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Elezioni 2022

Presidenzialismo e autonomia differenziata, la fine della Costituzione

Foto: Luciano Movio/Sintesi
Roberta Lisi
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A pochi giorni dal voto l'Anpi lancia l'allarme: le proposte di modifica costituzionale presenti nei programmi del centrodestra, se realizzate, scardinerebbero la Carta antifascista

Se si approvassero presidenzialismo e autonomia differenziata, anche solo queste due modifiche alla Carta, non esisterebbe più la Costituzione del '48, quella nata dall’antifascismo e dalla Resistenza. Questa la sintesi dell’iniziativa organizzata dall’Anpi, lo scorso 16 settembre, per ragionare, appunto, su queste ipotesi di modifiche costituzionali. “Dobbiamo avere consapevolezza di una cosa, se dovessero passare queste due riforme noi avremmo un’altra Costituzione”, ha infatti affermato con forza Rosy Bindi, già parlamentare e ministra.

Per l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, il giudizio su queste proposte è nel titolo dell’Incontro: “Presidenzialismo e autonomia differenziata: come scardinare la Costituzione”. Sì, proprio scardinare perché, hanno sottolineato i partecipanti al confronto, il presidente della Repubblica è organo costituzionale di garanzia e non istituzione di parte. E sempre la Costituzione definisce una e indivisibile la Repubblica, ma l’autonomia differenziata romperebbe questa unità e ne modificherebbe non solo gli assetti istituzionali ma anche gli “equilibri economici” che sempre la Carta sancisce.

Le ragioni che hanno spinto l’Anpi a organizzare il confronto le ha illustrate Betty Leone, vice presidente dell’Associazione: “Questi sono temi che ci riguardano molto. L'Anpi non solo si dedica alla memoria della Resistenza, quindi la data di nascita della nostra Repubblica parlamentare, ma si occupa anche di salvaguardare quella Costituzione nata da quella storia, la Costituzione antifascista”. Ed è proprio da questo compito “statutario” che nasce l’esigenza di non rimanere in silenzio. Ha detto ancora Leone: “La discussione che si è aperta è estremamente rischiosa e rischia di essere il punto finale della messa in mora della Costituzione antifascista e degli equilibri che lì ci sono, equilibri non solo democratici ma anche economici, che definiscono e garantiscono un’economia solidale”.

Ancora la vice presidente ha sottolineato l’unicità non solo della Repubblica ma anche della Carta che la definisce, la prima e la seconda parte sono strettamente connesse: “C'è un nesso tra la prima parte della Costituzione la parte valoriale di cui molti dicono 'no, non la toccheremo mai', e la seconda parte appunto ordinamentale. C'è invece un nesso strettissimo tra queste due parti che non si possono scindere. Gli articoli 2, 3, 5 disegnano esattamente un modello di democrazia partecipata che guarda alla vita dei suoi cittadini”.

Il presidenzialismo
“I programmi elettorali della destra sostengono che vogliono cambiare forma di Stato e forma di governo, presidenzialismo e autonomia differenziata. Ove si realizzasse questo loro obiettivo dichiarato, c’è un fatto sicuro e indiscutibile: noi consegneremo la nostra Repubblica a un altro sistema costituzionale, a un'altra Costituzione repubblicana, a una Costituzione postfascista” non più antifascista. Con questa constatazione il costituzionalista Gaetano Azzariti ha cominciato il suo ragionamento, illustrando le ragioni dello scardinamento.

Presidenzialismo e autonomia in sé non sono né un bene né un male, ma delineano un altro assetto, per il docente universitario: “Credo che la forma di governo presidenziale sia un male in sé in Italia” e le ragioni sono chiare: “Da un lato il superamento del sistema parlamentare. Dall’altro, l'introduzione in Italia della forma di governo presidenziale comporta necessariamente una rinuncia a uno dei due organi di garanzia costituzionale. La Corte costituzionale, organo di garanzia giurisdizionale in senso proprio, e il presidente della Repubblica, organo di garanzia costituzionale. Il nostro sistema è in grado di sopportare questa rinuncia? Si determinerebbe uno squilibrio in una forma costituzionale indebolita e resa fragile”.

