1920 - I Consigli di fabbrica e la sfida del potere operaio: lo sciopero delle lancette
È il 1920, nella grande stagione di conflitti del primo dopoguerra, nelle fabbriche italiane prese forza una nuova forma di rappresentanza: i Consigli di fabbrica, che già avevano iniziato a essere un fattore nel 1919. Questi organismi erano eletti direttamente dai lavoratori, con rappresentanti per reparto, e si proponevano come strumento di controllo operaio sulla produzione e base di un possibile potere proletario. Il laboratorio più avanzato fu Torino, cuore dell’industria metalmeccanica. Figure come Antonio Gramsci e gruppi come L’Ordine Nuovo videro nei consigli il nucleo di una trasformazione sociale profondamente democratica. In altre parole, i consigli non erano solo comitati di lotta sindacale, ma tentativi di autogoverno dei lavoratori dentro le fabbriche, e speranza di un salto politico oltre le forme di organizzazione tradizionali.
Il Paese era uscito dalla guerra segnato da inflazione, crisi produttiva e forti tensioni sociali. In questo quadro, i Consigli apparvero innovativi perché mettevano in discussione i meccanismi della fabbrica e rivendicavano un ruolo nelle decisioni su orari e condizioni di lavoro. Proprio per questo la CGdL li osservò con crescente preoccupazione: temeva che organismi eletti anche da non iscritti potessero scavalcare la mediazione sindacale.
Fu in questo clima che a Torino, tra marzo e aprile 1920, esplose lo “sciopero delle lancette”. L’innesco fu l’introduzione dell’ora legale, che spostò in avanti gli orologi e modificò l’avvio dei turni: una misura vissuta come un aggravio, in una quotidianità già segnata da fatica e salari erosi dall’aumento dei prezzi. La protesta si allargò rapidamente: migliaia di operai incrociarono le braccia e, per giorni, una parte significativa dell’industria torinese rallentò o si fermò.
La vertenza, nata da una questione concreta, divenne subito una prova di forza sul riconoscimento delle rappresentanze interne e sul ruolo dei Consigli all’interno della fabbrica. Questi organismi guidarono la mobilitazione, ma la CGdL, insieme al PSI, scelse una linea di contenimento: il Consiglio nazionale confederale, sotto la guida di Ludovico D’Aragona, evitò l’estensione dello sciopero a livello nazionale e puntò a ricondurre lo scontro in un quadro negoziale. Il governo cercò di mediare la crisi, spingendo verso accordi che migliorassero condizioni materiali ma non riconoscessero politicamente i consigli di fabbrica come istituzioni di potere. Questo fu l’effetto di quello che in Italia viene spesso ricordato come lodo Giolitti. La conseguenza fu che gli operai accettarono il compromesso e sgomberarono le fabbriche,
Lo sciopero delle lancette restò un passaggio decisivo perché anticipò i nodi che sarebbero esplosi pochi mesi dopo con le occupazioni delle fabbriche del settembre 1920: il punto più alto di quella stagione e, insieme, l’inizio della sua chiusura.
1921 - Livorno: la politica si divide, il sindacato resta
Nel gennaio del 1921 Livorno fu teatro di una svolta decisiva ed epocale per il movimento operaio italiano. Qui infatti, si svolsero, quasi in parallelo, due congressi che misero in evidenza scelte profondamente diverse: da un lato la scissione sul piano politico, dall’altro la decisione del sindacato di restare unito, nonostante tensioni e divisioni interne.
Al XVII congresso del Partito Socialista Italiano, aperto il 15 gennaio, il confronto interno giunse al punto di rottura. Al centro dello scontro vi fu il rapporto con l’Internazionale comunista, che chiedeva ai partiti socialisti europei di accettare una disciplina rigida e di rompere con le correnti riformiste. La maggioranza del PSI respinse quelle condizioni. La corrente comunista, guidata da Amadeo Bordiga e sostenuta dal gruppo torinese di Ordine Nuovo animato da Antonio Gramsci, abbandonò l’assemblea. Il 21 gennaio nacque il Partito Comunista d’Italia: la scissione del socialismo italiano si compì sul piano politico.
