Questo reportage fa parte di Collettiva Academy, il progetto di collaborazione tra la redazione di Collettiva e gli studenti del corso di laurea in Media, comunicazione digitale e giornalismo dell’Università La Sapienza di Roma. Gli autori sono studenti che hanno partecipato al nostro laboratorio di giornalismo narrativo.


“È difficile definire una giornata tipo in struttura, perché ogni giorno è differente”. A parlare è Marzia, un sorriso cordiale sulle labbra e un modo di fare che mette a proprio agio. Racconta del suo lavoro mentre prepara la pappa a una bimba di pochi mesi. Da tre anni lavora come operatrice presso la Comunità Donna “Don Orione - Cassia”, una struttura alloggio per donne in difficoltà a Roma. Nelle strutture alloggio le operatrici aiutano le donne a gestire la loro quotidianità, accompagnandole giorno dopo giorno nel proprio percorso. L'obiettivo è renderle autonome.

Le voci delle operatrici delle comunità alloggio

Per Giorgia, educatrice presso Comunità Donna Don Orione - Camilluccia, il supporto verso le ospiti non è mai casuale, ma adattato alle singole esigenze di ognuna: “Ogni donna ha una storia di vita diversa, quindi è chiaro che l’obiettivo che abbiamo con una mamma non è lo stesso con un’altra”.

Come previsto dall’Intesa Stato, Regioni e Province autonome del 2014, le comunità devono mettere in atto attività di accoglienza, tutela, sostegno psicologico, preparazione al ruolo genitoriale e alla relazione con il figlio. A fronte di queste richieste, le educatrici realizzano il Pep (progetto educativo personalizzato ndr), tenendo conto dei bisogni della mamma e degli obiettivi da raggiungere, sia in quanto madre sia come individuo. Per farlo si rivolgono direttamente alle donne, attraverso incontri conoscitivi, cercando di capire quale consapevolezza abbiano del loro vissuto; non tutte sono infatti pienamente coscienti delle violenze subite e del loro passato.

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Con le donne straniere il lavoro è ancora più delicato perché le operatrici devono tener conto anche di aspetti socio-culturali che pongono queste donne in posizione di svantaggio: “È necessario affacciarsi al loro dolore con delicatezza, lasciando comprendere che non è obbligatorio raccontare i propri vissuti dolorosi per ricevere aiuto, perché dall’altra parte c’è un sostegno incondizionato privo di giudizio”.

Una margherita con le spine

L’equipe non lavora sola. Zdenka, direttrice di Camilluccia, immagina la rete sociale “come una margherita” in cui la donna è al centro, e ogni petalo corrisponde a dei servizi o delle istituzioni specifiche che si attivano nel percorso di reinserimento sociale e lavorativo. In questa metafora della donna al centro delle istituzioni, Chiara, direttrice del centro Cassia, è più realista: “Sono meno convinta che la donna sia al centro, e mi dispiace. Lo vedo da come alcune situazioni vengono gestite. Vengono costruiti progetti sulla carta, percorsi personalizzati che devono durare diciotto mesi, senza tener conto della singolarità dell’individuo. All’avvicinarsi del diciottesimo mese, le istituzioni iniziano a pressare, vogliono vedere i risultati e non tengono conto che ogni persona è diversa”. Il tempo a disposizione non permette sempre alle operatrici di raggiungere tutti gli obiettivi prefissati: “Mi arrabbio qualche volta con le operatrici quando hanno l’idea di raggiungere ad ogni costo un obiettivo con le ospiti che spesso fanno resistenza venendo da certi contesti. Queste donne ci hanno messo tutta la vita per essere quello che sono, come si può pensare di cambiarle in soli diciotto mesi?”.

Si tende ad avere un’idea romantica del lavoro in comunità: operatrici che hanno l’obiettivo comune di “salvare” donne che vogliono essere aiutate. Zdenka, però, vuole smontare questo immaginario: “Non è un lavoro romantico, anzi, le ospiti sanno essere anche spietate”. Nessuna di loro sceglie di vivere in comunità, per alcune sono i tribunali che impongono di entrare all’interno di queste strutture per non perdere la genitorialità. Sara lavora nella comunità alloggio di Cassia da pochi mesi e ha già assistito ad un episodio definito da lei “eclatante”: una delle ospiti è scappata dalla struttura insieme ai due figli. Su questa vicenda ha riflettuto a lungo, domandandosi fino a dove possono arrivare i limiti di un’operatrice e sul fatto che si può essere fallibili anche in questo lavoro.

