L’allargamento del conflitto scatenato dai bombardamenti israeliani e statunitensi sull’Iran del 28 febbraio è ormai un dato di fatto. Gli aggiornamenti che ci arrivano sugli scambi di attacchi tra i Paesi coinvolti sono incessanti. Il Libano è il Paese che tra i primi è rimasto coinvolto in questo botta e risposta armato, con morti e distruzione, ancora una volta, come sempre quando si muovono gli equilibri mediorientali.

Raccogliamo la testimonianza, ma anche l’analisi, di una donna italiana che ha fatto del Libano la sua seconda casa, non solamente professionale, ma anche affettiva. La chiamiamo Marzia, una prudenza e una delicatezza, quella dell’anonimato, per non creare eventuali problemi alle persone a lei care che in questo momento si trovano in Libano, ma anche in Israele.

“Il dolore è quello che abbiamo tutti in un momento storico terribile come questo, per un Libano che viene sempre coinvolto in tutte le guerre della regione non essendo però mai protagonista, ma coinvolto in guerre che i libanesi si augurano di non vivere”, dice Marzia: “Sono anni e anni che escono da una guerra e rientrano in un'altra, risorgono poi muoiono di nuovo. Questo è un momento in cui tutto il Sud, un'intera regione, viene spostata a Nord, con l’evacuazione di interi villaggi, o con villaggi che invece non vogliono svuotarsi, ad esempio quelli cristiani”.

Una popolazione eterogenea

La realtà del Libano è infatti moto composita dal punto di vista religioso e di etnie: “Nel Sud vi è una maggioranza sciita legata alla componente Hezbollah, però ci sono anche pochi villaggi cristiani. Poi c'è la zona di Tiro dove risiedono i cristiani, mentre Sidone è a maggioranza sunnita. Ho visto però che è stata bombardata anche Sidone, quindi ormai non c'è più un criterio di distinzione”.

Prosegue Marzia: “Per me, il dolore per quanto sta accadendo è accresciuto perché, oltre alla situazione generale, penso alle singole vite: conosco personalmente molti libanesi, le persone con cui lavoro nel Sud del Libano e che sono giovani, operai, studenti”.

Lo sfascio economico

In altre occasioni Marzia si diceva infatti molto preoccupata anche per le condizioni economiche e lavorative dei libanesi: “Tutta l'economia è saltata: so, ad esempio, che non sono stati in grado di fare la raccolta delle olive della quale loro vivono. Questo è accaduto in parte perché hanno paura, ma anche perché gli è stato proprio impedito”.

Marzia così continua: “Non so se la notizia possa essere confermata, ma mi hanno riferito che hanno gettato il disolfato sulle piante provocando un danno economico enorme, in una crisi che già era devastante. Nel 2000 il Libano è andato in bancarotta (era stato dichiarato ufficialmente il default per la prima volta nella storia libanese, ndr), quindi stiamo parlando di un Paese devastato. 

Spesso mi chiedo, continua la nostra testimone, come faccia “ad andare avanti. O meglio, so bene che va avanti con la diaspora, vale a dire tutto il Libano fuori dal Libano, una delle più grandi comunità in Canada, in Sud America, in Africa e in altri Paesi: tutti mandano alle famiglie i soldi, quindi chi rimane vive dei trasferimenti senza che ci sia un'economia libanese autonoma".

Con il suo lavoro Marzia porta benefici alla comunità libanese dove opera, e l’impossibilità di proseguire i suoi lavori priva di parte del loro sostentamento le persone che lei conosce da anni. “Non ho una missione particolarmente ricca – ci spiega – però nel nostro piccolo, per uno o due mesi, forniamo loro un ritorno economico, tra l'affitto della casa, la missione di una decina di persone che vivono in questo Paese, gli operai e gli ingegneri che assumo per lavorare, noi italiani che facciamo acquisti di alimentari e altro. E ci sono tante altre missioni, non solamente italiane, spesso legate alla cultura”.

“Loro sicuramente ci aspettano”, prosegue: “A fine settembre 2023 avevamo fatto proprio una grande giornata nel Paese per ricordare i dieci anni della missione dove avevano partecipato, felici, tutti gli operai, il sindaco, la cittadinanza, della quale ormai anche noi siamo parte. Dopo dieci anni che vai nella stessa casa ti senti parte di quella comunità”.