Negli stessi giorni, sempre a Livorno, si riunì il congresso della Confederazione Generale del Lavoro. Il clima fu segnato dalle grandi mobilitazioni del primo dopoguerra, dalle aspettative nate con i Consigli di fabbrica e dalle delusioni seguite all’occupazione delle fabbriche. Intanto la crisi della riconversione industriale aprì una fase nuova, fatta di licenziamenti e disoccupazione. Anche nel sindacato le divisioni furono evidenti, ma l’esito fu diverso.
La minoranza comunista non forzò la rottura e la CGdL rimase unitaria. La scissione fu evitata riconoscendo formalmente il ruolo della nuova minoranza, mentre il confronto politico si spostò progressivamente fuori dal sindacato e si concentrò nel partito appena nato. All’interno della CGdL non maturò un bilancio critico sui limiti dell’esperienza dei Consigli di fabbrica e il dibattito perse forza propositiva, ma l’unità confederale fu preservata.
Dal 1921 si aprì una fase di regressione per il movimento operaio. La scissione politica ridusse la capacità di iniziativa complessiva dei lavoratori; la CGdL, pur restando unita, adottò una linea difensiva e assunse un ruolo di equilibrio nel sistema liberale dell’epoca. A Livorno, mentre la politica si divise, il sindacato scelse di non spezzarsi, segnando una differenza destinata a pesare in modo importante negli sviluppi successivi.
1922 - Sciopero legalitario e difesa della Camera del Lavoro di Bari
Primavera 1922. A Bari le bandiere rosse tornano a sventolare nelle piazze, ma l’aria è carica di tensione. Le squadre fasciste presidiano le strade, le Camere del lavoro sono nel mirino, le campagne pugliesi attraversate da una violenza quotidiana. È l’anno in cui il movimento operaio tenta l’ultima difesa prima della marcia su Roma.
Giuseppe Di Vittorio, bracciante di Cerignola e dirigente sindacale cresciuto nell’Unione sindacale italiana, è ormai un punto di riferimento per contadini e operai della Capitanata e della Terra di Bari. L’anno precedente era stato arrestato con l’accusa di aver alimentato le reazioni dei lavoratori alle aggressioni delle squadre di Caradonna, sostenute dal padronato agrario. Eppure, nonostante intimidazioni e minacce, alle elezioni del 1921 viene eletto deputato nelle liste socialiste insieme a Giuseppe Di Vagno. Per la prima volta un bracciante entra in Parlamento.
L’assassinio di Di Vagno, nel settembre 1921, segna una svolta. Di fronte a uno squadrismo sempre più aggressivo e al fallimento del patto di pacificazione, Di Vittorio cerca l’unità tra le diverse anime del movimento operaio, superando rivalità storiche tra Usi e Cgdl. Nel febbraio 1922 nasce anche a Bari l’Alleanza del lavoro, tentativo di coordinare sindacati e forze popolari contro la violenza fascista.
Il banco di prova arriva con il Primo maggio 1922 e, soprattutto, con lo sciopero legalitario proclamato tra fine luglio e inizio agosto. A Bari vecchia la Camera del lavoro diventa il centro di una resistenza che dura tre giorni. Le squadre fasciste tentano l’assalto, ma vengono respinte. È una delle poche sconfitte subite dallo squadrismo in quell’estate decisiva.
In gran parte d’Italia, però, prevale una linea prudente. Il riformismo socialista e la Cgdl restano ancorati a una cultura legalitaria, diffidenti verso forme di lotta che possano apparire insurrezionali e offrire al governo il pretesto per una stretta autoritaria. In Puglia, dove il sindacalismo rivoluzionario è radicato e le campagne sono teatro di conflitti durissimi, quella cautela pesa meno. Le Camere del lavoro diventano spazi unitari, capaci di tenere insieme socialisti, comunisti, anarchici e Arditi del popolo, mentre il Partito socialista si lacera in divisioni interne.
L’estate del 1922 mostra che resistere è possibile, ma resta un’esperienza isolata. Pochi mesi dopo, la marcia su Roma consegnerà il potere a Mussolini. Di Vittorio ricorderà anni dopo che, se metà del Paese avesse resistito come Bari, la storia sarebbe potuta andare diversamente. In quelle giornate si consuma l’ultima occasione di fermare l’avanzata fascista prima della dittatura.
