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Il ribelle

I cento passi di Peppino Impastato

Ilaria Romeo
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L'attivista antimafia nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948. Pochi passi separano la sua casa da quella del boss Gaetano Badalamenti. Anche quella di Peppino è una famiglia mafiosa ma lui si oppone e denuncia. Lo fa dai microfoni di Radio Aut con la trasmissione Onda Pazza, lo fa con il suo impegno politico. Sfida la morte perché "la mafia uccide, ma il silenzio pure". Lo assassineranno nei pressi della ferrovia poco più che trentenne

Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, a Cinisi, un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare a trenta chilometri da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Nato il 5 gennaio del 1948 da una famiglia mafiosa, durante gli anni del liceo, nel 1965, Giuseppe - per tutti Peppino - aderisce al Psiup e fonda il giornalino L’idea socialista (su questa pubblicazione racconterà, tra l’altro, la marcia della protesta e della pace voluta da Danilo Dolci nel 1967).

Il giornale viene sequestrato dopo pochi numeri e Peppino, lasciato il Psiup, inizia a collaborare con i gruppi comunisti locali, occupandosi in particolare delle battaglie dei disoccupati, degli edili e soprattutto dei contadini, che si vedono privati dei loro terreni per favorire la realizzazione della terza pista dell’aeroporto di Palermo proprio a Cinisi.

Dopo aver dato vita al circolo “Musica e cultura”, con il boom delle radio libere Peppino decide di fondarne una propria a Cinisi: Radio Aut. Nel programma Onda Pazza prende in giro i capimafia e i politici locali: il suo bersaglio preferito è don Tano Badalamenti (soprannominato Tano Seduto), erede del boss Cesare Manzella e amico di suo padre Luigi.

Nel 1978 Peppino decide di candidarsi alle elezioni comunali del suo paese nella lista di Democrazia proletaria. Assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio a soli 30 anni, risulterà comunque eletto il 14 maggio con 260 voti (anche la madre si reca a votare, violando il lutto che la vuole reclusa in casa). Stampa, forze dell’ordine e magistratura considerano in un primo momento la sua morte conseguenza di un atto terroristico suicida. 

Contemporaneamente, però, comincia a delinearsi un’altra storia e la matrice mafiosa del delitto viene individuata anche grazie all’attività del fratello di Peppino, Giovanni, e della madre Felicia Bartolotta, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa e rendono possibile, in virtù della documentazione raccolta e delle denunce presentate, la riapertura dell’inchiesta giudiziaria (le indagini si concluderanno solo nel 2002, con la condanna all’ergastolo di Tano Badalamenti, poi deceduto nel 2004).

“È il primo compleanno che vivo con la pace nel cuore”, dirà il 24 maggio 2002 mamma Felicia, festeggiando il suo 86° compleanno. Scriverà la giornalista de l’Unità Sandra Amurri in un articolo del 2004 sulla morte di Badalamenti: “È ancora viva nella memoria dei cronisti che hanno assistito al processo, quella piccola donna, che gli anni hanno reso curva, vestita di nero, mentre saliva sul pretorio accompagnata dagli avvocati per rendere la sua coraggiosa testimonianza. Don Tano la osservava, muto, in video conferenza, mentre se ne stava seduto in una stanza del carcere americano”.

Il magistrato Franca Imbergamo ricorderà così quel momento nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo: “Era un momento storico perché abbiamo assistito al riconoscimento da parte di una madre coraggio e alla capacità delle istituzioni di darle una risposta. Era commovente ed emozionante perché Felicia portava con sé il dolore più grande per una donna, quello di vedere ucciso un figlio. E poi c’era in collegamento dagli Stati Uniti, in video, Gaetano Badalamenti, che la osservava. Abbiamo scritto secondo me una pagina di storia, della storia della lotta alla mafia”.

Felicia Impastato è la prima donna in Italia a costituirsi parte civile (insieme al figlio Giovanni) in un processo di mafia. Una Donna straordinaria, che non si è mai arresa, neanche quando tutti intorno a lei, la invitavano alla rassegnazione. Dopo la morte di Peppino apre la sua casa a quanti vogliono conoscere suo figlio: “Perché mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: “Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa”. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise”. “Io voglio giustizia, non vendetta”, continuava a ripetere. “La mafia - diceva con coraggio in un’intervista - non si combatte con la pistola ma con la cultura”.

Dirà Umberto Santino, fondatore e direttore del Centro di documentazione Giuseppe Impastato, nel saluto laico al suo funerale: “Nel manifesto che questa notte abbiamo appeso sui muri di Cinisi abbiamo scritto: Ciao Felicia, non mamma Felicia come sarebbe stato più ovvio. Perché in questi anni non sei stata soltanto moglie (di un mafioso che, che a un certo punto ha cercato di difendere il figlio dalle mani degli assassini) e madre (di un rivoluzionario), ma donna per te, matura dentro te stessa, forte di una tua autonomia, di un tuo personale carisma che rendeva il colloquio con te, o anche un semplice saluto, un’esperienza preziosa e irripetibile”.