Quando entrano in contatto con le ospiti, le operatrici devono provare a mettere una “barriera” che le aiuti ad essere lucide e pronte in ogni situazione, ma non sempre ci riescono. Distaccarsi dalle storie non è facile perché hanno la capacità di immergere completamente. La difficoltà maggiore sta nel porre un limite tra vita privata e professione. Zdenka ne è consapevole e associa questo ostacolo all’assonanza tra operatrici e ospiti: “Lavorando con le donne è facile che ci siano delle risonanze tra ciò che la donna porta e ciò che l’operatrice accoglie. Alcune di noi sono madri e quindi inevitabilmente certe cose vanno un po’ a toccare la nostra idea di maternità.”

Distaccarsi emotivamente non significa, però, reprimere le proprie emozioni. È importante avere consapevolezza dei propri limiti e affrontare i dubbi con persone esperte. Chiara ritiene opportuno e necessario intraprendere un percorso di terapia per svolgere in maniera professionale questo lavoro: “Personalmente, per quello che faccio da tanti anni, se non avessi avuto un supporto psicologico credo che non sarei la professionista che sono. Perché l’ho sempre visto come una formazione personale”. Proprio per questo, una volta al mese, è prevista una terapia di gruppo con la psicologa della struttura e ogni settimana vengono fatti degli incontri con l’equipe per affrontare dubbi e difficoltà.

Non è un lavoro per uomini (?)

Non sono presenti uomini nelle comunità alloggio. “La normativa regionale richiede che l’equipe sia femminile. Questo perché, pur non essendo una casa rifugio, quasi tutte le ospiti vengono da vissuti di violenza”. Zdenka ritiene che il vissuto di queste donne sia troppo intimo e delicato; tocca aspetti che difficilmente possono essere compresi da un uomo. Viene invece accolta maggiormente l’idea di figure satelliti maschili. Ne è un esempio Franz, l’unico tirocinante uomo presente nella struttura di Cassia. Per Zdenka questa presenza può essere un arricchimento, specialmente per alcuni bambini che hanno avuto come unico riferimento maschile il padre maltrattante.

Le opinioni sulla scelta di avere un tirocinante uomo sono contrastanti: “Io all’inizio ho reagito con stupore”, afferma Marzia che ha sempre lavorato con operatrici donne. Vedere un ragazzo lavorare all’interno della struttura l’ha sorpresa, ma si è poi ricreduta, notando l’entusiasmo dei bambini più piccoli. Per la direttrice di Cassia, avere una squadra al femminile è necessario. Osservando il lavoro di Franz ritiene che da parte di un operatore non ci sia la stessa empatia che una donna può avere con le ospiti: “C’è sempre quell’attenzione verso alcune mamme che non è pulita, nel senso che non è libera dal fatto di sapere che uno è un uomo e l'altra donna”.

Viene proposto, quindi, un supporto basato su un approccio di genere, in cui l’uomo nel percorso di autodeterminazione della donna fa da sfondo: “Se ricostruisco l’immagine di me e do valore a me stessa, non cercherò un uomo uguale a quello che mi ha reso quella che ero. Credo che sia un percorso spontaneo che non ha bisogno di un confronto diretto con la figura maschile”.

L’opinione dell’operatrice Sara apre le porte a uno spunto sulla possibilità di introdurre anche figure maschili all’interno delle comunità alloggio, fino ad ora tenute fuori. “Sinceramente che ci sia una normativa che vuole che in questa tipologia di comunità il personale sia tutto al femminile, io l’ho imparato lavorando qui – racconta -. Non so se sono d’accordo, mi sto ancora costruendo un’idea. In tanti casi avere degli uomini che sono lontani da stereotipi può dare un esempio diverso a chi ha vissuto e conosce un solo modello che può essere quello sbagliato, sia alle donne ospiti sia ai minori, soprattutto ai bambini ma anche alle bambine”.