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Le vittime

Nunzio Sansone e Leonardo Salvia, uccisi dalla mafia perché difendevano il lavoro

Dal film "Salvatore Giuliano" di Gianfranco Rosi 
Ilaria Romeo
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Il 13 febbraio 1947 in Sicilia la mafia colpisce ancora il sindacato. È passato poco più di un mese dalla morte di Accursio Miraglia. A pagare con la vita il loro impegno politico e sociale sono il segretario della Cgil di Villabate e il sindacalista di Patrinico

Il 4 gennaio 1947, a Sciacca, provincia di Agrigento, la mafia uccide davanti alla porta della sua abitazione Accursio Miraglia, segretario della locale Camera del lavoro e dirigente comunista. Poco più di un mese più tardi, il 13 febbraio 1947 a Villabate (Palermo) muore Nunzio Sansone, militante comunista impegnato nella lotta per la riforma agraria, fondatore e segretario della locale Camera del lavoro. Lo stesso giorno a Partinico, sempre in provincia di Palermo, viene ucciso Leonardo Salvia, anch’egli in prima fila nelle lotte per la distribuzione delle terre.

Nel secondo dopoguerra siciliano, fra il 1944 e il 1948, i sindacalisti e i politici socialisti o comunisti che cadono sotto i colpi della criminalità organizzata sono più di 40. Il 2 marzo del 1948 è ucciso in contrada Raffo, a Petralia Soprana in provincia di Palermo, il capolega della Federterra Epifanio Li Puma, mezzadro e socialista. Il 1° aprile viene assassinato a Camporeale, al confine tra le province di Trapani e Palermo, il segretario della Camera del lavoro Calogero Cangelosi, anch’egli socialista.

Al centro, nel tempo e nello spazio fra questi due delitti si colloca, il 10 marzo, l’assassinio di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del lavoro di Corleone e dirigente delle lotte contadine. Sarà l’allora giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa a indagare sul delitto Rizzotto: il lavoro dell’ufficiale, destinato a divenire un nome celebre nel corso dei decenni successivi, porterà all’incriminazione di Luciano Liggio, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che tuttavia, alla fine del 1952, verranno assolti per insufficienza di prove.

Gli atti terroristici contro il movimento contadino e i suoi dirigenti cominciano con l’uccisione di Andrea Raia il 5 agosto 1944, cui fa seguito - poco più di un mese dopo, il 16 settembre - l’attentato a Girolamo Li Causi, segretario regionale del Pci, durante un comizio a Villalba, feudo di don Calò Vizzini. “Fu quello il mio primo bagno nella mafia del feudo, la mafia che aveva le terre in affitto” ricorderà anni dopo Emanuele Macaluso quel giorno presente.

A raccontare la storia di Nunzio Sansone, da troppi dimenticata, sarà Edoardo Salmeri nelle sue Storie Villabatesi:

Povero Vincenzo Sansone! La sorte fu avara con lui. L’avevo conosciuto in una particolare circostanza, in occasione del passaggio del Duce per Villabate. Quando la macchina dell’alto Capo del Fascismo si fermò per un istante sulla strada per ricevere dalle autorità del paese l’omaggio di un folto ramo di arance, egli, giovane studente, corse verso l’eminente personaggio per porgergli una lettera. Tosto l’aperta vettura si mise in moto e l’audace giovane corse dietro di essa, tendendo la mano. Fu trattenuto dalla forza pubblica, che non solo gli impedì di consegnare la lettera, ma cominciò a malmenarlo come un malfattore. Quindi, messegli le manette, lo trascinò verso la caserma, tempestandolo brutalmente di pugni e di calci (…) Anche Villabate ebbe il suo martire: Vincenzo Sansone, mio compagno di partito, fedele collaboratore, che aveva cercato di fondare una cooperativa agricola. La mafia del paese lo eliminò crudelmente, freddandolo a colpi di lupara all’uscita dall’abitato, mentre percorreva il tratto solitario che divide Villabate dal borgo di Portella di Mare. Lo uccisero nella sera, mentre rincasava, proprio come il padre del Pascoli. Ci eravamo appena separati (…) A duecento metri da casa mia c’era un gruppo di gente con la polizia, che piantonava il corpo dell’ucciso. Ricordai allora come la sera prima, appena rientrato, avevo sentito dei colpi di fucile. Non vi avevo dato importanza, credendo che fossero spari di cacciatore. Non avevo sospettato per nulla che in quel momento il mio povero amico e compagno fosse caduto sotto il piombo della mafia. Non immaginavo che quella sanguinaria associazione criminale sarebbe stata capace di commettere un tale efferato delitto. A chi faceva male il povero Vincenzo Sansone, insegnante di lettere, che nella sua gioventù aveva tanto lottato contro la povertà, sopportando dure prove e umilianti privazioni? Egli che conosceva la triste indigenza, voleva riscattare le masse operaie e contadine dalla loro miseria, dall’abiezione materiale e morale in cui esse vivevano nel prolungato servaggio dei tempi, ma era stato stroncato dalla mafia, da quella cosiddetta "onorata società̀" che si arrogava il vanto di interpretare gli ideali di giustizia dell’antica setta dei Beati Paoli, e invece salvaguardava gli interessi del baronato e degli agrari, degli sfruttatori, del lavoro umano. Ecco perché la mafia l’aveva ucciso.

Lo stesso giorno, a Partinico, sempre nel palermitano, un’altra vittima si aggiunge al lungo elenco dei sindacalisti uccisi dalla criminalità organizzata. Leonardo Salvia, come Sansone, combatteva in prima fila per i diritti dei contadini e si batteva attivamente per la redistribuzione delle terre. Come Nunzio era un personaggio scomodo, e perciò eliminato da chi voleva salvaguardare gli interessi del baronato agrario. Quello stesso baronato che tre mesi più tardi sarà tra i mandanti della prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, Portella della Ginestra.

“Non volevo mancare a quest’ultimo appuntamento della mia vita”, diceva proprio a Portella nel maggio del 2019 Emanuele Macaluso. “Questa sarà forse la mia ultima presenza qui (…). Volevo tornare qui oggi dove sono cresciuto politicamente. Non potevo mancare a questo appuntamento, volevo tornare qui, questi sono stati i momenti della mia formazione. Per me, che poi ho avuto tanti incarichi, la mia formazione politica, sociale e umana è legata agli anni in cui sono stato nel sindacato in cui ho potuto coltivare un rapporto umano con migliaia di lavoratori, contadini, metallurgici, operai, braccianti e zolfatari. Quando gli operai del Cantiere scioperavano per 40 giorni e gli zolfatari per 60 giorni, pensate che io di notte potessi dormire? No, pensavo a quelle donne, a quegli uomini a quei bambini. Uno sciopero in quegli anni per me diventava un modo diverso di concepire il lavoro e la battaglia sindacale. E questo è stato. Ho diretto l’organizzazione del Pci, sono stato senatore, direttore dell’Unitá, ma la mia nascita come persona è qui. Per questo io a 95 voglio tornare a dirlo ai giovani. Badate che se non unite l’Europa, e se non si capisce che esiste una questione sociale, cosa che una forza di sinistra dovrebbe capire, la questione sociale dovrebbe essere ragione della sua esistenza, non si va avanti”.

Infine, rivolgendosi ai compagni caduti a Portella: “Noi non vi dimenticheremo mai”. Mai.