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Anche ai lettori più attenti di cronache politiche sarà certamente sfuggito che in Parlamento si stanno tenendo audizioni informali su quattro pre-intese sull’autonomia differenziata. Non è distrazione o poca dimestichezza con i giornali: è l’assoluto silenzio che su queste pre-intese è calato, non a caso.
Silenzio pesante
“È un processo veramente pericoloso e preoccupante, e ancor più preoccupante è che sia avvolto da questo silenzio”, questo il monito della costituzionalista Roberta Calvano. Ma il silenzio serve perché quello che governo e Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria stanno compiendo è una vera e propria forzatura: della volontà dei cittadini e delle cittadine che in gran numero, attraverso associazioni e movimenti, si sono espressi firmando il referendum abrogativo; del parere di autorevoli costituzionaliste e costituzionalisti; della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale che ha sostanzialmente cassato quasi completamente la legge Calderoli sull’autonomia differenziata.
Le pre-intese
Le pre-intese sono un processo pattizio tra singole Regioni e governo per l’assegnazione alle Regioni che ne fanno richiesta della potestà su alcune materia non Lep. Ora è bene ricordare che essere considerata una materia non sottoposta al regime dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) non significa non essere “importante”. Tra queste, la Protezione civile, le professioni, la previdenza complementare e integrativa, la tutela della salute. “Tutte materie – ricorda la Cgil – che incidono direttamente sui diritti delle persone, sulla qualità del lavoro, sulla coesione e unitarietà del sistema pubblico”.
La sentenza violata
“La Corte costituzionale aveva pronunciato una corposa sentenza, tentando di reindirizzare tale processo dandone una lettura conforme alla Costituzione, sentenza che viene oggi radicalmente calpestata nelle bozze d’intesa predisposte da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, con le quali si attribuiscono alle suddette ulteriori funzioni sulla sanità”, illustra la docente di Diritto costituzionale all’Università di Roma La Sapienza Roberta Calvano.
“Il senso di responsabilità – prosegue la costituzionalista – e lo spirito di leale collaborazione mostrato dalla Corte nei confronti del legislatore nella sentenza, evidentemente non adeguatamente apprezzati, portano a ricordare quell'altra sentenza, così sbagliata e infatti ampiamente criticata dalla dottrina, che ha precluso il referendum sulla legge Calderoli che disciplina tutto il processo dell'autonomia differenziata”.
Se in quell'occasione, conclude Calvano, fosse “stata presentata una pluralità di quesiti non ci troveremmo forse oggi in queste condizioni. Ora sono a rischio non solo i diritti sociali, ma il bilancio dello Stato, il principio di unità, la forma stessa dello Stato. Per non parlare del caos che deriverà da incertezze applicative e relativo contenzioso, dato che il tutto è condito dal solito pressapochismo”.
La sanità malata
Se tra le preoccupazioni maggiori della costituzionalista vi è il tema della sanità, anche per la Cgil – che ha partecipato all’audizione con il segretario nazionale Christian Ferrari e il responsabile delle Riforme istituzionali Florido Oliverio – è questa una delle preoccupazioni maggiori: “Attribuire ulteriori margini di autonomia sulla sanità significa accentuare la frantumazione del Servizio sanitario nazionale, indebolire i principi di universalità e uguaglianza dei diritti sociali, rendere ancora più profondi gli attuali – insostenibili – divari territoriali. La salute delle cittadine e dei cittadini non può dipendere dal luogo di nascita o di residenza”.
Svimez: “Si favoriscono le Regioni del Nord”
La sintesi efficace di ciò che potrebbe capitare se quelle pre-intese entrassero davvero in vigore è della Svimez: “Più che un regionalismo differenziato, si ripropone un “sovraregionalismo” del Nord, con eguali margini di autonomia, motivato non dalle specificità ma dall’appartenenza territoriale”.
Nell’audizione la Svimez sottolinea i rischi proprio sulla sanità, a partire dalle “forti criticità delle richieste di autonomia differenziata in materia di tutela della salute, soprattutto per gli effetti che ulteriori margini di autonomia, finanziati con risorse proprie, potrebbero produrre sui divari territoriali già esistenti”.
Conclude l’Associazione: “In assenza di un effettivo meccanismo di perequazione delle capacità fiscali regionali, le Regioni con maggiore capacità fiscale rafforzerebbero ulteriormente la propria offerta sanitaria, attraendo pazienti e personale medico dalle regioni più fragili. Il rischio è un aumento ulteriore della mobilità sanitaria, sottraendo risorse per i servizi sanitari nelle regioni di fuga e aumentando i tempi di attesa nelle regioni attrattive”.
Facciamo un passo indietro
La sentenza della Corte che ha demolito la legge Calderoli, per la cui conseguenza non si è svolto il referendum contro l’autonomia differenziata che pure aveva raccolto 1 milione 300 mila firme, è chiara: per vedersi riconosciuto un margine di autonomia, la singola Regione deve dimostrare la necessità della richiesta che avanza.
“C’è poi un evidente profilo di incostituzionalità che non si può ignorare”, aggiunge la Cgil: “Nelle intese preliminari questa specificità semplicemente non esiste: i testi sono identici, le richieste regionali assolutamente uguali e le motivazioni completamente generiche”. L’incostituzionalità di tali atti, per altro, è stata sottolineata da molti costituzionalisti auditi.
Perché quelle materie non possono diventare regionali
È assolutamente vero che la Protezione civile non appartiene alla famiglia dei Lep, ma “in un tempo segnato dall’emergenza climatica e dall’aumento degli eventi estremi – afferma la Cgil – davvero si può sostenere che si tratti di una funzione da frammentare ulteriormente, sottraendola a una forte regia nazionale e assegnandola in via esclusiva a questa o quella Regione?”. Per altro, con l’idea del reclutamento regionale del personale si metterebbe anche in discussione la contrattazione, fino all’esistenza del contratto collettivo nazionale.
Per non parlare del capitolo professioni: “Il pericolo è quello di incrinare l’unità del mercato del lavoro nazionale, creando una giungla di regimi giuridici diversi, vincoli, disparità e barriere localistiche. Questi ostacoli limiterebbero la mobilità di lavoratrici e lavoratori e contribuirebbero a creare disparità di trattamento economico e normativo in tutto il territorio della Repubblica”.
Infine, la previdenza complementare e integrativa regionalizzata che, ricordiamo, è direttamente collegata alla contrattazione collettiva, secondo la Cgil porterebbe a “una frammentazione delle platee degli aderenti; una disuguaglianza di accesso; un indebolimento del sistema nel suo complesso, con effetti negativi sia sulle prospettive previdenziali degli iscritti sia sulla capacità dei fondi di operare in modo efficiente e con la necessaria massa critica”.
Cgil: “Le pre-intese vanno rigettate”
Quelle pre-intese non s’hanno da fare, questo il senso di gran parte delle audizioni informali. La richiesta della Cgil è netta: “Oltre a rigettare le preintese in esame, chiediamo al Parlamento di dare risposte alle proposte e alle rivendicazioni che hanno spinto numerose cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, ragazze e ragazzi, a mobilitarsi per chiedere la piena e coerente attuazione delle norme e dei principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, a partire dall’articolo 32”.
























