E così, nonostante la contrarietà manifestata dagli ambienti politici e dalla società civile, manifestazioni alle quali la nostra organizzazione ha convintamente partecipato, il Ddl Valditara è diventato legge dello Stato. L’educazione sessuale e affettiva sparisce dalla scuola dell’infanzia e primaria e sarà sottoposta al consenso informato delle famiglie di appartenenza nelle scuole di grado superiore. 

In questo modo un diritto primario del minore, quello a ricevere dall’Istituzione scolastica una formazione volta al rispetto delle altre persone e del proprio corpo e allo sviluppo di una sessualità libera e consapevole, viene derubricato a diritto “minore” il cui esercizio – ben lungi dall’essere riconosciuto come costituzionalmente garantito – è sottoposto al permesso o al diniego della famiglia di origine, cioè allo stesso ambiente in cui si formano nella maggioranza dei casi i comportamenti disfunzionali nei confronti di chi è portatore di differenze rispetto a sé.

Leggi anche

Fa sorridere, nel testo di legge, l’elencazione degli obiettivi dell’educazione sessuale e all’affettività (dalla prevenzione dei comportamenti sociali a rischio fino alla rimozione di pregiudizi e stereotipi passando per il contrasto al bullismo/cyberbullismo), se poi si pensa che passaggi cosi fondamentali nella vita e nella formazione delle persone debbano essere sottoposti al consenso della famiglia.

Un paragone non deve apparire azzardato: nella scuola post-fascista, l’insegnamento dei valori costituzionali e antifascisti è stato ritenuto fondamentale, anche in quel caso finalizzato alla creazione di una cittadinanza formata e informata. Ma negli anni del dopoguerra molte erano le famiglie che ancora erano legate a modelli culturali e politici improntati al fascismo: se si fosse anche allora affidata al loro consenso la scelta sull’insegnamento o meno dei valori democratici e costituzionali, moltissimi sarebbero stati i dinieghi.

Ma lo scuola pubblica ha non solo il diritto ma il dovere di formare persone rispettose dei valori sui quali si basa la nostra Costituzione e la nostra storia democratica e questo vale nel caso dei valori dell’antifascismo come nel caso dei valori basati su una affettività e una sessualità libere, consapevoli e rispettose delle altre persone e delle loro differenze. In entrambi i casi citati siamo di fronte a princìpi costituzionalmente stabiliti e garantiti.

Appare dunque evidente che sotto quelle dichiarazioni di intenti si celano ben altre finalità: innanzitutto quella di non uscire dalla logica esclusivamente repressiva nei confronti della violenza occasionata dal genere, dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. A dispetto di tutte le indagini che dicono quanto poco serva la faccia feroce rappresentata dall’aumento esponenziale delle pene senza un’educazione sessuale e all’affettività invece determinanti per la prevenzione.

Ma, evidentemente, la prima scelta paga elettoralmente molto più della seconda. C’è poi, sotto l’ossessivo richiamo al cosiddetto “gender”, la volontà di non riconoscere pari dignità e rispetto ai diversi generi, orientamenti sessuali e identità di genere: se così non fosse non si sarebbe costretti a ricorrere a ridicole menzogne circa il “voler insegnare ai bambini e alle bambine a cambiare sesso”.

E in ultimo ma non ultimo c’è una profonda sessuofobia che caratterizza da sempre i sistemi autoritari, integralisti e fondamentalisti: un'altra cambiale da pagare alle organizzazioni no-choice a cui l’attuale esecutivo è profondamente legato e sul cui appoggio si basa fin dai giorni della sua formazione.

Sandro Gallittu, responsabile Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale