PHOTO
Arrivano in Cassazione due leggi popolari e l’aria cambia, come quando qualcuno apre una finestra in un salotto saturo di deodorante misto ascella. Una parla di appalti, l’altra di salute. Due parole che a Palazzo Chigi scivolano via, mentre fuori fanno tremare stipendi e respiri.
La prima mette mano alla grande finzione produttiva: l’appalto diventa catena elegante e il lavoro si assottiglia a ogni passaggio. Si osa l’indecenza di dire che chi lavora fianco a fianco merita uguale salario e diritti, che il committente risponde davvero, che le partite Iva smettono di essere carne a buon mercato, che l’appalto finto diventa assunzione vera. Una grammatica semplice, dunque intollerabile.
La seconda entra nel reparto più affollato della nostra Repubblica, quello dell’attesa. Propone risorse stabili, personale assunto, territorio curante, tempi certi, meno esternalizzazioni. In sostanza restituisce al Servizio sanitario nazionale una vocazione pubblica, universale, quasi imbarazzante per chi ha trasformato la cura in un percorso a ostacoli con ticket e scorciatoie private.
Il filo che lega le due proposte taglia in diagonale il discorso dominante. Da un lato il lavoro ridotto a costo variabile, dall’altro la salute trattata quale occasione di mercato. Il risultato si vede: diritti che si consumano lungo i subappalti, corsie che si svuotano per riempire studi convenzionati. Una doppia sottrazione, ben educata, presentata quale efficienza.
Menomale che c’è qualcuno che deposita firme e parole, rimettendo in circolo un’idea fuori moda: l’uguaglianza quale criterio operativo. Non una formula, ma una regola che inchioda responsabilità e redistribuisce equilibri. E fa paura proprio per questo. Perché obbliga a scegliere tra il cerotto e la ferita.






















