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L'emergenza sanitaria

Trentino in discesa libera

Simona Ciaramitaro
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La stagione invernale è data ormai per persa. L'economia provinciale sta subendo forti perdite, la ricaduta sui 1.300 lavoratori impegnati sui campi da sci è enorme. Servono ristori e ammortizzatori per fare fronte alla crisi

La prolungata chiusura degli impianti sciistici si è abbattuta come una scure sull’economia del Trentino che vede nel turismo una delle sue principali risorse. Un settore, quello turistico, particolarmente colpito dalla crisi pandemica e con esso i lavoratori che spesso sono impiegati stagionalmente nelle strutture alberghiere e del ristoro e in tutte quelle attività che concorrono alla gestione e alla manutenzione e ai servizi degli impianti di risalita per i campi da sci.

La riapertura di funivie e seggiovie prevista per il 15 febbraio è saltata, ma comunque non sarebbe bastata per una ripresa economica immediata.  “Le perdite sono ingenti – ci spiega Stefano Montani, segretario generale della Filt trentina -, perché, fermandosi tutto il comparto sci, anche l’indotto è paralizzato, quindi la perdita economica riguarda impianti e società e poi hotel, affittacamere, luoghi di ristorazione, noleggiatori di attrezzature…”.  

“Naturalmente quello che ci preoccupa sono i lavoratori: stiamo parlando di circa 1.300 persone sul territorio trentino”, prosegue Montani, confermando che “a risentire maggiormente della crisi sono gli stagionali, ben 750 quindi oltre la metà del totale”. “È ovvio che i lavoratori a tempo indeterminato abbiano potuto pienamente usufruire degli ammortizzatori sociali e in particolare del fondo di solidarietà trentino, una peculiarità della provincia, ma chi invece è in attesa di essere riassunto o proprio non è mai stato riassunto nell’ultimo anno se è fortunato ha la Naspi, ma anche quella è finita e quindi è in attesa degli eventuali ristori, tanto a livello nazionale quanto provinciale. Speriamo quindi che lo Stato e la Provincia facciano il loro dovere”.

Anche sulla riapertura degli impianti sciistici, che sembra oa prospettarsi per il 5 marzo, il segretario generale della Filt concorda sul fatto che “la stagione ormai è persa dal punto di vista economico”. “La decisione della riapertura era stata presa, ma non c'è la mobilità tra le regioni (sappiamo che l’lato Adige rimarrà in lockdown per 2/3 settimane) ed è ovvio che non si scierà. I nostri comparti sciistici incidono su Alto Adige, Veneto e Lombardia quindi, se non c’è mobilità tra regioni e possono sciare solamente i residenti, ci saranno forti problemi di tenuta economica”.

La speranza in una riapertura senza stop and go per ridare fiato a lavoratori sembra sfumare. “Se potessero cominciare a lavorare – spiega Montani - e poi malauguratamente fossimo costretti a un fermo per scarsità di utenti, potrebbero ricorre agli ammortizzatori sociali che permetterebbero di allungare i tempi per un aiuto. Certo la politica locale non ha aiutato il morale dei lavoratori, anche per i continui tentennamenti e le false aspettative create. Prima era stato detto che gli impianti si sarebbero riaperti a dicembre, per il ponte dell’Immacolata, poi prima di Natale, poi a Natale, poi ancora i primi di gennaio: sono notizie che alimentano delle illusioni e che portano poi all’attuale rassegnazione".

“I lavoratori sanno che quale è la situazione e che, se si riparte, è solamente per un paio di mesi, ma la preoccupazione vera, a questo punto, è la stagione estiva che ci auguriamo possa ripartire in sicurezza grazie alla campagna vaccinale. Perché poi c’è anche un altro fattore che consiste nell’avere comunque fatto i lavori di manutenzione agli impianti (che hanno dei costi) anticipandoli, visto che non si poteva fare altro, e ora che arriva la primavera, la stagione nella quale classicamente si procede con la manutenzione, il lavoro è già stato fatto e ci si dovrà inventare qualcosa d’altro da fare per impiegare almeno una parte degli usuali lavoratori rimasti senza un reddito”.