1924 - Il delitto Matteotti
È il 30 maggio 1924, un uomo si alza dai banchi delle opposizioni alla Camera, il suo nome è Giacomo Matteotti, la sua voce è ferma, il momento è buio. Le parole sono pesanti, la denuncia di violenze e intimidazioni ai seggi concreta. “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”. E’ uno dei passaggi, accusatorio, che fece infuriare non poco Benito Mussolini. Passano 11 giorni, è il 10 giugno, quando il deputato alle 16.15 esce di casa per recarsi alla Camera dei Deputati. Il suo cammino viene interrotto sul lungotevere Arnaldo da Brescia, dove ad attenderlo era ferma un'auto con a bordo alcuni individui, poi in seguito identificati come i membri della Ceka fascista. Ci sono volute 3 persone per piegare la resistenza del deputato socialista, che una volta stordito fu caricato su una Lancia Kappa 2535 di colore blu. Ma non domo Matteotti lottò anche all’interno dell’auto finché non fu pugnalato. Il corpo fu ritrovato solo il 16 agosto. Ma l’aggressione del 1924 fu solo l’ultima di una lunga serie, iniziata nel gennaio 1921 quando fu assediato all’interno della Camera del Lavoro di Ferrara, di cui era segretario, per oltre 3 ore dalle squadre d’azione fasciste agli ordini di Italo Balbo. Le intimidazioni continuarono nei tre anni che separano i fatti di Ferrara e la sua morte, ma lo spirito battagliero non l’ha fatto desistere a continuare a denunciare l’autoritarismo del fascismo. Con l’assassinio di Giacomo Matteotti, ogni parvenza di democrazia sparì. Il fascismo mostrò il suo vero volto e qualunque pensiero di poter collaborare e democratizzare il partito fascista venne meno. L’Aventino su cui si barricarono i deputati di opposizione fu esclusivamente un’azione morale e non portò ad alcun risultato. Il fascismo aveva ormai in pugno le istituzioni italiane, e in pochi anni avrebbe silenziato ogni voce che voleva contrastarlo. Ma nonostante i tanti anni di regime l’idea di giustizia sociale non morì, ma continuò ad alimentarsi sotto traccia fino ad esplodere con la resistenza. Perché come Matteotti disse pochi mesi prima di morire alle camicie nere: “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”.
1925 - I patti di Palazzo Vidoni e le Repressioni fasciste
Il 2 ottobre 1925, tra gli stucchi di Palazzo Vidoni, si consuma l’atto finale di un dramma iniziato nelle piazze. Quando la Confindustria e il sindacato fascista si stringono la mano, riconoscendosi reciprocamente come unici interlocutori, non stanno solo firmando un accordo: stanno dichiarando guerra alla storia stessa del movimento operaio italiano. Quel patto è il sigillo burocratico su un logoramento iniziato anni prima, durante il cosiddetto "biennio nero".
Tutto comincia nell’eco delle lotte del biennio rosso. Dal 1921, le squadre d’azione avevano iniziato a colpire sistematicamente le sedi del sindacalismo: le Camere del Lavoro venivano assaltate, le Case del Popolo date alle fiamme e le cooperative saccheggiate. Dietro i manganelli delle squadracce si muovevano gli interessi dei grandi agrari, decisi a recuperare il potere perduto durante gli scioperi, e spesso la mano dei fascisti era guidata o protetta dal silenzio complice di magistrati e forze dell’ordine. Mentre i dirigenti della CGdL venivano perseguitati o uccisi, il fascismo si preparava alla conquista totale dello Stato.
