Alberto Barbera dice no alla richiesta che la bandiera della Palestina sventoli insieme a quelle degli altri paesi durante tutta la durata della Mostra, dove sono presenti in selezione ufficiale due film palestinesi. Il collettivo Venice4Palestine, il cui nuovo appello ha già superato il migliaio di firme, replica alle dichiarazioni del direttore del festival a Repubblica, secondo cui la bandiera non può essere esposta perché la Palestina non è riconosciuta come Stato dall’Italia, e invita la Biennale ad andare “oltre i protocolli”, assumendo una posizione pubblica che si traduca in un gesto concreto.

Venice4Palestine ha espresso, inoltre, solidarietà agli artisti che si sono esposti pubblicamente sulla Palestina, citando Vanessa Redgrave, Susan Sarandon e Mark Ruffalo, e ha rilanciato l’appuntamento del 9 settembre a Roma. Dalle 13.00 davanti a Montecitorio, si terrà una maratona di protesta e dissenso: “La solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia”.

“L’attenzione riservata in questi giorni dalla stampa internazionale al nostro appello – scrivono i membri del collettivo - conferma che anche a Venezia, come da tempo accade nei festival di cinema, la conversazione è già dominata dal genocidio in Palestina e dal rapporto tra cinema e politica. Crediamo fermamente che il cinema e la creazione artistica hanno sempre un valore politico. Così come le scelte individuali di ognunə di noi. Per questo ringraziamo il direttore Barbera per averci chiarito qualsiasi dubbio. Anche queste scelte hanno un valore politico”.

Barbera aveva dichiarato a Repubblica che solo le bandiere dei Paesi riconosciuti dallo Stato italiano possono essere esposte dalla Biennale. A questa affermazione Venice4Palestine ha replicato ricordando che 150 Paesi nel mondo hanno già riconosciuto la Palestina, compresi 35 Stati europei tra cui Francia, Spagna e Gran Bretagna.

“Se è vero che “tutti vorremmo che lo fosse” (uno stato) – proseguono - allora cominci la Biennale a fare dei gesti concreti di solidarietà reale, senza nascondersi dietro regole vetuste e senza usare la selezione dei film come un alibi per non esprimere le proprie posizioni. Non è più tempo. I film parlano per se stessi e tutt’al più per i loro autori, non certo per le istituzioni come la Biennale”.

Le parole del collettivo Venice4Palestine riaccendono il dibattito sul ruolo del cinema e delle istituzioni culturali nella società, sulla necessità di farsi strumenti per esprimere la protesta e il dissenso, senza lasciarli esclusivamente all’esposizione personale del singolo artista.

“Lo vediamo in questi giorni con quanto sta accadendo nei confronti del coraggioso attore Mark Ruffalo, preso di mira da una campagna diffamatoria, tanto ingiustificata quanto strumentale, per essersi espresso con grande forza critica nei confronti di Israele- conclude il comunicato- a cui va tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno e la nostra riconoscenza per mostrarci il valore di certe scelte”.

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