È un sistema. È il sistema. Ad Amendolara come a Bergamo. Sull'Agro Pontino come nella logistica delle città manifatturiere o nel tessile di Prato. Nella consegna del cibo. E chissà in quali altri luoghi di lavoro nei quali il lavoro è stato svuotato del suo più alto significato.  È il solito sistema : quello che, al fine di guadagnare di più, porta i padroni a sfruttare con la violenza e le minacce i lavoratori che spesso sono fragili perché migranti o precari. E quindi sono ricattabili.

E così anche a Bergamo, dove pura la vocazione non è certo contadina, spunta il sistema. Nella catena del sushi e del kebab, dei ristoranti etnici, dove, è la denuncia della Cgil, emerge il caporalato . A raccontarci i fatti è Paola Redondi della segreteria della Cgil Bergamo. Il Quadrato rosso ha costituito un gruppo di lavoro che coinvolge legali, ufficio vertenze e ufficio migranti e si è mosso insieme agli operatori delle associazioni anti tratta: se segui le briciole troverai decine di lavoratori sfruttati.

Condizioni di esercizio

Paghe da fame, orari impossibili, “marcatura strettissima”, anche fuori dal luogo di lavoro, accerchiamento totale dato dalla fornitura dell'alloggio e del passaggio al lavoro. Quasi sempre contratto in grigio, vedo non vedo, con cifre e impegni minimi rispetto a quella che è la realtà di queste persone . In alcuni casi privati ​​del documento perché non vadano altrove e “restituiscano il debito” contratto per trovare lavoro. Ricattate dalla necessità di avere un permesso di soggiorno che, senza, finirebbero nella clandestinità, ancor più fragili ed esposte.

Ce n'è abbastanza perché la cena ci vada di traverso, che sia sushi o kebab o chissà cos'altro che ancora non è emerso. Perché, ci spiega la segretaria della Cgil, quello di Amendolara è "un aberrante misfatto che sta in cima a una piramide in cui domina lo sfruttamento e la sopraffazione e della quale conosciamo pochissimo e ci accorgiamo solo quando le conseguenze sono talmente gravi da mobilitare l'intervento delle istituzioni e da accendere i riflettori della stampa. la violenza si manifesta in tante forme, anche attraverso il controllo e l'intimidazione. Ci sono fasi in cui la violenza non si vede, ma solo perché il sistema criminale vuole restare nascosto , visto che senza il fatto eclatante nessuno si occuperà mai del problema”.

Le condizioni a Bergamo

Dieci ore di lavoro al giorno, se non di più, in cambio di compensi da fame. "Con una formula di finto part-time a coprire persone che lavorano anche 60-70 ore a settimana – denuncia Paola Redondi –. Come Cgil abbiamo raccolto e depositato alcune segnalazioni all'Ispettorato del lavoro. Tuttavia alcuni dei lavoratori che si erano rivolti a noi hanno deciso di non procedere con la denuncia perché stanno ripagando un debito contratto per arrivare in Italia e l'attesa dell'esito della denuncia non gli permette di guadagnare e quindi continuare a pagare. È una situazione paradossale perché queste persone, che pure hanno compiuto un gesto coraggioso per far emergere la loro condizione, hanno finito per tirarsi indietro e trasferirsi altrove per trovare, molto probabilmente, un altro lavoro sfruttato”.

Nonostante tutte le difficoltà, a Bergamo la Cgil è riuscita a raccogliere un bel po’ di segnalazioni. Impossibile fare una stima di quanti siano in totale i lavoratori sfruttati: probabilmente ognuno di quelli che hanno parlato con il sindacato a sua volta conosce decine di colleghi nella stessa situazione. E quasi tutti, almeno a Bergamo, vengono da India, Pakistan, Bangladesh, Marocco ed Egitto.

"Il sistema – ci ha spiegato la segretaria della Cgil – lo stiamo vedendo soprattutto nelle grandi catene di sushi, ma una storia l'abbiamo raccolta anche in un kebab che è all'interno di un grande centro commerciale. Quindi non certo un esercizio isolato o 'invisibile'".

Il problema di chi denuncia

Il problema di chi denuncia, del resto, è legato anche alla mancata applicazione della legge, che pure ci sarebbe. “Tante procure e sedi territoriali dell’Ispettorato del lavoro – ci spiega la segretaria Cgil – non rilasciano il parere necessario a ottenere il permesso articolo 18 ter”. E se chi sporge denuncia non ha la certezza di ottenere questo tipo di permesso finisce per avere un problema.

Le richieste della Cgil

La Cgil continua a impegnarsi e a lavorare come sempre ha fatto. Ma cosa potrebbe migliorare la situazione? "Costituire una rete che risponda in modo veloce e adeguato quando intercettiamo il caso – spiega Paola Redondi –. Le procure devono fare le indagini, ma gli ispettorati del lavoro dovrebbero agire almeno di fronte a casi denunciati dal sindacato. E sarebbe interessante che le parti datoriali si facessero avanti, investendo anche su casa e trasporti, visto che, da tempo, manca la manodopera".