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Il partito

Dal Pci al Pds. Un nome, la fine di un'epoca

Ilaria Romeo
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Il 12 novembre 1989 il segretario del Partito Comunista Achille Occhetto annuncia che il partito non si chiamerà più Pci ma Pds, Partito democratico della sinistra. La chiamarono la svolta della Bolognina. Poco più di un anno dopo ci sarà lo scioglimento

A Rimini, tra il 31 gennaio e il 4 febbraio 1991, in occasione del suo XX Congresso, il Partito comunista italiano viene ufficialmente sciolto. Il Congresso di Rimini è l’atto conclusivo di un dibattito aspro e intenso che prende il via il 12 novembre del 1989, quando alla Bolognina, quartiere popolare di Bologna, l’allora segretario Achille Occhetto, annunciava il cambio di denominazione del Partito.

Il segretario parlerà solo sette minuti. Doveva essere un semplice discorso di circostanza per le celebrazioni del quarantacinquesimo anniversario di una battaglia della Resistenza, sarà invece un momento storico che segnerà il passaggio dal Pci al Pds.

“Era il 9 novembre 1989 ed ero a Bruxelles per incontrare il leader laburista Neil Kinnock - raccontava Occhetto in un’intervista a Repubblica - Rimanemmo ipnotizzati di fronte alle immagini televisive che giungevano da Berlino. Stavano picconando il Muro. Dissi subito ai giornalisti: Qui non crolla soltanto il comunismo, ma tutto il Novecento”.

Meno di due anni più tardi, nel febbraio del 1991 a Rimini, con un discorso di 17 minuti, sempre Achille Occhetto chiuderà l’ultimo Congresso del Pci, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. 

“Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare - dirà - Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia”.

Non tutti, però, saranno d’accordo. Alla mozione del segretario appoggiata da D’Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena si opporrà il cosiddetto "Fronte del No", capeggiato dal Armando Cossutta e sostenuto da Alessandro Natta, Aldo Tortorella, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti.

Nonostante le importanti opposizioni, il 3 febbraio 1991, con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti, il Pci, fondato il 21 gennaio 1921, decreterà il proprio scioglimento al termine di un percorso avviato nel Comitato centrale del 20 novembre 1989.

“L’emozione rispetto alla sorte del nome “comunista” - scriveva quella sera Pietro Ingrao - non è un lamento di “reduci”. È un grumo di “vissuto”, di esperienza sofferta di milioni di italiani che intorno a questo nome hanno combattuto non solo battaglie di libertà  -  che sono state condotte anche da altri che io rispetto - ma hanno visto la tutela dei più deboli, come patrimonio sepolto da valorizzare”.

“Io non mi vergogno di questo nome - dirà Pajetta - né della nostra storia, e non lo cambio per quello che hanno fatto quelli là. Se cambiamo nome, cosa facciamo, il terzo partito socialista? Io dico soltanto che quando Longo mi mandò da Parri per costituire il comando del Cln, né Parri, né altri mi chiesero di cambiare nome, ma soltanto di combattere insieme”.