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È di queste ore la notizia riguardante la definizione di un accordo preliminare finalizzato ad avviare una cooperazione per lo sviluppo delle reti di accesso mobile attraverso un modello di Radio Access Network (Ran) sharing tra Tim e Fastweb + Vodafone. La Radio Access Network è la parte “fisica” della rete mobile: siti, antenne e apparati che collegano lo smartphone alla rete dell’operatore.
Si tratta di un primo importante passo per accelerare lo sviluppo del 5G in Italia, che dovrebbe consolidarsi con la firma di un accordo definitivo entro il secondo trimestre del 2026.
Il perimetro: piccoli Comuni e sostenibilità degli investimenti
Il perimetro dell’intesa è attualmente circoscritto ai Comuni con meno di 35mila abitanti, cioè quelle aree dove la sostenibilità economica degli investimenti resta più complessa e dove il divario infrastrutturale rischia di rallentare la digitalizzazione del Paese. Ma rappresenta comunque una buona notizia, i cui effetti positivi sono evidenti anche in termini di impatto ambientale.
Il ruolo delle autorità regolatorie
Sul progetto, che porta con sé potenziali benefici diretti per consumatori, imprese e comunità, sono adesso chiamati ad esprimersi il Mimit e l’Agcom.
Una volta completato positivamente l'iter regolatorio, l’accordo dovrebbe rendere possibile un utilizzo più efficiente delle infrastrutture esistenti, ponendo le basi per una copertura 5G più sostenibile e performante rispetto ai modelli di sviluppo tradizionali basati su reti duplicate.
Ran sharing: meno duplicazioni, più efficienza
Questo modello rappresenta, a nostro avviso, un modo intelligente e utile di razionalizzare i costi, con un risparmio importante per gli operatori, giocato sul fronte delle sinergie. I benefici economici per ciascun operatore potrebbero essere stimabili tra i 250 e i 300 milioni di euro nell’arco di dieci anni. La competizione non sparisce, ma cambia terreno e si concentra sugli aspetti commerciali.
Come funziona l’intesa: divisione territoriale e obiettivi
Nello specifico, Fastweb+Vodafone e Tim si divideranno il lavoro su base geografica: ognuno sarà responsabile dello sviluppo della rete in dieci Regioni, con l’obiettivo di arrivare a circa 15.500 siti complessivi entro la fine del 2028, mettendo poi le infrastrutture a disposizione dell’altro per garantire una copertura comune.
Benefici industriali e nuovi investimenti
Dal punto di vista industriale, l’operazione mira a liberare risorse per nuovi investimenti nella tecnologia mobile di nuova generazione, riducendo la pressione sui conti legata all’aumento dei costi energetici e degli affitti delle torri.
Autonomia commerciale e indipendenza tecnologica
Un aspetto centrale dell'accordo riguarda il mantenimento, per entrambe le aziende, di una piena autonomia commerciale e di un'indipendenza tecnologica. Questi elementi restano separati nonostante la condivisione delle reti di accesso, che riguarda esclusivamente la “prima linea” di copertura sul territorio.
Un modello già rodato in Europa
Va sottolineato che la collaborazione tra gli operatori si inserisce in un modello già ampiamente e virtuosamente adottato in altri Paesi dell'Unione Europea e oltre oceano, basato sull’utilizzo dell’infrastruttura radio-mobile dell’altro per evitare duplicazioni e razionalizzare i costi.
Nel Regno Unito esistono due grandi accordi di network sharing: Mbnl (BT/EE e Three, dal 2007) e Ctil/Cornerstone (Vodafone e Virgin Media O2, dal 2012 e rinnovato). In Svezia, Net4Mobility (Tele2 e Telenor) è spesso citata per l’accelerazione della copertura; in Spagna, Orange e Vodafone vantano una lunga esperienza di sharing, progressivamente estesa anche al 5G.
Il precedente italiano: l’operazione Zefiro
Un modello sperimentato anche in Italia nel 2022 con l’operazione Zefiro, realizzata da Wind Tre e Iliad per coprire aree del Paese svantaggiate dal punto di vista della connettività. In quel caso, l’infrastruttura fisica condivisa riguardava un’area in cui risiede circa il 26% della popolazione italiana.
Nuove regole elettromagnetiche e opportunità
Va aggiunto che una spinta significativa al Ran sharing è probabilmente arrivata dal recente innalzamento dei limiti di emissione elettromagnetica da 6 V/m a 15 V/m, un valore che resta comunque inferiore rispetto a quello adottato nella maggior parte dei Paesi europei.
L’aumento della potenza trasmissiva disponibile, insieme all’introduzione del principio di equa ripartizione delle risorse, ha reso più concreta la possibilità di co-presenza e di evoluzione tecnologica sui siti esistenti, soprattutto in aree con vincoli urbanistici.
Una scelta strategica dei big delle telecomunicazioni
Con riferimento specifico all’accordo in oggetto, la sua portata strategica risiede nel fatto che a stipularlo sono i due maggiori operatori mobili italiani.
Non si tratta di una fusione, ma di un modello di cooperazione mirata che potrebbe contribuire a un ridisegno dell’architettura infrastrutturale del Paese.
Fare sistema per ridurre il divario digitale
L’obiettivo è “fare sistema”: dividersi il lavoro per arrivare prima e meglio dove il mercato da solo non basta e spesso produce inefficienze, con vantaggi economici per le telco e benefici concreti per cittadini e imprese che oggi vivono una connettività di serie B. I prossimi mesi diranno se le premesse si tradurranno in realtà.
Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale






















