L’8 marzo arriva ogni anno, puntuale come la primavera. E ogni anno ci chiede se siamo pronti a guardare in faccia la distanza tra i fatti e le parole.

Ottant’anni fa il voto alle donne

 A marzo del 1946, le donne entrarono per la prima volta in una cabina elettorale, per le amministrative. Il 2 giugno dello stesso anni, votarono per il referendum e per l’Assemblea Costituente. A ottant’anni da quel giorno, ogni 8 marzo torna sempre la stessa domanda: quanto vale oggi il lavoro di una donna? Quanto valgono i suoi diritti?

Le insostenibili statistiche del gender gap

La risposta non è in un destino biologico o in una “cortesia” sociale. Ma nelle statistiche che ci tocca ripetere, da decenni, ogni 8 marzo. Per quanto ancora saremo tenute a sentire che il tasso di occupazione femminile è inferiore a quella maschile? Che guadagniamo di meno? Che siamo più istruite degli uomini ma quasi mai arriviamo ai vertici? Che il lavoro di cura pesa su di noi? 

Parità= stesso stipendio per stesso lavoro

Eppure la parità è un concetto semplicissimo: stesso stipendio per lo stesso lavoro. Stessa autorevolezza a parità di competenze. Stessa libertà di essere ambiziosi, fragili, leader, genitori, geniali, incapaci. La parità vuol dire che una donna ambiziosa non è “aggressiva”, un uomo sensibile non è “strano”, una madre che lavora non è “egoista”. E se un padre cambia un pannolino non è candidato al Nobel.

Paternità moderna e parità

Perché la paternità moderna non genera parità, se i padri sono considerati come dei collaboratori domestici o dei genitori di scorta. La crea se capiamo che il carico mentale va condiviso, che la cura ha un prezzo che va pagato in due, che la vera rivoluzione non sono dieci giorni di congedo parentale al padre, ma cinque mesi.

Il voto alle donne non è stato un regalo

Fino a ottant’anni fa le nostre bisnonne non potevano votare. Potevano crescere cinque figli, gestire una casa, lavorare nei campi, sopravvivere alla guerra, ma non potevano mettere una croce su un foglio. Troppo stress. Il voto alle donne non è stato un regalo. È stato il riconoscimento tardivo di una cosa ovvia: se una legge ti riguarda, hai diritto a dire la tua. Perché la democrazia senza metà della popolazione non è democrazia.

Riconoscere ciò che è ovvio: la parità

L’8 marzo - e così tutti i giorni - non abbiamo bisogno di fiori, né delle solite domande, né di statistiche e percentuali che conosciamo a memoria. Abbiamo bisogno che ci venga riconosciuto ciò che è ovvio: la parità.

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