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Inizio e fine

Piazzale Loreto

Ilaria Romeo
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Il luogo dove vengono esposti i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e gli altri gerarchi fascisti, una volta giustiziati, è un simbolo. Pochi mesi prima su quella piazza la brutalità dei nazifascisti aveva fucilato e lasciato a terra 15 partigiani. Un atto di terrorismo nei confronti della Resistenza milanese

Alle 3:40 di domenica 29 aprile 1945 i cadaveri di Benito Mussolini e dei fucilati il giorno precedente raggiungono Piazzale Loreto. Piazzale Loreto non è una meta né casuale né improvvisata, ma meditata per il suo valore simbolico che è importante ricordare.

All’alba del 10 agosto 1944, a Milano, 15 partigiani sono prelevati dal carcere di San Vittore e portati in piazzale Loreto. Qui vengono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi fascisti del gruppo Oberdan della legione Ettore Muti guidati dal capitano Pasquale Cardella agli ordini del comando tedesco. Dopo la fucilazione a scopo intimidatorio i cadaveri sono lasciati esposti sotto il sole della calda giornata estiva, coperti di mosche, fino alle ore 20 circa. Un cartello qualifica i partigiani fucilati come ‘assassini’.

La strage è portata a compimento dopo nemmeno quarantotto ore dalle esplosioni che la mattina dell’8 agosto nel tratto di viale Abruzzi che conduce a piazzale Loreto hanno fatto saltare in aria un camion tedesco provocando il lieve ferimento dell’autista e la morte di alcuni passanti tutti italiani. Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negherà sempre che quell’attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. “Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro”, sembra avesse detto il duce venuto a conoscenza dei fatti.

Frase quanto mai profetica, macabramente anticipata da un articolo pubblicato dallo stesso Mussolini il 26 giugno 1920 sulle colonne del Popolo d’Italia in occasione dell’uccisione di un brigadiere dei carabinieri avvenuta - proprio a piazzale Loreto - durante una manifestazione di ferrovieri. “La storia italiana - scriveva il futuro capo del fascismo - non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l’avvenire, ma i ritorni all’uomo ancestrale (che, forse, era moralmente più sano dell’uomo civilizzato)”.

A Piazzale Loreto si svolge quel macabro spettacolo di morte per il quale Ferruccio Parri conierà la definizione rimasta celebre di “Macelleria messicana”.

Verso le 7 del mattino, i primi passanti si accorgono dei cadaveri. La piazza si riempie velocemente: in tanti insultano, dileggiano, sputano, prendono a calci i cadaveri, esplodono addirittura dei colpi di pistola. Alle 11 la situazione non è più governabile: una squadra di vigili del fuoco giunta con un’autobotte lava abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi, orina e ortaggi ed appende per i piedi alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil i cadaveri più noti per salvarli da ulteriore dileggio.

Tempo dopo Sandro Pertini affermerà: “Quando mi dissero che il cadavere di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: 'Tenete indietro la folla!'. Poi andai al Cln e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra”.

“L’ultimo volto che vedo abbandonando la piazza - raccontava anni fa Giovanni Pesce (Visone) ricordando gli avvenimenti del 10 agosto 1944 - è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte. Loro ridono. Hanno appena ucciso quindici uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà. Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e a uccidere. Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio ‘un esempio’”.