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Cinque colpi. Cinque fori netti sulle vetrate e sulle serrande della Cgil di Primavalle. Non un errore, non una bravata. Un messaggio. Diretto, mirato, vigliacco. Perché ha colpito solo la Cgil, nessun altro locale, nessun altro simbolo. Qui non c’è casualità. C’è la volontà di intimidire chi rappresenta lavoro, diritti, conflitto sociale.
Primavalle non è una periferia qualunque. È un quartiere popolare, attraversato da fragilità e rabbia, dove la Cgil è uno sportello, un punto di ascolto, una mano tesa. Colpire quella sede significa colpire chi chiede un contratto giusto, una pensione dignitosa, una tutela contro lo sfruttamento. Significa dire: fatevi da parte.
Questo gesto non nasce nel vuoto. Vive dentro un clima torbido, alimentato da una narrazione tossica che dipinge il sindacato come un ostacolo, un fastidio, un corpo estraneo. Ogni giorno parole che delegittimano, che ridicolizzano, che isolano. Poi arrivano i colpi veri. Sempre così. Prima il bersaglio, poi il fuoco.
Ora zero alibi né prudenza pelosa. Sparare contro una sede sindacale è un attacco alla democrazia. Punto. Tocca allo Stato fare piena luce, individuare i responsabili, dire con chiarezza da che parte sta. Senza tentennamenti, senza minimizzare, senza archiviare come gesto incomprensibile.
La Cgil non arretra. Resta aperta, presente, ostinata. Continuerà a presidiare Primavalle e ogni territorio dove i diritti vengono messi sotto tiro. Chi pensa di chiudere una sede con cinque colpi non ha capito nulla. Qui non si spara per far tacere. Qui si ottiene solo una risposta più forte, più collettiva, più determinata.






















