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L'analisi

Culle sempre più vuote, colpa della pandemia ma non solo

Foto: Simona Caleo
Fulvio Fammoni
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La denatalità è un virus che colpisce l'Italia da tempo. Colpa di mancate politiche di conciliazione, scarsità di servizi e di una accentuata sfiducia verso il futuro

L’Istat propone con regolarità preoccupanti aggiornamenti sull’andamento della demografia in Italia. Il numero di abitanti, già in regresso da anni, è in ulteriore forte calo nel periodo pandemico. Su questo aspetto, che avrà impatti rilevanti e duraturi per il futuro sociale ed economico del Paese, si discute e - soprattutto - si interviene concretamente troppo poco. Il totale dei residenti in Italia al 1° gennaio 2021 è calato di 1 milione e 88 mila unità, rispetto al picco del 2014, di cui ben 384 mila solo nello scorso anno, creando il vero e proprio paradosso di un Paese che continua ad invecchiare mentre cala l’aspettativa di vita. Una tendenza di per sé impressionante che non tiene ancora conto del drammatico protrarsi nel 2021 degli effetti della pandemia.

La crisi demografica è da tempo legata a diversi fattori: saldo naturale negativo per l’aumento dei decessi e il calo delle nascite; crescente numero di italiani che emigrano ed consistente calo dell’immigrazione. Per affrontare il problema, tutti questi aspetti devono essere considerati e contestualmente risolti. Il primo dato di fondo è quello della natalità che nel 2020 vede ridursi le nuove nascite a meno di 404 mila annue. In 12 anni si è passati dal picco di 577 mila nati, al dato attuale con un calo di ben il 30%. La caduta della natalità è legata oltre che all’invecchiamento della popolazione in età feconda a molti altri fattori tra cui mancate politiche di conciliazione, scarsità di servizi, ecc.

Ma, la sua forte accelerazione in epoca Covid, va analizzata anche con un approccio diverso da quello tradizionale: una accentuata contrazione di fiducia e di aspettative verso il futuro. La natalità in Italia segna infatti picchi particolarmente negativi in occasione dei periodi di crisi. L’aggravamento di scenari sanitari, economici, sociali, dell’occupazione e quindi della fiducia, hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nelle scelte delle persone e delle famiglie, ma durante una pandemia molto di più.

I dati provvisori Istat da gennaio a settembre del 2021 stimano già in 12 mila e 500 le minori nascite, quasi il doppio di quanto osservato nello stesso periodo nel 2020, è quindi prevedibile un ulteriore calo e che il confine simbolico ma importante dei 400 mila nuovi nati annui sarà negativamente superato nel 2021. Addirittura il presidente dell’Istat in occasione degli Stati generali della natalità, ha prefigurato nello scenario più negativo, la possibilità di scendere nel 2050 sotto i 350 mila nati annui.

Il secondo elemento fondamentale per gli andamenti demografici è ovviamente legato ai decessi. Nel corso del 2020 si sono registrati decine di migliaia di decessi in più rispetto agli andamenti storici, attribuibili in via diretta al Covid-19 o per una quota indirettamente legati ad altre patologie che, in piena emergenza, non è stato possibile trattare nei tempi e nei modi richiesti. Dati che, oltre ad incidere pesantemente sul numero totale dei cittadini, modificano un assunto ormai dato per scontato: la crescita dell’aspettativa di vita. Da una speranza di vita di 83,2 anni alla nascita e di 20,8 anni dal 65° anno di età (come era ancora stimata nel 2019), si è già scesi nel 2020 a 82 anni dalla nascita, tornando ad un valore analogo a quello del 2012. Il dato del 2021 temo sarà ancora peggiore.

Il terzo fattore riguarda le migrazioni, la componente più dinamica negli ultimi venti anni per la nostra demografia. Nel 2020, come in tutti i paesi, le barriere imposte all’ingresso e le limitazioni ai movimenti, hanno fatto diminuire ulteriormente un fenomeno già in calo per decisioni di ingiuste restrizioni di carattere giuridico e amministrativo. Le iscrizioni anagrafiche dall’estero per trasferimento di residenza, si sono ridotte, mentre aumentano le migrazioni di cittadini italiani verso altri paesi.