È il 3 aprile 1926 quando viene varata la legge che cambia per sempre il volto del lavoro: per la CGIL e per ogni voce libera, lo spazio si chiude. Il pluralismo viene cancellato in favore del sindacato unico fascista e di un’architettura ambiziosa quanto soffocante: le Corporazioni. Sulla carta, avrebbero dovuto unire padroni e operai sotto l’egida dello Stato; nella realtà, diventano lo strumento per disarmare i lavoratori, trasformandoli in ingranaggi di una macchina burocratica che nega il conflitto per imporre un’armonia forzata. La produzione cala, la disoccupazione dilaga e i salari vengono tagliati senza pietà. Il padronato, rappresentato da una Confindustria che difende gelosamente i propri privilegi, coglie l’occasione per estromettere il sindacato dai luoghi di produzione. Nel 1927 prende forma la Carta del Lavoro, che affermava che il lavoro non era più terreno di conflitto e di rivendicazione, ma un dovere verso la nazione. La lotta di classe veniva dichiarata superata, sostituita da una collaborazione obbligatoria dentro le corporazioni, strutture che avrebbero dovuto riunire imprenditori e operai sotto la guida dello Stato. Ma il prezzo di quell’“armonia” era altissimo: non esistevano più sindacati indipendenti, non esisteva più contrattazione libera, non esisteva più il diritto di sciopero.
Il sindacato fascista diventava l’unico riconosciuto, le controversie venivano affidate a tribunali speciali, mentre l’impresa privata restava un pilastro dell’economia, protetta e legittimata dal regime. Dietro la retorica dell’unità nazionale, la Carta del Lavoro serviva soprattutto a garantire ordine sociale e a spegnere ogni voce critica nelle fabbriche.
Negli anni successivi, la realtà smentì presto la propaganda: la crisi del 1929 portò licenziamenti, disoccupazione, salari in calo. Senza libertà sindacale e senza strumenti di lotta, i lavoratori si trovarono più soli e più deboli.
1926. Da nessuna rappresentanza all’accordo Buozzi-Mazzini
È il 3 aprile quando il fascismo cancella il pluralismo. La sola voce che rimbomba nel vuoto è quella del sindacato unico fascista. Per anni, le uniche forme di rappresentanza, anche se fittizia, saranno le Corporazioni.
Ma il due settembre 1943, malgrado la guerra sia in una fase molto cruenta, la speranza inizia a infiltrarsi nelle menti e nei cuori degli italiani. Da poco più di un mese Benito Mussolini è stato deposto, il Partito Nazionale Fascista sciolto. A capo del governo c’è Pietro Badoglio, non certo un riformista, ma dopo 20 anni di potere fascista anche il governo di un generale è un’ottima notizia. Mentre gli anglo-americani avanzano nel Sud, i tedeschi battono in ritirata e il governo è pronto a firmare la resa, succede qualcosa che fino a pochi mesi prima era impensabile: Bruno Buozzi come rappresentante del sindacato e Giuseppe Mazzini per gli industriali, firmano presso il ministero dell’Industria un patto fondamentale. Con questa firma si reintroduce nel campo delle relazioni industriali l’organo di rappresentanza unitaria di tutti i lavoratori, impiegati e operai nelle aziende con almeno 20 dipendenti, attribuendogli anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. Si tratta delle Commissioni interne, di cui si parlava già nell’accordo Itala-Fiom del 1906 e che il fascismo aveva cancellato nel 1925. L’esperienza delle commissioni interne, che sono state regolate da vari accordi nel corso degli anni, vivranno fino agli anni ‘70, quando l’approvazione dei consigli di fabbrica porterà i lavoratori e il sindacato in una nuova fase. L’accordo Buozzi Mazzini rappresenta per l’influenza che ebbe nelle vicende sindacali della Resistenza, uno degli episodi fondamentali della ricostruzione di un libero movimento sindacale. La nascita della CGIL unitaria rappresenta la prosecuzione sul piano sindacale dell’unità costruita nella Resistenza dai partiti del CLN, configurandosi inizialmente come un accordo di vertice. Allo stesso tempo, l’accordo Buozzi-Mazzini dimostra quanto fosse sentita la necessità di restituire ai lavoratori una libera e diretta capacità di espressione. Un’esigenza condivisa da tutto il sindacalismo prefascista, e in particolare da Buozzi.
1927 - Lo scioglimento della Cgdl, la clandestinità e l’esilio, le due Cgdl
Gennaio 1927. In una Milano ormai silenziosa, sorvegliata, il comitato direttivo della Confederazione generale del lavoro si riunisce per l’ultima volta. La decisione è drammatica: cessare ogni attività. Dopo anni di violenze, leggi speciali e isolamento politico, il sindacato che aveva rappresentato milioni di lavoratori viene spinto fuori dalla legalità.
