nessuna possibilità di appellarsi a un giudice terzo (decide sempre l’Alta Corte in diversa formazione e secondo modalità che, in base ai desiderata della maggioranza, dovrà decidere la legge ordinaria).
Perché tutto questo? Lo dice lo stesso ministro Nordio, quando afferma (testuali parole): “Mi stupisco che una persona intelligente come Elly Shlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui riuscissero ad andare al governo”. Una “confessione” in piena regola dell’obiettivo reale della riforma: sottomettere i pm all’esecutivo per agire indisturbati nell’azione di governo, neutralizzando proprio quel potere che, per funzione costituzionale, dovrebbe controllare (anche) chi governa.
L’inizio di una deriva autoritaria, debole coi forti e forte coi deboli, che va stroncata sul nascere. Per questo, ancora una volta, occorre mobilitarsi, per bocciare la deforma con un sonoro No.
Anna Falcone è componente del Comitato referendario nazionale “Giusto dire No”


























