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Continuano in Parlamento le audizioni sulle preintese di autonomia di Veneto Lombardia Piemonte e Liguria. Oltre a giuristi e costituzionalisti anche la Svimez è stata ascoltata. A Luca Bianchi, direttore dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, chiediamo di illustrare le sue preoccupazioni
Nella sentenza della Corte Costituzionale si afferma che alcune materie (non le Lep) si possono devolvere alle Regioni ma solo dietro una specifica motivazione legata al territorio. Le preintese che sono all'attenzione del Parlamento e del governo sono tutte e quattro identiche. Già questa è una violazione della sentenza?
Direi assolutamente di sì, c'è un totale disallineamento tra la sentenza della Corte e le preintese in fase di approvazione. È quasi paradossale, con le preintese si introduce un'autonomia differenziata omogenea, cioè tutte le Regioni, senza differenziazioni, chiedono le stesse competenze con le stesse motivazioni e addirittura con dei testi normativi attuativi assolutamente identici. Addirittura il Servizio studio della Camera fa un'unica relazione per le quattro intese dicendo che sono uguali che quindi non può fare diversamente. Ma l'unica cosa che hanno in comune le quattro Regioni è di appartenere al Nord ed essere governate dalla stessa coalizione, ma quelle Regioni sono profondamente diverse. Faccio un solo esempio, Veneto e Lombardia hanno i livelli più alti di soddisfacimento dei livelli essenziali di assistenza in sanità, e una mobilità positiva, arrivano persone da altre Regioni per farsi curare. Il Piemonte e la Liguria fanno fatica a raggiungere il Lea e i cittadini vanno a farsi curare altrove. Quindi realtà completamente diverse che chiedono la stessa cosa. Questo vuol dire che non è una forma di autonomia che risponde alle esigenze dei cittadini, ma è semplicemente un disegno politico che si ripropone.
Avete parlato di una forma di sovraregionalismo del Nord, ci spiega?
Lo dicevo, sono Regioni che non chiedono competenze in base alle proprie specificità, ma chiedono tutte insieme le stesse competenze per provare ad arrivare a una sorta di sovraregionalismo del Nord e, quindi, di fatto riproponendo quel modello secessionista che era stato bocciato dagli elettori e che è profondamente incostituzionale.
Se andassero in porto, dal punto di vista finanziario quelle preintese che cosa comporterebbero?
Occorre ricordare che grazie all'intervento della Corte Costituzionale, l'intelaiatura generale che scardinava la finanza pubblica italiana è saltata. E per fortuna alcuni aspetti della sentenza non sono aggirabili, e uno di queste il vincolo dei Lep. Fatta questa premessa, nelle preintese ci sono profondi elementi di preoccupazione perché propongono nuove competenze probabilmente aggiuntive per le Regioni. Faccio l'esempio più semplice, quello della sanità. Le 4 Regioni chiedono di poter modificare gli accordi di rimborso con il privato, cioè le tariffe, e chiedono di poter pagare di più i medici e gli infermieri di quel territorio senza prevedere – però - come troveranno quei soldi. Ci sono due alternative o con fondi propri e questo dipende dal fatto, che sono le Regioni più ricche. In questo modo però potrebbero attivare professionisti di altre Regioni perché li pagano meglio. Oppure con gli introiti derivanti dalla mobilità sanitaria perché scommettono sull’aumento di quanti arrivano per farsi curare da altri territori.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che se tu hai migliori prestazioni, paghi meglio, e quindi eroghi più servizi, a quel punto aumentano le persone che dalla Campania, dalla Calabria salgono a farsi curare in Veneto e in Lombardia. Questo è un meccanismo che non solo spacca il Paese perché aumenta ancora di più l'immigrazione sanitaria con tutti i costi economici personali che conosciamo, ma soprattutto va anche contro i cittadini della stessa Regione. Questa è la chiave centrale, questo tipo di modello non conviene sicuramente al cittadino della Calabria o della Campania. Ma non serve neanche al cittadino del Veneto, soprattutto se a basso reddito, perché troverà il suo sistema sanitario ancora più congestionato dall'incremento della mobilità. Inoltre, crea una spaccatura sia territoriale, tra territori del Nord e del Sud, ma anche all'interno delle singole Regioni del Nord che già adesso soffrono un problema di lista d'attesa molto rilevanti proprio anche per effetto della mobilità. Quindi è un meccanismo che spaccando il Paese non serve a nessuno.
Nella sentenza della Corte c'era scritto che si potevano devolvere solo le materie non Lep. Ma la sanità è per antonomasia materia Lep.
Esattamente, si attaccano alla distinzione tra materie e funzioni, e specifiche attività non all'interno di settori Lep, questa mi sembra un'altra maniera per aggirare la sentenza della Corte. Però, al di là degli aspetti formali, quello che interessa ai cittadini è l'impatto di queste scelte. Nelle relazioni tecniche che accompagnano le intese non è dimostrato da nessuna parte che ci sia un vantaggio effettivo per il cittadino di quel territorio e dei territori circostanti.
Altro che il sistema sanitario regionalizzato. Qui c'è proprio la fine del sistema sanitario nazionale, così come è scritto nella legge del 78 e nelle sue successive modifiche.
Questo è il rischio, una doppia frammentazione del Sistema sanitario regionale e poi una sua ricomposizione in blocchi nord, centro, sud. Così viene meno il Servizio sanitario nazionale visto nel suo insieme, anche perché queste riforme intervengono su un settore, quello della sanità, in profonda crisi. Nel momento in cui le risorse sono sempre più scarse a causa di alcune scelte fatte sulla spesa militare e su altri tipi di spesa, si scatena una guerra tra territori in cui ognuno cerca di accaparrarsi qualche risorsa in più o qualche malato in più con il risultato che poi alla fine il sistema sanitario nazionale, visto nel suo complesso, si indebolisce. Piuttosto che preoccuparsi di aumentare il finanziamento complessivo, rafforzandone la governance centrale, progettano di frammentare ancora di più.
Se in quelle Regioni si può dare salario aggiuntivo, si possono fare contratti migliori dal punto di vista economico, che fine fa il contratto collettivo nazionale?
Questa è l'altra parte dell'attacco all'omogeneità dei diritti. Certo che si indebolisce il contratto nazionale della sanità e questo può essere l'inizio di una balcanizzazione dell’attività contrattuale. Insieme alle riforma delle professioni che potrebbe prevedere professioni localizzate a livello territoriale, non permettendo l'accesso a chi non è quel territorio, così si arriva a quel modello di devolution più volte evocato in cui i diritti dipendono sempre più da dove nasci e non sono più universali.
Cosa si può fare per contrastare questo disegno?
Bisogna tenere alta l'attenzione. Ricordo che l'intervento della Corte costituzionale ha fatto seguito a una grande mobilitazione popolare in tutti i territori, è partita da Sud, ma ha riguardato tutto il Paese, facendo si che crescesse la consapevolezza del governo che un qualunque referendum sull'autonomia differenziata l'avrebbe perso.






