Solo pochi anni prima la situazione era diversa. All’indomani della marcia su Roma, la Cgdl, pur colpita dal crollo degli iscritti, passati da due milioni a duecentomila nel biennio nero, mantiene un atteggiamento prudente. Tra Mussolini e il segretario Ludovico D’Aragona si apre un dialogo e una parte dei dirigenti ipotizza persino una partecipazione al governo. Un’ipotesi che suscita tensioni nella sinistra e diffidenze negli ambienti fascisti, mentre nelle fabbriche e nelle campagne le squadre continuano a colpire Camere del lavoro e cooperative.
Dopo il fallimento dello sciopero legalitario del 1922.
Anche il sesto congresso confederale, celebrato a Milano nel dicembre 1924, si svolge in un clima di incertezza: si analizzano le responsabilità della crisi dello Stato liberale, ma manca una lettura lucida del fascismo ormai consolidato.
Intanto la guida passa a Bruno Buozzi, sindacalista riformista e dichiaratamente antifascista. Tra il 1924 e il 1925, sull’
onda dell’indignazione per l’assassinio di Matteotti, il movimento operaio conosce un’ultima stagione di conflitto. È una fiammata che convince definitivamente il mondo industriale a sostenere il regime in funzione antioperaia. Dal patto di Palazzo Vidoni alla legge Rocco del 1926, il pluralismo sindacale viene cancellato: riconosciuto solo il sindacato fascista, le Commissioni interne vengono abolite, lo sciopero vietato.
Dopo l’attentato a Mussolini a Bologna, la repressione si fa totale. Buozzi ripara all’estero per evitare l’arresto. Il 4 gennaio 1927 la Cgdl decide di sciogliersi, ma dall’esilio parigino Buozzi tenta di ricostituirla in collegamento con l’Internazionale di Amsterdam. Poche settimane dopo, in Italia, la corrente comunista avvia la rifondazione clandestina, aderendo all’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca.
Il sindacato libero viene messo fuori legge, ma non scompare. Dal 1927 inizia una nuova stagione, fatta di esilio e clandestinità, che tiene accesa l’idea di un’organizzazione autonoma dei lavoratori in un Paese ormai trasformato in Stato totalitario.
1929 - L’Italia e la grande depressione
È martedì 29 ottobre del 1929, e il mondo sta per vivere il suo primo collasso finanziario. Quel giorno sarà ricordato come il martedì nero. La prima guerra mondiale è finita da 10 anni ormai, e mentre negli Stati Uniti si iniziava a vivere il grande sogno l’Europa era ancora attraversata da tensioni. Quel martedì d’ottobre cambia nuovamente il corso della storia. La crisi finanziaria che colpisce gli Stati Uniti, soprattutto la media borghesia si allarga a macchia d’olio in tutta la popolazione, creando una forte disoccupazione. Ma il mondo negli anni ‘20 è già economicamente interconnesso e quella crisi ben presto colpisce anche l’Europa. In primis le nazioni che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la prima guerra mondiale, ovvero Regno Unito, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia. In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati. In Italia ormai totalmente in mano al fascismo, il sistema bancario italiano, fortemente intrecciato con l'industria, entra in crisi a causa del blocco dei crediti e del crollo dei titoli azionari. La produzione industriale crolla e l'export diminuisce drasticamente. Questo porta un calo dei salari e la conseguente riduzione del tenore di vita degli italiani che da due anni non avevano più il supporto della CGdL sciolta a seguito delle leggi fascistissime. Di fronte al collasso, il regime fascista abbandona la linea del "liberismo" precedente per adottare misure dirigiste. Negli anni successivi crea Istituto mobiliare italiano, per sostituire le banche miste nel finanziamento a lungo termine alle industrie, e l’istituto per la ricostruzione industriale, fondato per acquisire le azioni delle banche in crisi, lo Stato divenne azionista di maggioranza di gran parte dell'industria italiana, trasformando il sistema in un capitalismo di Stato. A questo si aggiunge l’intensificazione delle tariffe doganali per difendere la produzione interna e si pose la base per l'autarchia, ovvero il sogno dell’autosufficienza economica. Sebbene le misure abbiano evitato il fallimento del sistema bancario, l'economia italiana ha sofferto profondamente, con una ripresa lenta rispetto ad altri paesi, fino alla svolta verso l'economia di guerra negli anni successivi.