Esiste un altro filo che lega gli interventi di tutti i partecipanti al confronto, le istituzioni e la nostra democrazia parlamentare sono fragili. Sono state indebolite da una serie di riforme procedurali, e non solo, succedutesi negli anni, ultima la riduzione dei parlamentari. E nel corso degli anni si è accettata anche una denigrazione e delegittimazione del Parlamento e questo ha spianato la via alla possibilità di cambiare il nostro assetto democratico. Ma proprio per questo, ha affermato, Rosy Bindi: “La figura del nostro presidente della Repubblica, alla quale non a caso i costituenti hanno dedicato più tempo che a tutte le altre istituzioni, è un capolavoro di equilibrio e di garanzia della separazione dei poteri. Nel momento in cui venisse eletto direttamente dal popolo è chiaro ed evidente che si sacrificherebbe il rapporto tra il potere legislativo e potere esecutivo e verrebbe meno la figura di garanzia”.

La preoccupazione che affligge il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ha radici antiche, la delegittimazione delle istituzioni rappresentative arriva da lontano, dalle riforme di leggi elettorali succedutesi dagli anni 90 in poi. Vale per il Parlamento e vale per le assemblee di Comuni e Regioni. E poi la debolezza dei partiti e l’utilizzo eccessivo della decretazione di urgenza hanno fatto il resto, riducendo sempre più la partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla vita pubblica. Tanto più che grandi momenti di mobilitazione sono stati poi svuotati, ha ricordato infatti Pagliarulo: “Mi chiedo che fine ha fatto il risultato del referendum sull'acqua pubblica, che fine hanno fatto il milione e trecento mila firme depositate dalla Cgil con la proposta di legge di iniziativa popolare sui temi del lavoro”. E ha aggiunto: “Non c'è dubbio che oggi ci sia nel nostro Paese è un problema di rafforzamento nelle istituzioni democratiche rappresentative. La proposta di presidenzialismo e di autonomia differenziata per il modo in cui sono state avanzate, mi sembra vadano esattamente nella direzione opposta a quel che servirebbe. Sono proposte contro il progresso democratico costituzionale del Paese”

L’autonomia differenziata
In realtà già la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 introdusse quote di autonomia organizzativa che certo non hanno fatto bene al Paese, basti ricordare come le Regioni hanno reagito in maniera differente alla pandemia, o come ancora prima del Coronavirus il diritto alla salute non era uguale se ci si trovava in Emilia-Romagna o in Calabria. Ma l’autonomia differenziata che vuole fortemente la Lega è ben altra cosa. Ha sostenuto Rosy Bindi: “È un tentativo di rinunciare all'unità d' Italia, perché l'unità d'Italia non è un fatto formale, è un fatto sostanziale”.

La scuola è stata davvero, in passato il luogo, l’istituzione che ha consentito di unificare il Paese, se venisse approvato ciò che chiede la Lega equivarrebbe alla frantumazione del legame culturale e valoriale. Secondo la ex ministra della Salute “il rivendicare che ciascuno fa quello che vuole a casa propria addirittura sui programmi, sulla formazione del personale, sul tipo e il numero del personale da utilizzare è evidente che è una rinuncia a realizzare l’unità del Paese, non quella formale ma quella sostanziale”.

L’articolo 32 della Carta afferma che la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, diritto che già oggi – lo dicevamo – è diseguale. E allora per Bindi: “Se noi vogliamo un servizio sanitario nazionale universalistico questo ha bisogno di coerenze organizzative. I ventuno sistemi sanitari delle regioni italiane non solo coerenti con i principi universalistici”.

Ma ricorda ancora il professor Azzariti: “L’articolo 5 della Carta dice che la Repubblica è una e indivisibile, promuove le autonomie locali. Se ha un senso l’italiano questo vuol dire che ci sono due questioni legate tra di loro, da un lato il favorire e promuovere le autonomie ma con una condizione; che si conservi - appunto - l’unità indivisibile della Repubblica”.

Alla fine dell’incontro la preoccupazione per i destini della democrazia italiana era davvero molta, è stato ricordato, infatti, che il prossimo Parlamento, quello che verrà eletto il 25 settembre, dovrà anche nominare 10 componenti laici del Consiglio superiore della magistratura, e cinque giudici costituzionali, e potrebbe essere il primo della storia repubblicana ad avere una maggioranza composta da “afascisti e postfascisti”. E allora Pagliarulo, chiudendo l’incontro, ha affermato: “Abbiamo parlato di scardinamento della Costituzione, per questo assumiamo fin d'ora l'impegno, comunque vada il voto, di lavorare unitariamente per la difesa e l'applicazione integrale della Carta. Questo sarebbe il vero cambiamento”. 

Chi volesse leggere l’Appello al voto approvato dal Comitato Nazionale dell’Anpi lo trova qui.