Pochi giorni dopo la celebrazione del referendum costituzionale, Giuseppe Tango è stato eletto presidente dell’Associazione Nazionale magistrati. Era il 28 marzo scorso e Tango ha ottenuto un consenso pressoché unanime, è stato eletto per acclamazione dal Comitato direttivo centrale e confermato con 31 voti favorevoli e un solo astenuto. Nel suo discorso di insediamento ha voluto sottolineare due cose: nnanzitutto che è il primo presidente di Anm palermitano, e poi che occorre rafforzare quel rapporto di fiducia tra magistratura e società civile che è sempre stato forte anche nei momenti più drammatici della Repubblica. A Palermo si occupa di tutelare lavoratori e lavoratrici, è infatti giudice del lavoro, ma la sua riflessione - com’è ovvio che sia - abbraccia tutti i fronti della legalità.

Presidente, sono ricominciati gli attacchi alla magistratura. A innescare la miccia il caso del gioielliere Roggero, e poi la scomposta reazione del ministro Nordio dopo il richiamo del procuratore di Palermo De Lucia sulla condizione delle carceri. Infine, il richiamo alla magistratura a “fare il suo dovere” che Meloni ha lanciato dalla Val di Susa. Cosa sta succedendo?
Siamo preoccupati del clima che non deriva solo dal processo Roggero. Attaccare la magistratura in maniera sistematica, soprattutto quando prende decisioni non gradite, è un’attitudine costante di una parte della politica. Sia chiaro, è legittimo criticare una sentenza e fa parte delle regole democratiche. Però la violenza con cui si attacca e delegittima il singolo magistrato o l'intera categoria sono invece pericolose perché creano un senso di smarrimento e di sgomento nei cittadini. Non solo, in territori come quello in cui vivo, ad alta densità mafiosa, determinati attacchi delegittimano in maniera ancora più allarmante e hanno un impatto sulla lotta alle mafie, perché possono infondere l'idea di un isolamento dei giudici. Giudicare in un clima così avvelenato è sempre più difficile. Per questo chiediamo a chi ha ruoli istituzionali, alla politica, di abbassare i toni e di smettere di delegittimare i giudici solo perché applicano la legge. Così si mettono a rischio magistrati che fanno il loro lavoro e si danneggia lo stesso Stato di diritto. Quello a De Lucia, poi, è stato un attacco scomposto che ci ha lasciati assolutamente interdetti. Anche perché la riflessione del procuratore di Palermo era ampia, determinata da una serie di indagini a cui hanno fatto riferimento anche tanti altri esperti colleghi, sulla possibilità per i mafiosi di continuare ad operare dal carcere. Di fronte a questo ci saremmo aspettati, invece delle dichiarazioni risentite del ministro, una risposta nel merito.

In ogni caso la situazione delle carceri crea allarme per il sovraffollamento che lede i diritti dei detenuti, e i diritti di chi ci lavora, oltre che a rendere possibile la permeabilità ricordata dal procuratore De Lucia.
Prima di tutto, non possiamo che ringraziare e ribadire la fiducia nella Polizia Penitenziaria che fa un lavoro egregio in condizioni difficilissime legate anche al sovraffollamento. Così come ringraziamo i colleghi magistrati dei tribunali di sorveglianza che anche loro operano con mezzi assolutamente inadeguati. Il sovraffollamento delle carceri è un vero e proprio dramma. Non a caso è una delle 4 priorità che recentemente abbiamo sottoposto al Ministro. Una cosa è la privazione della libertà personale, altra cosa è la privazione della dignità. Voglio ricordare che il sovraffollamento delle carceri italiane è già stato stigmatizzato più volte dall’Europa. Ma c’è di più: lo stato delle nostre carceri rende quasi impossibile il percorso riabilitativo dei detenuti e questo è un danno non solo nei confronti del singolo detenuto ma della collettività. Quando queste persone rientreranno nella società, i dati lo dimostrano, se quel percorso di riabilitazione non è stato compiuto, torneranno con maggiore probabilità a delinquere. Lo diceva anche Voltaire che il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri e non dai suoi palazzi.

