Come volevasi dimostrare. La riforma della filiera tecnologico-professionale, con la sperimentazione quadriennale per istituti tecnici e professionali, si sta rivelando un flop. Le scuole dicono quasi tutte no a una riforma che mette la scuola al servizio delle esigenze formative delle imprese che finiscono – addirittura – per invadere il compito per eccellenza della comunità educante: quello della programmazione didattica.

Non sono sensazioni, ma numeri rilevati da un’indagine sul territorio nazionale condotta dalla Flc Cgil e in base ai quali risulta che l’istruzione in quattro anni è stata accolta da appena il 5,7% delle scuole. Nelle regioni sinora monitorate – Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Friuli, Toscana, Umbria, Sicilia e Sardegna – su 981 istituti, solo 56 hanno aderito alla proposta Valditara.

Il quale ministro ha invece annunciato 100 sperimentazioni, che sarebbero comunque un risultato di scarsissimo rilievo, visto che il titolare del dicastero, commenta Graziamaria Pistorino, segretaria nazionale della Flc Cgil, “ha utilizzato ogni tipo di sollecitazione per portare le scuole a deliberare un prodotto poco attrattivo, la quadriennalità, e ha fallito nel suo intento”.

Leggi anche

Insomma, le pressioni sulle scuole – con i collegi dei docenti convocati in tutta fretta durante le vacanze natalizie – non sono bastate. Interessante anche sottolineare il fatto che nel 2021 il tentativo fatto dal ministro Bianchi per lanciare percorsi quadriennali era arrivato a 243 adesioni, certamente poche rispetto alle 1.000 che era l’obiettivo dell’allora ministro, ma oltre il doppio di quelle attuali.

“Tutto l'impianto della filiera tecnologico-professionale si basa sul concetto di meno scuola, più avviamento al lavoro e più dipendenza dalle imprese locali – commenta Pistorino –. Per questo la maggior parte dei collegi docenti hanno giustamente detto di no”.

La sperimentazione, che partirà dal 2024, prevede un coinvolgimento del 30% massimo degli istituti tecnici e professionali, e degli IeFp, cioè i percorsi regionali di formazione professionale. I percorsi avranno la durata di quattro anni, con un rafforzamento dell’apprendistato di primo livello (dopo i 15 anni) e – non fossero bastati gli incidenti mortali di questi anni – dei Pcto, cioè la nuova alternanza scuola-lavoro. Non potevano mancare, ovviamente, i docenti esterni provenienti dal mondo produttivo, come se essere capaci di insegnare fosse una competenza facilmente acquisibile.

Terminato il quadriennio, gli studenti potranno accedere – successivamente a una certificazione dell’Invalsi per chi proviene dalla IeFP – al biennio Its Academy, vale a dire a un livello di istruzione terziaria ma non universitaria. Il tutto all’insegna della flessibilità organizzativa e didattica. Non è un caso che il progetto abbia suscitato il plauso di Confindustria, il cui vicepresidente, Gianni Brugnoli, parla di una riforma che finalmente “ha come obiettivo preciso quello di favorire la maggiore occupabilità dei giovani, salvaguardando competitività e crescita del paese”.

Leggi anche

Italia

Meno scuola, più impresa

Meno scuola, più impresa
Meno scuola, più impresa

Il ruolo dell’Invalsi è tra i punti più contestati. Per accedere ai due anni degli Its Academy, a differenza dai loro colleghi dei percorsi statali, i ragazzi e le ragazze che provengono dalla formazione professionale regionale, anziché sostenere un esame di stato verrebbero valutati da una certificazione dell’Invalsi. “È un fatto gravissimo – commenta Pistorino –. Si tratta di un’operazione di scardinamento del sistema ordinamentale e che ha come risultato un forte indebolimento del valore legale del titolo di studio”. In questo modo, infatti, non sarà più l’istituzione scolastica a certificare le competenze acquisite con l’esame di Stato, ma un ente terzo, fuori dal sistema nazionale di istruzione.

Se è vero, continua la sindacalista, che “il lavoro rappresenta l'ambito di realizzazione professionale dei futuri cittadini, in esso gli studenti, tutti gli studenti del nostro Paese, devono investire creatività e competenza, caratteristiche che si ottengono con più scuola, più approfondimento e anche con più laboratori ed esercitazioni pratiche, programmate da un sistema di istruzione nazionale in cui si crede e in cui si investe”.

Solo così, conclude Pistorino, “studentesse e studenti, ma anche l'intero sistema economico nazionale, potranno crescere ed affrontare le complesse sfide globali che ci attendono, a partire dal green e dal digitale”.

Tutt’altra, come si diceva, la direzione in cui si muove la filiera, in coerenza con la riforma degli istituti tecnici e con il liceo del made in Italy. Insomma, una prima vittoria anche per la Flc Cgil che ha da subito contestato l’impianto culturale proposto da una riforma finalizzata a costruire un percorso abbreviato e al servizio delle imprese del territorio.