Oggi a Firenze si apre l’Assemblea nazionale delle donne della Cgil. In realtà è la tappa conclusiva di un percorso compiuto per aggiornare la Piattaforma di genere della Confederazione. Tantissime le delegate coinvolte per scrivere collettivamente gli obiettivi della confederazione sulle politiche di genere. Scrittura collettiva che si è esercitata in uno dei periodi più difficili per la libertà femminile.

Certo che l’arrivo della prima donna a Palazzo Chigi andava segnalato come un fatto assai positivo, però la donna a capo del governo, insieme alla sua maggioranza, promuove politiche che tentano di far tornare indietro le donne italiane. E il buon giorno si è visto dal mattino, dal nome che è stato assegnato a quello che un tempo era il ministero delle pari opportunità, trasformato nel ministero della natalità, della famiglia, delle pari opportunità.

E siccome le parole corrispondono alle cose l’idea della donna che si cerca di affermare e promuovere è quella della madre dedita alla famiglia e seconda al compagno. Si devono far figli ma non si interviene realmente sulle politiche di condivisione della genitorialità, non si interviene per limitare la precarietà e nemmeno per favorire il lavoro delle donne. E per di più si tagliano i posti negli asili nido. Ne parliamo con Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil.

Segretaria perché avete scelto Firenze?

Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario dalla prima conferenza delle donne lavoratrici, la volle l’allora segretario generale della Cgil Giuseppe Di Vittorio, si tenne nel 1954 proprio a Firenze. Un impegno quello dell’assemblea delle donne, che la Cgil si assunse al congresso per interrogarsi e dare risposte ai bisogni, alle necessità e ai diritti delle donne lavoratrici. Ricordiamo, negli anni della seconda guerra mondiale furono le donne a prendere il posto degli uomini richiamati al fronte nei luoghi di lavoro, sperimentarono il valore del lavoro come strumento di emancipazione e, al contempo, la possibilità di contribuire allo sviluppo economico del Paese, seppure in un momento molto complicato. Negli anni 50 c’era fermento nel dibattito politico, appunto, sulla parità tra donne e uomini, sui diritti anche nei luoghi di lavoro. La Cgil si interrogava e da quella assemblea nacque la carta dei diritti delle donne lavoratrici frutto, per altro, di una campagna di assemblee che aveva interrogato più di due milioni di donne. Oggi, per noi, era ed è importante – a distanza di 70 anni – fare un bilancio delle battaglie e delle conquiste di questi decenni, anche provando a valorizzare le tante le donne che grazie al loro protagonismo, insieme alla confederazione, hanno traguardato obiettivi importantissimi. Che oggi sembrano essere a volte messi in discussione.

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Ghiglione allora non possiamo che partire dalla cronaca recente. Il governo ha presentato nell'ultimo Decreto Pnrr – e per questo è stato bacchettato dall’Europa – un emendamento che apre le porte alle associazioni antiabortiste nei consultori...

È un ulteriore attacco alla libertà femminile. Attacco iniziato proprio nel momento in cui si è insediato questo governo, quando è stata incardinata nella discussione parlamentare una proposta di legge per conferire i diritti civili all’embrione, continuato con l’attivismo violento delle associazioni antiabortiste nei territori, culminato con la raccolta di firme per introdurre anche in Italia la pratica barbara e violenta dell’ascolto del battito cardiaco del feto alle donne che scelgono di interrompere la gravidanza. Stanno cercando di portare indietro le lancette degli orologi di oltre 50 anni. Non ci stiamo, ovviamente, saremmo sentinelle in tutti i territori proprio perché vogliamo che le donne continuino a poter decidere sul proprio corpo. Libertà e autodeterminazione femminile non si toccano, non intendiamo minimamente a fare passi indietro. Il prossimo appuntamento è per domani martedì 23 aprile, alle 17, Cgil e Uil attueranno un presidio davanti Palazzo Madama per la difesa del diritto delle donne messo in discussione dal tentativo di modificare la legge 194.

Rimaniamo sul tema della maternità. Sembra proprio che Meloni e Roccella vogliano che le donne siano relegate esclusivamente al ruolo di madri, non prendendo nemmeno in considerazione che nascono meno figli di quelli che realmente sono desiderati, non per egoismo femminile, ma per le condizioni sociali e lavorative delle donne. Anche nel recentissimo osservatorio della Cgil emerge con forza che lavoro e maternità sia termini quasi inscindibile...

Per forza che lavoro e maternità sono termini quasi inscindibili. Insomma, senza più occupazione femminile i figli non nasceranno. Così come tutti i provvedimenti che il governo ha messo in atto non produrranno nessun risultato positivo, non è colpevolizzando le donne o dicendo loro che il ruolo che devono rivestire è quello riproduttivo tornando a uno stereotipo superato da molti anni che si incrementerà la natalità. Non è per caso che si è tornati a parlare di maternità invece che di genitorialità. Ma anziché promuoverne politiche che incrementino l'occupazione femminile, fanno esattamente l'inverso nonostante i numeri attestino che proprio in quei paesi dove il lavoro di qualità delle donne è assai diffuso nascono più figli. L’investimento che serve è sull’occupazione femminile e sui servizi pubblici per l’infanzia e per la non autosufficienza. Per sostenere la genitorialità occorre farla diventare un valore sociale. E invece siamo al paradosso che si elargiscono bonus per gli asili nidi per le donne con un lavoro a tempo indeterminato e che abbiano almeno due figli, una vera rarità, mentre si tagliano gli stanziamenti previsti dal Pnrr per gli asili nido.