Al 1° gennaio 2021 i residenti stranieri in Italia ammontano a circa 5 milioni, in calo di oltre 25 mila unità rispetto all’anno prima. La fotografia del fenomeno è rappresentata dal fatto che in 6 anni (gennaio 2015-gennaio 2021) gli stranieri residenti sono aumentati solamente del 3,7% (+178 mila).

L’insieme dei fattori fin qui richiamati, concorre ad un saldo che vede negli ultimi trent’anni -1,4 milioni di residenti in età lavorativa e +1,7 milioni over 65. Al calo della popolazione corrispondono meno consumi e meno Pil, la diminuzione della popolazione in età da lavoro riduce risorse e l’invecchiamento demografico porta ad un aumento e ad una diversificazione della domanda sul fronte sanitario e assistenziale. È un futuro non accettabile quello di un Paese in cui contemporaneamente cala il numero dei residenti, l’occupazione è bassa e si contrae la base produttiva, che va rapidamente invertito. Tutte le diseguaglianze con la pandemia si sono accentuate, con un aumento della povertà, un calo degli occupati, un aumento dell’abbandono scolastico e così via.

Due anni di pandemia incidono fortemente sul delicato capitolo delle relazioni sociali che registra già un cambiamento nel modo di pensare e di comportarsi delle persone, sulla base del peggioramento delle condizioni materiali, delle insicurezze e delle paure. Per ribaltare queste tendenze è fondamentale agire adeguatamente su più fattori, perché a questo punto anche l’auspicabile, ma non imminente, ritorno ai livelli sanitari ed economici pre-crisi, di per sé non sarebbe sufficiente a recuperare comportamenti che, in un periodo così lungo, hanno avuto tempo di sedimentarsi. Per questo ai cittadini bisogna dare risposte concrete sui principali parametri economici, ma anche sui cambiamenti della qualità della vita sociale, considerando le peculiari caratteristiche italiane, territoriali ed ambientali, per accrescere - in modo sostanziale- il loro grado di benessere.

La legge di bilancio in via di approvazione, non risolve queste diseguaglianze; l’attuazione del Pnrr è per ora più legata alla certezza dei parametri di spesa che non alle effettive ricadute. Eppure, il tema dello sviluppo futuro che giustamente si afferma non può essere identificato solo con il termine crescita o espansione è ancora fortemente segnato da differenze legate alle diverse estrazioni sociali. Non a caso, nei dodici domini presi a riferimento per determinare il BES, oltre a quello economico, gli elementi fondamentali diventano salute, lavoro, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, cultura, ecc., come ambiti contestuali che determinano il benessere soggettivo delle persone.

Sulla fondamentale importanza dei temi della salute e del lavoro, abbiamo più volte svolto approfondimenti, sono aspetti che se non risolti positivamente peseranno come macigni sulle condizioni e sulle scelte di vita future. Vorrei però portare in primo piano in questo caso, un tema troppo spesso trascurato, quello dell’istruzione e della formazione. Il livello di competenze, è generalmente definito come chiave di accesso a percorsi ed opportunità altrimenti preclusi alle persone. Ma ancora oggi, il livello che i giovani riescono a raggiungere, dipende troppo dalla condizione socio-economica della famiglia che ne segna in modo decisivo al ribasso il percorso educativo; in un quadra davvero troppo arretrato del livello di istruzione e formazione dell’insieme della popolazione italiana rispetto alla realtà europea. Formazione ed informazione hanno un peso specifico molto rilevante, rendono i cittadini più autonomi e quindi più liberi nelle loro decisioni, rappresentano quindi aspetti essenziali della vita democratica di un paese ed elementi decisivi di consapevolezza per le scelte future, anche per quanto riguarda un aspetto fondamentale come quello demografico.

Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio