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L'opinione

Uscire dall'emergenza permanente

Foto: Maurizio Minnucci
Celeste Logiacco
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A 12 anni dalla rivolta di Rosarno, ci sono stati passi in avanti, ma sono ancora tante le questioni irrisolte. Se ne parla solo a ridosso di tragedie sfiorate o consumate, mentre servirebbero azioni concrete per mettere in sicurezza gli uomini e le donne presenti in tutti gli insediamenti della Piana

Era il 2006 quando per la prima volta all’Inca Cgil di Gioia Tauro mi sono occupata di immigrazione. Sono trascorsi dodici anni dall’ormai nota rivolta di Rosarno, e parlare ancora oggi di “non accoglienza” nella Piana risulta quasi un esercizio di retorica, una storia infinita, una lunga battaglia per restituire dignità a tutti coloro che in questi anni hanno sopravvissuto in condizioni disumane. Da allora, instancabilmente e con determinazione abbiamo chiesto azioni immediate e concrete per superare la situazione alloggiativa dei  lavoratori migranti. Abbiamo avanzato proposte razionali, a breve e medio termine, senza alcun dubbio più dignitose, per migliorarne le condizioni igienico-sanitarie e di vivibilità in attesa d'individuare soluzioni abitative alternative e un “piano casa” che punti all’accoglienza diffusa, che finalmente metta in sicurezza uomini, donne e bambini, e garantisca una condizione più civile del territorio. Ancora adesso però, seppur in presenza di passi in avanti, sono ancora tante le questioni irrisolte. E l’approccio al problema non è mai riuscito a emanciparsi dalla gestione emergenziale. Questo malgrado le nostre denunce e le pressanti richieste, l’impegno e gli appelli della Prefettura, dei sindaci della Piana impegnati a superare definitivamente le criticità e la complessità della situazione, le iniziative finanziarie e umanitarie, l’importante lavoro di contrasto all’illegalità e al caporalato svolto dalle forze dell’ordine e dalla Questura di Reggio Calabria.

Una tenda, come diciamo da tempo, è sicuramente meglio di una baracca, ma è l’ennesimo ricovero d’emergenza, una soluzione temporanea. In questo contesto, e da due anni in piena pandemia, ancora peggiore è la condizione di chi non avendo neanche un posto sotto una tenda, è costretto a vivere in casolari diroccati, baracche e alloggi di fortuna. L’emergenza sanitaria ha di fatto aggravato la situazione, impedendo tra l’altro anche il progressivo smantellamento delle Tendopoli di San Ferdinando, iniziato ad agosto 2020 su impulso del comune, che puntava al superamento dell’insediamento, passato da formale a informale e ormai regredito a baraccopoli.

Negli ultimi anni, questi insediamenti sono diventati per molti il luogo del quale si parla sempre e solo a ridosso di tragedie sfiorate o consumate. L’ultima è rappresentata dall’incendio divampato la notte di Capodanno quando venti baracche di legno, lamiera e materiali di scarto hanno preso fuoco. L'ennesima tragedia evitata grazie al tempestivo intervento dei Vigili del fuoco e delle forze dell’ordine che, su decisione della Prefettura di Reggio Calabria, continuano a presidiare giorno e notte l’area.


L'incendio alla Tendopoli di San Ferdinando

È evidente oggi che quanto avvenuto il 6 marzo del 2019, quando l’allora Ministro degli Interni decise, con un’azione assolutamente mediatica, di sgomberare la vecchia baraccopoli senza offrire alcuna alternativa a tutti coloro che non avrebbero trovato posto alla “nuova tendopoli” ha prodotto nel tempo altri problemi, alimentando nuove condizioni di degrado che si sono aggiunte a quelle che già esistevano nelle campagne della Piana. Quell'azione ha creato nuovi invisibili, dispersi tra casolari abbandonati e baracche nascoste. Non è bastato quindi eliminare la baraccopoli per risolvere il problema della “non accoglienza” e dello sfruttamento dei migranti.

Il 4 gennaio, come Cgil e Flai, siamo stati ricevuti a Reggio Calabria dal prefetto Massimo Mariani, del quale apprezziamo ancora una volta la disponibilità e la sensibilità su queste tematiche. Durante l’incontro, riconoscendo quanto in situazioni di pericolo sia stata determinante e importante il presidio del territorio, abbiamo ribadito la necessità d'individuare in parallelo immediate azioni concrete che mettano in sicurezza gli uomini e le donne presenti in tutti gli insediamenti della Piana, mediante l’utilizzo di moduli abitativi sicuri e dignitosi, in attesa d'individuare soluzioni abitative alternative che puntino all’accoglienza diffusa. Al tempo stesso, valutando qualsiasi possibile soluzione alternativa alle baracche e alle tende, abbiamo chiesto un censimento dei beni confiscati da poter eventualmente riutilizzare, e di verificare le disponibilità dei sindaci. 

Abbiamo perso fin troppo tempo a causa della cattiva politica, delle mancate decisioni e assunzioni di responsabilità di chi può e deve fare. Noi, dal conto nostro, continueremo nell'azione quotidiana di presidio del territorio, di tutela e di denuncia, chiedendo con determinazione interventi non più procrastinabili e il concreto coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, in particolare del governo nazionale, della regione e della città metropolitana. È necessario superare definitivamente, questa drammatica e insostenibile situazione, a partire dal prossimo Consiglio territoriale sull'immigrazione convocato per l'11 gennaio.

Celeste Logiacco è segretaria generale della Cgil Piana di Gioia Tauro