Condivisione della genitorialità, questo sembra essere una questione fondamentale, condivisione tra genitori sostenuti dallo Stato. A che punto siamo?

Assai lontano da quel che servirebbe e cioè l’assunzione di responsabilità da parte del governo e dello Stato nell’affrontare il tema della natalità. Faccio un esempio. In Italia il congedo di paternità è fermo a 10 giorni, era a 3 e il governo precedente lo ha esteso. In Spagna è di 16 settimane e non solo Francia e Germania ma anche la Polonia è messa meglio di noi. E non sarà un caso che in Italia una donna su cinque abbandona il lavoro dopo la maternità oppure non viene assunta o viene discriminata perché esplicita il desiderio di maternità.

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Eppure la riserva del 30% di posti alle donne previsto dal Pnrr è stata eliminato o sbaglio?

Sì, e anche questo è veramente inaccettabile. Prima sono state concesse le deroghe a quella clausola anche nei settori e per quelle professionalità dove nei quali esiste manodopera femminile, e poi con un colpo di spugna – qualche settimana fa – c'è stata proprio una sorta di sanatoria sostanzialmente eliminando la condizionalità. Noi, invece, chiedevamo e pensiamo ancora sia indispensabile estenderla a tutti i finanziamenti pubblici, anche quelli non Pnrr. Continueremo a chiede che il 30% dei nuovi posti di lavoro siano riservati alle donne fino a quando i 18 punti percentuali di differenza tra occupazione femminile e maschile non saranno colmati.

Sempre dall’Osservatorio promosso dalla Cgil emerge con forza che uno degli elementi percepiti come ostacolo alla reale parità tra donne e uomini sia il divario salariale...

È così e le ragioni del divario salariale di genere sono diverse. Esiste una segregazione orizzontale, le donne sono concentrate in settori pagati meno, spesso legati all’attività di cura. C’è una segregazione verticale, le donne sono meno valorizzate e fanno meno e con più difficoltà carriera. E a loro viene dato meno salario accessorio. Per questo attraverso la contrattazione poniamo una particolare attenzione anche alla parte premiale e incentivante che non necessariamente deve essere legata esclusivamente legata alla presenza fisica nel luogo di lavoro che le donne, occupandosi quasi esclusivamente del lavoro di cura, possono garantire meno. Ecco, è il combinato disposto di questi tre problemi, segregazione orizzontate, segregazione verticale e salario accessorio determinano un divario salariale che a volte arriva anche al 40% e oltre. È un problema di carattere economico ma è anche un problema di carattere culturale. Vuol dire che il lavoro delle donne, per la nostra società, vale meno. Battersi affinché si affermi la declinazione al femminile delle professioni – ad esempio – serve a cambiare cultura e ad affermare il valore del lavoro delle donne. 

Segretaria, le cronache continuano a raccontarci di violenze nei confronti delle donne. In Sardegna due giorni fa un uomo ha provocato un incidente automobilistico alla ex compagna che è finita in ospedale in codice rosso. Oltre la cronaca c’è la quotidianità delle molestie e delle violenze nei luoghi di lavoro. Facciamo il bilancio della contrattazione da questo punto di vista?

Le molestie e la violenza condizionano le donne anche dal punto di vista sociale ed economico. Ma se ci pensiamo la cultura che ci discrimina e ci marginalizza è la stessa cultura patriarcale dalla quale che genera violenze e molestie. Affermare che le donne hanno il diritto di partecipare al mondo del lavoro, alla vita politica ed economica del Paese, significa contrastare e modificare la cultura patriarcale. Bisogna fare di più. Bisogna agire sulla cultura del rispetto dell'affettività, a partire dalle scuole, ma servono investimenti. Poi, possiamo fare tanto come sindacato, ad esempio inserendo un modulo sulle molestie e sulla violenze già nella formazione obbligatoria su salute e sicurezza contrattando nei luoghi di lavoro, poi operando affinché, cercando di far emergere un fenomeno che purtroppo è diffuso ma sommerso, le nostre delegate e delegati siano figure che accolgano denunce. Fenomeno sommerso per paura di ritorsioni e perdita del lavoro e paura dello stigma sociale.

Lo dicevamo, questa mattina a Firenze si presenta la piattaforma di genere della Cgil elaborata insieme a migliaia e migliaia di delegate, l’obiettivo?

La nostra è una piattaforma che vive del contributo e del lavoro che quotidianamente le categorie e i territori fanno su questi temi, è composta anche delle buone pratiche e dai risultati positivi che raggiungiamo. L’obiettivo è quello di fare in modo che chiunque faccia contrattazione, le dirigenti e delegate, ma anche gli uomini, abbiano la preparazione adeguata al miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle donne. Quindi nella prima piattaforma c’è anche il tema della salute di genere a partire dall’investimento sui consultori e il lavoro che possiamo fare con la contrattazione sociale territoriale per l’affermazione della libertà di autodeterminazione delle donne. Infine, nella piattaforma ci sono anche le buone pratiche e le politiche di pari opportunità da attuare all’interno dell’organizzazione per rendere la Cgil sempre più un luogo per donne e uomini.

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