Pochi giorni fa il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge che inverte l'onere della prova sull'imputabilità dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 18 anni. A suo parere è questa la strada per ridurre la violenza minorile?
Leggeremo con attenzione il testo, ma, secondo quanto ci dicono i colleghi che conoscono meglio il settore, pare che cambierà molto poco in concreto. La lotta alle Baby Gang, alla criminalità giovanile si conduce prima di tutto mediante l’educazione, la cultura e la formazione. Certo serve anche la repressione, ma da sola non basta. Questo è il secondo provvedimento sui minori e non mi pare sia cambiato il fenomeno della violenza giovanile, anzi. Don Pino Puglisi, non era un magistrato ma un parroco, ha fatto del lavoro per i giovani il suo impegno più importante. E per questo è stato ucciso dalla mafia. Ecco, noi dobbiamo sostenere chi si impegna su questo fronte prima di tutto il resto. E a proposito di lotte alle mafie, vorrei invece citare un provvedimento importante, approvato da maggioranza e opposizione, che nasce da una idea e dal lavoro di un collega molto valido, mi sto riferendo a Roberto Di Bella, che lanciò il protocollo “liberi di scegliere” che – appunto - recentemente è diventato legge, e che toglie i minori alle famiglie mafiose. Questa sì che è una legge che funziona, che dà opportunità e salva da un destino, purtroppo già scritto, tanti, tantissimi ragazzi e anche tantissime madri che decidono di emanciparsi dal contesto mafioso in cui si sono costretti.

Siamo al sesto decreto sicurezza. Con questi provvedimenti è aumentato il numero dei reati, sono aumentate le pene. Ma è questo che serve per costruire giustizia e legalità
La cosa che mi ha stupito è che l’attuale ministro della Giustizia, da editorialista e da magistrato, era sempre stato molto critico con il fenomeno del panpenalismo dilagante. Più reati non vuol dire più sicurezza, vuol dire più confusione e più incertezza. Ci sono alcuni termini su cui il legislatore entra sistematicamente, senza che si dia il tempo di valutare neanche che effetto ha avuto la norma precedente.

Infine, sia ad inizio anno, prima della campagna referendaria, e poi dopo l'esito referendario, l'Associazione nazionale dei magistrati ha consegnato al Ministro Nordio e al governo una sorta di decalogo sulle necessità della giustizia e ben quattro priorità, come lei ricordava. A che punto siamo?
Da poco insediato il nuovo Comitato direttivo dell’Anm, con presidente Parodi, abbiamo consegnato al ministro Nordio e alla presidente Meloni otto proposte tecniche per migliorare l’efficienza del sistema giustizia. Sono trascorsi due anni a parlare di riforma costituzionale e poca attenzione alle nostre richieste. Poche settimane fa siamo tornati al Ministero, evidenziando quattro priorità, che sono state prese in considerazione solo in parte dal Decreto Giustizia. Adesso ci preoccupa il destino dell'ufficio per il processo, il Governo si è impegnato a garantire continuità e valorizzazione di quella esperienza. Bene, ci auguriamo uno sforzo in più per la stabilizzazione, anzitutto, di tutti i precari perché una quota parte è stata semplicemente prorogata e non stabilizzata, ma soprattutto nessun passo indietro per quanto riguarda le loro mansioni a supporto della giurisdizione. Gli ex addetti all’ufficio per il processo hanno contribuito in modo incontrovertibile a raggiungere i risultati che ci chiedeva l'Europa in materia di smaltimento dell'arretrato e riduzione dei tempi dei processi, che sono non soltanto richieste europee, ma sono anche le preoccupazioni maggiori di cittadini e cittadine.

Mi ha molto colpito vedere le immagini del tribunale di Bolzano ridotto per metà in macerie, così come molto mi colpiscono le denunce, gli allarmi che arrivano dai magistrati rispetto al malfunzionamento della parte informatica della giustizia. Ma insomma, come si fa a garantire giustizia quando c'è poco personale? Le infrastrutture materiali e immateriali sono scarse?
Il minimo comune denominatore di tutto ciò che ha elencato è la parola “risorse”. Con Bolzano è tornato in evidenza ovviamente il tema dell'edilizia giudiziaria. Ricordiamo che è stata sfiorata una tragedia, se il crollo fosse avvenuto qualche ora dopo piangeremmo i morti. La maggioranza degli uffici giudiziari del Paese è fatiscente e da ciò deriva un problema di incolumità per avvocati, personale amministrativo, magistrati ed i tanti utenti che li frequentano quotidianamente. Quanto alla digitalizzazione, è proprio una delle quattro priorità portate all’attenzione del ministro: senza un ammodernamento dei software e degli hardware è difficile pensare che si possa incidere davvero sull’efficienza che dovrebbe derivare dall’uso del sistema telematico. In definitiva occorrerebbe, comprendere che la giustizia, il sistema giustizia è uno dei pilastri della democrazia e ha bisogno di risorse, mentre nella scorsa legge di bilancio abbiamo assistito a un taglio della spesa pari a circa 130 milioni di euro, e questo è veramente intollerabile e contro l’interesse degli stessi cittadini a vedersi decidere in tempi celeri le proprie istanze di giustizia.

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