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Il massacro del Circeo

Rosaria e Donatella: un delitto figlio del disprezzo neofascista per le donne e la classe operaia

Ilaria Romeo
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Nel 1975 Rosaria Lopez e Donatella Colasanti sono due ragazze di diciannove e diciassette anni del quartiere popolare della Montagnola di Roma, diventano le vittime designate di una violenza cieca e assoluta

Rosaria Lopez e Donatella Colasanti sono, nel 1975, due ragazze di diciannove e diciassette anni del quartiere popolare della Montagnola di Roma. Due ragazze, due figlie, nipoti, amiche, vicine di casa che nel settembre di 46 anni fa vengono violentate, torturate e in un caso uccise da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tre giovani pariolini legati agli ambienti neofascisti della capitale.

Sono le vittime designate di una violenza cieca e assoluta, anche agita dal disprezzo sociale. Dopo due giorni di sevizie le ragazze vengono rinchiuse nel bagagliaio dell’auto di Gianni Guido, parcheggiata il 1° ottobre 1975 in via Pola a Roma.

Probabilmente i loro aguzzini contavano di sbarazzarsi dei corpi di entrambe, ma Donatella Colasanti sopravvive, e denuncia.

Tutto è cominciato una settimana fa con l’incontro con un ragazzo all’uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all’indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po’, poi si decide di fare qualcosa all’indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l’amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: ‘Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari’. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all'improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. Mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: ‘Questa non vuole proprio morire’, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l'hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: ‘Guarda come dormono bene queste due’

Il medico legale accerta la morte di Rosaria Lopez per annegamento, Donatella Colasanti ha numerose fratture, ferite e contusioni in tutto il corpo, il naso rotto.

Le indagini vengono affidate ai Carabinieri, comandati dal maresciallo Gesualdo Simonetti, che anche grazie alle deposizioni di Donatella ricostruisce la dinamica del massacro. Donatella, costituitasi poi parte civile contro i suoi carnefici, sarà rappresentata dall’avvocato Tina Lagostena Bassi. Diverse associazioni femministe si costituiranno parte civile presenziando al processo (“Se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto - dirà nella sua arringa finale l’avvocato di Gianni Guido, Angelo Palmieri - se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla”).

La sentenza arriva poco meno di un anno dopo: ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. Ghira non sarà mai rintracciato e Gianni Guido sconterà appena 22 anni di carcere. Nel dicembre 2004 Angelo Izzo otterrà la semilibertà dal carcere di Campobasso su disposizione dei giudici di Palermo. Il 28 aprile 2005 ucciderà di nuovo.

Affetta da un tumore al seno, Donatella Colasanti morirà alla fine del 2005. Nella sua vita chiederà sempre giustizia per quanto accaduto quella sera. Lo farà anche in punto di morte, quando al suo legale dirà: "Battiamoci per la verità". “Se è stata una fortuna o una sfortuna sopravvivere a quell’orrore? - si chiederà anni dopo il fratello Roberto - Se è sopravvissuta è perché doveva cambiare le cose: senza di lei la legge che definisce lo stupro reato contro la persona e non contro la morale non ci sarebbe stata. È l’icona della sopravvissuta, lei è la storia”.

Una storia che purtroppo si ripete ogni qualvolta siamo obbligati a sentire frasi del tipo “Se l’è cercata”, “Come era vestita?” “Non ha detto no”. Una storia che non ci stancheremo mai di cancellare e riscrivere nel modo giusto, ripetendo fino allo sfinimento che lo stupro ha un solo colpevole e una sola causa: lo stupratore.