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resistenza

La strage del Turchino

Ilaria Romeo
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Durante le prime ore del mattino del 19 maggio 1944 cinquantanove civili italiani vengono trucidati in località Fontanafredda, sulle pendici del Bric Busa, nelle vicinanze del passo del Turchino. Diciassette delle vittime erano scampate alla strage della Benedicta compiuta solo un mese prima. La strage segue di qualche giorno l’attentato al cinema Odeon di Genova che aveva provocato la morte di quattro marinai tedeschi (altri sedici erano rimasti feriti; uno di loro morirà nei giorni successivi).

Le modalità di esecuzione della rappresaglia terroristica saranno particolarmente dure, giungendo anche oltre al rapporto di 10 a 1 previsto dal bando di Kesselring, già messo in opera nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

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Il 23 marzo 1944 a Roma una bomba esplode colpendo un drappello di soldati tedeschi. Alle 22 e 55 del giorno successivo il comando nazista dirama alla stampa italiana il comunicato dell'avvenuta rappresaglia contro i "comunisti badogliani": 10 italiani per ogni tedesco.


I tedeschi offriranno un premio di tre milioni a chiunque potesse condurli alla cattura dell’autore dell’attentato, ma visto l’insuccesso dell’offerta, passeranno all’azione diretta prelevando dal carcere di Marassi 59 prigionieri politici (42 + i 17 partigiani scampati alla strage della Benedicta aggiunti, si dice, per volontà del Prefetto Basile) ancora in attesa di essere giudicati dal Tribunale militare.

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All'indomani del rastrellamento e la cattura dei partigiani della 3a Brigata Liguria, le truppe italo-tedesche fucilano i prigionieri e li seppelliscono in una fossa comune. Secondo Il Secolo XIX le operazioni nazifasciste di quei giorni costeranno la vita ad almeno 200 persone

“A titolo di rappresaglia - annunciava un comunicato apparso sulla stampa cittadina ed affisso sui muri della città il giorno dopo - per il vile e criminoso attentato al Cinema Odeon contro le forze armate germaniche in Genova, in seguito al quale cinque soldati tedeschi hanno perso la vita, cinquantanove individui sono stati fucilati”.

Per non incorrere nella convenzione di Ginevra - che vieta l’omicidio di persone non andate in giudicato o in ostaggio - viene scritto il falso, asserendo che i partigiani uccisi erano sono stati tutti condannati a morte da un tribunale di guerra perché ribelli o presi con le armi in mano, perché comunisti o trovati con esplosivi.

Ai parenti non viene detto nulla per giorni, anzi in carcere si continuano ad accettare i pacchi di cibo e vestiario che le famiglie inviano loro. Poi però i pacchi cominciano a essere rifiutati e ai parenti delle vittime si dice che le hanno portate in Germania. Saranno i familiari stessi a scoprire l’atroce verità recandosi personalmente sul luogo della strage e cominciando a scavare alla ricerca dei corpi. 59 vite, 59 morti, 59 storie da non dimenticare, perché è a queste storie che dobbiamo la nostra libertà.

“Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! - diceva nel 1955 Piero Calamandrei - Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti”.

Il 14 maggio del 1960 il Movimento sociale italiano ufficializza il suo Sesto Congresso per il 2 luglio a Genova, città medaglia d’oro alla Resistenza. Gli ex partigiani, appoggiati dalla popolazione e dalla nutrita comunità dei portuali, iniziano a picchettare ogni angolo del capoluogo ligure; i sindacati di categoria fanno la voce grossa con il governo: quel congresso a Genova non si deve tenere, a qualunque costo. Dopo due cortei, il primo svoltosi il 25 giugno, e il secondo, il 28, il 30 la Camera del lavoro proclama lo sciopero generale.

Diceva il 28 giugno il futuro presidente della Repubblica, il partigiano Sandro Pertini:

Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere 'no' al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.

E al fascismo noi continueremo a ripetere no ogni giorno della nostra vita, perché non hanno vinto, non vincono, non vinceranno.