1930 - Di Vittorio guida una delle due CGdL clandestine
Giugno 1930, Palmiro Togliatti prende una decisione ed espelle dal partito comunista d’Italia diversi esponenti che da anni criticano la sua linea politica e soprattutto il suo filo-stalinismo. Tra questi c’è Paolo Ravazzoli, che dal 1927 guida una delle due CGdL clandestine. Sì perché nel febbraio del 1927, a seguito dello scioglimento deciso dal vecchio gruppo dirigente, furono fondate due diverse organizzazioni sindacali clandestine. Bruno Buozzi, segretario generale della CGdL dal 1925, a Parigi ricostituisce il sindacato, il quale aderisce, insieme ad alcuni partiti, alla Concentrazione d’azione antifascista. Nello stesso mese, durante la prima Conferenza clandestina di Milano, i comunisti danno vita alla loro Confederazione Generale del Lavoro. In questo modo, dalla fine degli anni ‘20 e fino alla caduta della dittatura fascista, convivono due CGdL: una di ispirazione riformista, aderente alla Federazione Sindacale Internazionale; l’altra comunista, aderente all’Internazionale dei Sindacati Rossi. E proprio di questa seconda CGdL, che a seguito dell’espulsione di Ravazzoli, diventa segretario Giuseppe Di Vittorio, cresciuto sindacalmente nell’Unione sindacale italiana. Le sue posizioni nei confronti di Togliatti non sono certo tenere, e questa tensione si manterrà anche nel secondo dopoguerra, ed è critico nei confronti di Stalin che ha coniato il termine socialfascismo per definire i riformisti e i socialdemocratici. Nonostante questo grazie alla sua visione sindacale è chiamato a guidare la CGdL comunista. Fino alla metà degli anni ‘30 i rapporti tra le due Confederazioni si mantennero tesi, quando però il pericolo fascista divenne assai concreto, soprattutto in seguito alla presa del potere da parte di Hitler in Germania, le diverse componenti della sinistra riuscirono a trovare un terreno comune di iniziativa, evidente nella politica dei Fronti popolari in Francia e Spagna. Gli effetti si fecero sentire sia sulla politica italiana, con la firma nel 1934 del Patto di unità d’azione tra PCd’I e PSI, sia sul sindacato. Il 15 marzo 1936, infatti, Buozzi e Di Vittorio si incontrarono a Parigi per firmare la “piattaforma d’azione della CGIL unica”. Di Vittorio, nel 1945, diventa il segretario generale della CGIL unitaria, Bruno Buozzi non c’è più, ucciso a pochi chilometri da Roma dai nazi fascisti quando ormai la capitale stava per essere liberata.
1931 - La seconda repubblica spagnola
Aprile 1931, l’Europa sembra poter virare a sinistra. Con la vittoria alle elezioni amministrative dei socialisti, il Re di Spagna, Alfonso tredicesimo, si autosospende e va in esilio. Nasce così la seconda repubblica spagnola che dalle elezioni generali del giugno 1931 sarà guidata dai partiti socialisti e repubblicani, fino al 1933. L’inizio degli anni ‘30 sembra propizio per il movimento socialista: in Francia hanno la maggioranza relativa, anche se a presiedere il governo è Laval, un indipendente che virerà sempre più a destra. In Germania i socialdemocratici e i comunisti avevano conquistato ottime percentuali, anche se non partecipavano al governo centrista. Anche in Gran Bretagna i Laburisti avevano la maggioranza relativa, ma questi successi erano destinati a non durare. In breve tempo si passò da un’Europa socialdemocratica, ad un’Europa conservatrice. In Spagna dopo il biennio socialista le elezioni decretano una maggioranza conservatrice, anche questa però non va oltre i due anni di legislatura. Le elezioni del 1936 decretano nuovamente la vittoria delle sinistre, ma questa volta i generali non sono d’accordo con il processo democratico. Il 17 luglio 1936 l'esercito comandato da Francisco Franco di stanza nel Marocco spagnolo si sollevò estendendosi nei giorni successivi a diverse regioni della penisola. Nel frattempo altri reparti nella Navarra, comandati dal Generale José Sanjurjo, iniziavano le operazioni al nord. Le intenzioni di Franco erano di conquistare il sud per arrivare velocemente a Madrid, ma la strenua resistenza delle forze repubblicane, in città come Madrid, Barcellona, Valencia e nei Paesi Baschi portarono a una prolungata guerra civile che si concluderà nel marzo 1939. La guerra civile spagnola è il terreno di battaglia dove si scontrano due schieramenti ideologici. Socialisti da tutta Europa ingrossano le fila dei repubblicani, mentre fascisti e nazisti ingrosseranno le fila franchiste. Fu durante la guerra civile spagnola che molti antifascisti italiani avrebbero preso coscienza di cosa fosse una guerra civile, che meno di un decennio dopo avrebbero combattuto per liberare l’Italia. Tra loro c’è Giuseppe Di Vittorio, leader della CGdL comunista, che è organizzatore e riferimento per i volontari italiani del battaglione Garibaldi. Accanto all’impegno militare, Di Vittorio svolge un’intensa attività politica e pubblicistica. Nei suoi articoli insiste sulla dimensione europea del conflitto, denuncia il non intervento delle democrazie occidentali e richiama alla solidarietà internazionale e all’unità tra le forze antifasciste.
