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Domani, 24 gennaio, tutti in piazza a Massa dietro allo slogan “La protesta non è reato”. Il concentramento è previsto alle ore 10 in Piazza IV novembre, di fronte alla stazione ferroviaria. La manifestazione è stata indetta contro l’avviso che la Procura massese ha spedito a 37 persone presenti al corteo dello scorso 3 ottobre, quando fu indetto uno sciopero in solidarietà con la popolazione palestinese e gli equipaggi della Global Sumud Flotilla. Collettiva ha intervistato il segretario generale della Cgil Toscana, Rossano Rossi.
Segretario, qual è il clima politico e sociale?
Un clima veramente preoccupante. Domani manifesteremo a Massa e, spero, saremo in tanti, perché la posta in palio è qualcosa che va oltre la giusta solidarietà ai compagni raggiunti da un avviso di garanzia. E va persino oltre la volontà di riaffermare le istanze di quella giornata di sciopero e corteo di ottobre, indetti contro il genocidio del popolo palestinese – che è tutt’altro che finito –.
E qual è la vera posta in gioco?
Noi crediamo che la vera posta in palio nella piazza di domani sia l’essenza della Costituzione, l’articolo 21. Perché il governo persegue la repressione del dissenso e la criminalizzazione della protesta: chi protesta per la giustizia sociale, per la pace e contro la guerra, per il lavoro, anche quando non succede nulla, come a Massa lo scorso 3 ottobre, viene indagato, multato e rischia di essere rinviato a giudizio. Poi a Roma ad Acca Larenzia una folla di fascisti si produce nel saluto romano e il governo non fa e non dice niente.
Nel mirino delle proteste c’è il decreto sicurezza.
La Cgil l’aveva capito subito. Fin dai tempi in cui il decreto veniva dipinto come una misura contro i rave ‘selvaggi’. La Cgil lo aveva capito già allora che in realtà si trattava di una misura per colpire chi non la pensa come Meloni, Salvini e gli altri. E domani lo ribadiremo in una città come Massa, che ha pagato con il sangue dei suoi cittadini la liberazione dal nazifascismo e la possibilità di riaffermare in questo Paese la democrazia. Perché chi non accetta di essere contestato va contro la Costituzione. Per questo scendiamo in piazza domani. Immaginate che una fabbrica chiuda e i lavoratori vadano a protestare davanti ai cancelli. Di questi tempi rischiano di essere arrestati. Una cosa da pazzi. Per questo siamo molto preoccupati.
Come si esce da questa situazione?
Insieme a noi lo scorso 3 ottobre c’erano anche tanti giovani che, per fortuna, nel nostro Paese trovano il coraggio di mobilitarsi per un futuro migliore, nonostante le catastrofi ambientali, il disastro sociale, il rischio concreto che debbano partire come soldati, visti i tempi che corrono, e le denunce nel caso in cui decidano di partecipare a una protesta. Molti sui social hanno scritto che se fossimo restati a casa non sarebbe successo nulla: anche se i partigiani fossero rimasti a casa non sarebbe successo nulla e adesso marceremmo tutti al passo dell’oca. Ecco perché spero che domani saremo in tanti: noi zitti e buoni a casa non ci restiamo. E se quei 37 saranno rinviati a giudizio, in Toscana sarà sciopero generale.
Segretario, il clima che descrivi richiama quel che sta succedendo negli Stati Uniti d’America: dall’assassinio di Renee Good all’arresto del bimbo di cinque anni. Siamo tutti sulla stessa barca.
La deriva è in atto in tutto il mondo. Prima ci hanno convinto che la lotta di classe fosse finita, poi hanno polarizzato la ricchezza in maniera schifosa, anche in Italia. Qui da noi hanno disintegrato il mondo del lavoro. Quando ero giovane c’era lo spettro della disoccupazione, ma se trovavi un lavoro avevi una prospettiva. Oggi, tra bassi salari e precarietà, ormai, si è poveri anche lavorando. Questo è il contesto, in Italia e nel mondo. Se ci sono problemi internazionali si pensano di risolverli con la guerra, si gettano miliardi di euro in un riarmo che è ben lontano dal concetto di deterrenza. E domani i nostri giovani rischiano di essere mandati al macello. È un mondo che non va assolutamente bene. Noi abbiamo il dovere, nei confronti dei nostri ragazzi, di scendere in piazza. E per fortuna che questi giovani sono più reattivi di quello che si dice.

