Poi è arrivato il 7 ottobre: “È successo quello che è successo, quindi abbiamo chiuso. Mi sento personalmente molto coinvolta perché conosco le persone, le situazioni. Inoltre, gli attuali mezzi di comunicazione fanno sì che, ad esempio attraverso WhatsApp, io posso avere notizie e immagini impressionante in tempo reale. Vivo la guerra in diretta, con i video dei bombardamenti...”. Marzia, come in altri momenti della nostra conversazione, si commuove.

Il Libano ha anche vissuto il dramma dei profughi siriani della guerra: “Dopo il cambio di regime in Siria i profughi hanno iniziato a tornare a casa, un esodo e un controesodo di gente, come anche vediamo nei campi profughi palestinesi, di genti che con tutte le masserizie e anche le greggi fuggono dalle loro terre. Ho visto le immagini di un uomo che con il suo gregge si è fatto due giorni di cammino dalle campagne vicino a Tiro per andarsene nella valle della Bekaa, parliamo di circa 150 chilometri: mi ha fatto un'impressione pazzesca, un dramma da piangere”.

La religione e la società 

In Medioriente la componente religiosa nella società è molto presente, tanto che spesso, erroneamente, si parla di guerre religiose nell’area. Questa componente può essere spesso uno strumento per i regimi, per il potere, per cercare di acquisire il consenso o suscitare il dissenso.

Marzia ci spiega però che questa componente legata alle religioni ha diverse sfumature, nonostante il suo forte radicamento. “Le donne con il velo nero, ma con il volto scoperto, mi ricordano il Sud dell’Italia negli anni Quaranta. Figure femminili molto forti, energiche, che tengono insieme la famiglia con ruoli ben definiti. Ci sono poi due partiti, e uno è la costola religiosa dell’altro. Ci sono cerimonie religiose, come quella annuale della Ashura, dove vedi ragazzini in marcia militare con piccoli fucili e capisci il tentativo di farli crescere con l’ottica del martirio, e questo non aiuta. Dobbiamo anche tenere conto che questi regimi religiosi forniscono appositamente sicurezza, come abbiamo visto anche in Iran: garantiscono l’istruzione dei figli, la sanità, il welfare”.

Sono elementi che, in Paesi dove la ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi, servono ad avere consenso alle classi egemoni. Questo vale soprattutto per le zone rurali, perché mentre il Sud è organizzato da Hezbolla, “Beirut invece è una città cosmopolita, molto aperta”, dove la vita di prassi procede in modo non dissimile dalla nostra.

Marzia ha anche affetti che in questo momento si trovano bloccati o vivono in Israele. Anche in questo caso, vista la risposta iraniana (e non solo) ai bombardamenti, la preoccupazione è grande, perché le notizie che le giungono sono testimonianze di prima mano. “I miei amici in questo momento vivono nei rifugi. Ho molti colleghi, molti studiosi cui sono anche molto affezionata perché sono persone di valore professionale e umano, e sono in contatto con loro via mail. Vivo un contrasto forte emotivamente tra il sapere che esistono delle belle persone in Israele che non stanno dalla parte di Netanyahu e che vivono un momento drammatico”.

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“È un grande dolore – prosegue Marzia – sapere che da una parte del confine ho il mio studente Hezbolla che è lì, che combatte, e dall'altra parte altri affetti che le bombe le ricevono. Mi riporta a una questione generale che viviamo tutti in modo anonimo, ma che invece coinvolge persone singole, vite vere”. Quanto ci racconta è emblematico dell’assurdità, della disumanità delle guerre, è “La guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè.

“Come noi – conclude –, le persone che stanno in Libano, in Siria, in Medio Oriente vogliono vivere tranquilli, che è, alla fine, lo scopo della vita. Quello che ho imparato recandomi in questi luoghi è che le persone semplici vogliono cose semplici, una vita normale, farsi la famiglia, avere dei figli, viaggiare, farsi conoscere e conoscere gli altri”.