1933 - Cala la notte sul mondo, Hitler prende il potere
24 marzo 1933, il Parlamento tedesco approva la legge dei pieni poteri. Dopo oltre 10 anni da quando è entrato sulla scena politica tedesca Adolf Hitler prende il potere. E’ stato un percorso lungo e impregnato di violenza, ma sfruttando le divisioni a sinistra e la paura che suscitava il partito comunista è riuscito a conquistare il potere assoluto. Le elezioni politiche nella Repubblica di Weimar consegnano parlamenti divisi e senza maggioranze, tanto da portare i cittadini alle urne 5 volte tra il 1928 e il 1933. In questo periodo il partito nazista cresce a dismisura, passando dal 2,8% al 43,9%, anche grazie alle violenze perpetrate dalle SA, che come i fasci di combattimento facilitano l’ascesa del partito nazista. Nonostante i risultati ottenuti nelle elezioni del 5 marzo Hitler non ha la maggioranza assoluta, che gli è necessaria per il suo piano assolutistico. Ma anche in questa occasione le SA aiutano il leader del partito nazista circondando il parlamento tedesco, impedendo l’ingresso di tutti i parlamentari comunisti e di parte dei socialdemocratici. Questo unito all’intimidazione verso i parlamentari centristi permette alla legge che consegna i pieni poteri ad Hitler di passare a larga maggioranza. E’ il giorno in cui il piano inclinato della storia compie il movimento decisivo. Da quel momento verranno ridotte tutte le libertà in Germania, i partiti sciolti, le minoranze perseguitate e la follia della grande Germania e della supremazia razziale perpetuata. Ma fa di più, perché per consolidare il suo regime aveva bisogno della neutralità dell'esercito e dei magnati dell'industria. Questi erano allarmati dalla componente "socialista" del nazionalsocialismo, che era rappresentata dalle camicie brune delle SA di Ernst Röhm, in gran parte appartenenti alla classe operaia. Per rimuovere questa barriera all'accettazione del regime, Hitler lasciò libero il suo luogotenente, Heinrich Himmler, di assassinare Röhm e decine di altri nemici reali o potenziali. Le classi operaie erano per il regime solo una parte dell’ingranaggio, quella sacrificabile, quella che doveva solo produrre forza lavoro o uomini da sacrificare sui campi di battaglia. Un elemento in comune con Mussolini, di cui Hitler era grande ammiratore. Un’ammirazione che produsse un’alleanza che portò l’Italia nel giro di pochi anni ad essere una succursale del Reich, un vassallo più che un alleato.
