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L'allarme

Suicidi in carcere, un anno terribile

Foto: Enda McLarnon da Pixabay
Patrizia Pallara
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Ottantaquattro detenuti solo nel 2022, uno ogni cinque giorni. Un fenomeno drammatico che riguarda anche gli agenti di polizia penitenziaria

Ottantaquattro detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane nel 2022. Uno ogni cinque giorni. Quello appena trascorso è stato un anno orribile per i suicidi in cella, in cui si è superato il precedente record negativo del 2009, quando furono in totale 72.

Sono numeri che rispecchiano la situazione di disfunzione in cui si trovano gli istituti di pena, che non riguarda solo chi è ristretto ma anche chi ci lavora: negli ultimi dieci anni si sono suicidati 69 agenti di polizia penitenziaria. Numeri di un fenomeno drammatico di cui la politica non si occupa e che i cittadini preferiscono non vedere.

Condizioni pesanti

“Oltre all’impatto che il Covid ha avuto sul carcere, con le incertezze del lockdown e i contagi, c’è sicuramene il fatto che le persone ristrette vivono in condizioni sempre più pesanti e drammatiche – spiega Denise Amerini, responsabile dipendenze e carcere dell’area stato sociale e diritti della Cgil -. Crescono i detenuti con problemi di fragilità, di salute mentale, marginali, poveri. Le offerte lavorative e formative sono davvero poche e sono ridotte per durata e continuità”.

Anche l’aspetto dell’affettività contribuisce. I carcerati sono privati della libertà ma anche delle relazioni parentali, della genitorialità. “Per questo ci vorrebbero luoghi e spazi dove le persone possano vivere le loro relazioni affettive in modo quanto meno dignitoso - aggiunge Amerini -. C’è una proposta di legge in parlamento per istituire case famiglia per madri detenute: sarebbe importante tirarle fuori, fare in modo che possano vivere la genitorialità, permettere ai bambini di uscire dall’ambiente carcerario, avere una quotidianità più normale, frequentare la scuola, incontrare coetanei”.

Il tempo vuoto

E poi c’è il tempo, che in cella è vuoto e senza significato. La prospettiva di non fare niente tra le mura del penitenziario è devastante e lo è anche la mancanza di aspettative quando si esce.

Non a caso i suicidi avvengono per lo più nel periodo immediatamente successivo alla carcerazione, segno della difficoltà di vivere in ambienti piccoli, sovraffollati, senza servizi igienici, con sconosciuti, e nei mesi che precedono la libertà, sintomo del disagio di fronte al non sapere cosa fare e dove andare, una volta fuori.  

Lavoro strumento di libertà

“Per prevenire i suicidi in carcere e i tantissimi comportamenti autolesionistici – afferma Amerini - bisogna creare condizioni di vita dignitose e riempire il tempo di significato, con attività di socializzazione come il teatro per esempio, e offrendo lavoro, che sia lavoro vero però, riconosciuto e retribuito, che serva alla persona per promuovere la sua identità e reinserirla nella società e non che abbia una funzione di supplizio o redenzione.

A Palermo è appena partito uno sportello nel penitenziario per incrociare domanda e offerta di lavoro, un’iniziativa promossa da un organismo previsto dall’ordinamento penitenziario ma mai attuato. L’unico caso in Italia”.

Situazione totalizzante

Il complicato ambiente carcerario pesa sui detenuti come anche sui lavoratori. “La condizione della persona ristretta e quella dell’operatore sono difficili da distinguere, vivono entrambi in una situazione totalizzante – spiega Florindo Oliverio, segretario nazionale Funzione pubblica Cgil -. Spesso il poliziotto penitenziario vive il carcere anche fuori dall’orario di lavoro, perché portato a centinaia di chilometri di distanza da casa, senza famiglia, trascorre il suo tempo dentro l’istituto come se fosse un recluso. E chi ha un disagio non lo può neppure denunciare, perché cerca di evitare lo stigma dei colleghi, teme di essere additato come il soggetto debole, il fragile”.

L'arma a disposizione

L’amministrazione penitenziaria dispone di pochissime risorse per il supporto psicologico dei carcerati e ancora meno per i lavoratori, oltre al fatto che per chi vi ricorre è difficile proteggere la privacy. “Sfatiamo una falsa convinzione – dice ancora Oliverio -. Non è che il poliziotto ha una configurazione particolare che lo porta al suicidio, non è il mestiere che lo spinge a togliersi la vita. Piuttosto si può affermare che nel momento della perdita di lucidità, del picco del disagio, avere un’arma a disposizione può fare la differenza. E questa arma il lavoratore se la porta sempre con sé, non se può mai separare, né riporla in sicurezza. È un dato emerso da una ricerca realizzata dalla Funzione pubblica Cgil di Padova in collaborazione con la Asl e l’università”.

Carenze di organico

C’è poi il problema della cronica carenza di organico che costringe i lavoratori a turni insostenibili, da 9 fino a 12 ore al giorno. E a ricoprire tanti ruoli diversi, dai servizi centrali al ministro di culto, dall’educatore al mediatore culturale.

“Oggi si contano 35 mila operatori di polizia penitenziaria, su una previsione organica di 41 mila – dichiara Mirko Manna, Fp Cgil -: la legge Madia ha di fatto depauperato il 30 per cento del personale. Ogni anno, a fronte dell’uscita di 1.100 dipendenti, ne entrano 200. E tra 2 anni 8 mila operatori assunti per concorso nel 1992 andranno in pensione. Questo vuol dire che tra due anni mancheranno all’appello 16 mila unità, situazione che comprimerà ancora di più la vita dei lavoratori e delle lavoratrici”.

“Ogni anno facciamo il giro delle strutture carcerarie - conclude Oliverio - e continuiamo a denunciare deficit, carenze logistiche, ambienti fatiscenti. Abbiamo preparato documenti, scritto al ministero della Giustizia per chiedere la messa in sicurezza degli istituti e tutelare il personale oggi stremato e demotivato, ma c’è sempre un problema di risorse che non sono disponibili”.