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Firenze

Rifle, storia e declino di una fabbrica città

Foto: simonabaldanzi.it
Giorgio Sbordoni
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Due operaie in pensione, Sandra e Lisa, ci raccontano la parabola del glorioso marchio italiano di jeans fallito il 1° ottobre, ma già da tempo in crisi

Eccola qui la gloriosa Rifle. Un’altra scheggia di archeologia industriale conficcata nel nostro presente. Un’altra ruga sul volto di una produzione nazionale invecchiata cent’anni nello spazio di pochi decenni. Lì dove c’era l’orgoglio del Made in Italy, che allora era davvero “Fatto in Italia”, oggi ci sono capannoni vuoti a perdita d’occhio.

A Barberino di Mugello, nel cuore della provincia fiorentina, erano 600 dipendenti e 6 catene di produzione alla fine degli anni ’60. La raifol che qui per tutti si pronuncia proprio come si scrive, rifle, era la fabbrica per eccellenza. E con una certa soddisfazione ci si faceva un prodotto di qualità – per giunta moderno come lo erano, lo sono e lo saranno sempre i jeans –, buono al punto da essere venduto in giro per il mondo. E pazienza per gli americani e per il loro presunto - e presuntuoso - monopolio culturale sull’iconografia di quel tessuto.

Foto: simonabaldanzi.it

Aveva avuto l’occhio lungo, la famiglia Fratini, quando abbandonò il rassicurante e artigianale “Confezioni Fratini” con cui l’impresa venne alla luce nel 1958 e decise di chiamarsi Rifle, così esotico e definitivo, molto western (del resto rifle non vuol dir altro che fucile).

Erano gli anni del boom, il lavoro non mancava. “Pensi lo shock quando entrai in fabbrica per il primo giorno. Era il 2 ottobre del 1967. Avevo appena compiuto 15 anni”, ci dice Lisa, che alla Rifle ci ha passato 39 anni ed è stata anche nel consiglio di fabbrica. Un giorno dopo l’altro, a cucire la cintura, i pezzetti, come li chiama, la finitura del pantalone, l’occhiello e il bottone. “In quella fase della produzione ho fatto un po’ tutto”. Dovevano essere veloci per farne più di 200 paia all’ora (diventati poi 305 nel 1999, l’ultimo anno di produzione). “Io sono entrata il 12 ottobre del 1965 – ci racconta Sandra – e sono sempre stata addetta alle travette, ad attaccare i passanti per la cinta e a cucire i fianchi”.

Foto: simonabaldanzi.it

Difficile condensare in pochi minuti di racconto una vita passata a cucire i jeans. Qualche episodio però esce fuori. Di quella volta che “venimmo denunciate perché bloccammo l’autostrada per protestare contro il decreto di San Valentino che abolì la scala mobile. O di quando si faceva sciopero e cercavamo di bloccare le impiegate che alla fine, in un modo o nell’altro, riuscivano sempre a superare i picchetti e a entrare lo stesso”. Frammenti di vite operaie in un tempo in cui tra una cucitura e l’altra vibrava ancora forte la lotta di classe e la politica aveva ancora un senso.  

Altro che fratine (come le chiamavano, quasi fossero un’emanazione della stessa famiglia dei proprietari). Nelle loro parole semplici e nei loro sorrisi di nostalgia si coglie tutta la complessità di battaglie che hanno davvero conquistato diritti. Si impara anche il sacrificio della solidarietà. “Il nostro stipendio non era certo alto, non prendevamo gli stessi soldi di un operaio metalmeccanico. Eppure spesso rinunciavamo agli scatti di anzianità per far entrare i più giovani in fabbrica”.

Foto: simonabaldanzi.it

“Era come una famiglia”, ci racconta Simona Baldanzi, figlia di Sandra e nipote di Lisa, che su questo intreccio sentimentale al confine tra la fabbrica e il proprio focolare ci ha scritto anche un libro (Figlia di una vestaglia blu, Fazi editore 2006, riedito Alegre 2019). “Mia madre e mio padre, ma anche mia zia, o ce li avevo a casa o erano alla Rifle. Ho persino i disegni delle elementari ai quali imprimevo il marchio. Era una città fabbrica. 600 dipendenti su neanche 9000 abitanti. Qui era tutto loro, monomarca. La logistica, i magazzini, la produzione. E fino all’89 la gran parte del commercio andava a Trieste da cui poi partivano i camion di contrabbando per l’Est, dove i jeans erano il simbolo dell’occidente. C’erano le donne che si nascondevano addosso i pantaloni per portarli oltrecortina. Anni dopo ho scoperto che il nostro marchio era così famoso che ancora oggi in Croazia la parola Rifle è sinonimo di jeans”. Nel 1988, scrive Wikipedia quasi a conferma, Rifle riuscì a vendere nei magazzini Gum di Mosca tre milioni di capi.

E allora come ha fatto a crollare tutto? Ve lo sareste mai aspettate? “Impossibile immaginarlo allora. Il jeans sembrava eterno – ci rispondono ancora oggi, dopo il fallimento definitivo, le ex operaie –. In realtà la fine è iniziata tempo fa”. Un ritornello che conosciamo bene. La produzione rallenta, piano piano. Perde pezzi che vengono portati fuori, all’estero. Negli anni Ottanta le operaie più esperte vengono reclutate per insegnare il lavoro nei Paesi in cui si aprono stabilimenti. “La produzione chiuse i battenti a marzo del 1999. Chi era vicino alla pensione fu messo in mobilità, chi era ancora lontano dall’età del ritiro fu messo a lavorare nella fabbrica dall’altra parte della strada e accompagnato con cassa integrazione e mobilità. I pochi che rimasero, in seguito a un accordo con il ministero, furono mandati a lavorare all’outlet della McArthur qui a Barberino, senza neanche un corso di formazione. Finirono a fare le addette alle pulizie. In 12. Ma l’accordo fu firmato nel 99 e il lavoro arrivò dopo anni di cassa integrazione. E i 96 di cui si parla oggi erano quelli rimasti alla distribuzione o negli uffici”.

Il fucile, insomma, era già scarico da tempo e da vent’anni non si confezionavano più paia di jeans. Quel marchio glorioso che in Italia aveva impallinato persino i Levi’s di Mister Strauss, lascia un capannone vuoto all’inizio del paese, grande come un’astronave, quasi quanto il centro stesso di Barberino. Senza che ci sia stato mai un progetto di riqualificazione. “Tutto in malora”, come un vecchio fucile arrugginito che difficilmente tornerà a sparare.

Foto: simonabaldanzi.it