1934 - La spinta di Giuseppe Di Vittorio ai fronti popolari
17 agosto 1934 a Parigi si incontrano due delegazioni di cittadini italiani, esuli a Parigi per via del regime fascista. Da una parte la delegazione comunista, guidata da Luigi Longo, dall’altra quella socialista con a capo Pietro Nenni. Un incontro necessario per appianare, almeno in parte, le divisioni in seno alla sinistra italiana vista la cornice internazionale. Il pericolo è imminente, ora non c’è solo Mussolini in Italia a spaventare, ma anche Hitler in Germania. Le destre europee stanno conquistando il potere, mentre le sinistre continuano con litigi ideologici. Già da tempo il segretario della CGdL comunista, Giuseppe Di Vittorio, è insofferente verso gli attacchi di Stalin nei confronti dei socialisti. Di Vittorio crede che le forze che rappresentavano il proletariato debbano cooperare per contrastare l’azione fascista in Italia, e più in generale per rappresentare la posizione proletaria in Europa. Le divisioni ideologiche a sinistra hanno portato all’ascesa del nazismo in Germania, e ad un’opposizione soft al fascismo quando c’era la possibilità di mettere in crisi quello che poi sarebbe diventato un regime. Il patto d’unità d’azione del 1934 è un tentativo di superare le divergenze, per contrastare un nemico comune. Non mette fine ai contrasti fra i due partiti, ma getta le basi per l’inizio di una collaborazione sul terreno dell’antifascismo. Basi che saranno poi consolidate 10 anni dopo, quando a Roma, liberata dai nazifascisti, una riunione congiunta fra le direzioni del Partito socialista e di quello comunista, rinnova questo patto. Siglato questa volta direttamente da Palmiro Togliatti, Giacomo Pellegrini e Giuseppe Di Vittorio, per il Partito comunista italiano; Pietro Nenni, Oreste Lizzadri ed Ezio Villani per il Partito socialista italiano. Un patto siglato mentre nel nord Italia migliaia di partigiani combattono e muoiono per liberare il Paese. Il patto ebbe una grande importanza simbolica per la creazione di un fronte comune antifascista in Europa negli anni '30, e pose le basi anche per la CGIL unitaria, che dal 1945 garantì la difesa dei diritti dei lavoratori.
1935 - Corporazioni e politica sociale del fascismo: una contro-narrazione
Siamo a Tolone, in una piccola libreria nella cittadina nel sud della Francia. Si sentono solo dei sussurri, filtrati dalle assi del pavimento. Le cadenze sono diverse, ma una cosa è chiara: lì si parla italiano. E’ l’attività di Silvio Trentin, padre di Bruno Trentin che circa mezzo secolo dopo guiderà la Cgil, che da anni ha deciso di riparare in Francia per non dover sottostare al fascismo. Quella libreria, acquistata un anno prima, è ormai il punto di ritrovo per esuli italiani e per coloro che si stanno recando in Spagna per combattere la guerra civile. Sono antifascisti, coloro che non si sono piegati agli ordini del regime e che contrastano la sua narrazione di governo sociale. La cantina è la base dove vengono tenute riunioni segrete e dove alcuni antifascisti sono ospitati dalla famiglia Trentin.
Il sistema corporativo fascista, formalizzato con la Carta del Lavoro del 1927, si presentava come una “terza via” tra capitalismo e socialismo, promettendo di superare la lotta di classe attraverso la collaborazione tra lavoratori e imprenditori nelle corporazioni. In realtà, le organizzazioni sindacali libere furono sciolte e sostituite da sindacati controllati dal regime, mentre sciopero e conflitto sociale vennero repressi. La rappresentanza divenne monopolio dei sindacati fascisti, strettamente controllati dal Partito.
Più che luoghi di mediazione paritaria, le corporazioni si rivelarono strumenti di disciplinamento della forza lavoro e di centralizzazione delle decisioni economiche.
Nei fatti, il sistema tutelava gli interessi degli industriali, comprimendo salari e diritti in nome della stabilità e della produttività. Le politiche sociali, dall’assistenza dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia al dopolavoro, ampliarono gli strumenti di welfare, ma furono anche mezzi di consenso e controllo. Inoltre due dei pilastri odierni, INPS e INAIL, oggi considerate creature del fascismo, altro non furono che trasformazioni di enti già esistenti, che al di là del nome poco cambiarono nella vita dei cittadini e soprattutto dei lavoratori. Il corporativismo non eliminò il conflitto sociale, ma lo rese invisibile attraverso la repressione e l’inquadramento autoritario, trasformando la promessa di armonia nazionale in un sistem+a di controllo politico ed economico.






















