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Il racconto

Calma e gesso

Emiliano Sbaraglia
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Il ritorno in classe dopo sei mesi tra quello che manca, quello che c'è, e quello che si deve costruire insieme attraverso lo stretto legame tra insegnanti, studenti e famiglie

E così è arrivato anche questo primo giorno di scuola, inevitabilmente diverso da tutti gli altri, per i motivi che tutti sappiamo. I minuti che precedono il suono della campanella sono riempiti da un clima anomalo di agitazione controllata, soffusa e diffusa: ci sono gli spazi nelle classi da ricontrollare, il registro di classe da completare, il gel disinfettante da caricare, le famiglie da accogliere all’aperto, mantenendo le debite distanze, impazienti di conoscere lo stato dell’arte, mentre i banchi che dovevano già essere qui ancora non ci sono, al contrario delle mascherine, disponibili in quantità quasi esagerata. Alcuni colleghi vorrebbero anche i guanti, altri si chiedono quando arriveranno i rinforzi tra supplenti, insegnanti di sostegno, e personale covid. Resistere va bene, persistere è praticamente impossibile. Poi all’improvviso, quasi per magia, tutto si ricompone.

Una volta scaglionati gli ingressi, dopo sei mesi la scuola torna finalmente a prendere vita, si riprende la sua vita, la sua atmosfera naturale, quella che soltanto la presenza di studenti e studentesse può creare all’interno di aule che senza di loro, in questo lungo periodo di chiusura, oltre che vuote sono sembrate nude, quasi torve, prive di ogni senso.

Mentre cercano il posto assegnato c’è chi indossa la mascherina per gioco, quasi nascondendosi, chi la tiene al polso, o al gomito, chi sul mento e la tirerà su soltanto per andare in bagno. C’è chi dice subito che non la metterà mai, perché a casa dicono che questa storia è tutta una farsa. Ci sarà molto da discutere. Di certo, da subito l’aria che si respira lascia intendere il desiderio di tornare insieme, di rivedersi in un contesto come quello scolastico dentro il quale, malgrado tutto, ancora ti senti protetto, anche se per ora è difficile sentirsi al sicuro.

Gli alunni si parlano da sedia a sedia, distanziamento alla cubana, uno a capo l’altro a piedi; chi di loro è vicino alla finestra ricambia con entusiasmo il saluto del clacson del furgone che annuncia nuovi banchi in rampa di lancio. Il personale Ata corre a dare una mano, e da domani sarà tutta un’altra storia.

Forse è proprio questo il punto: quello che accadrà domani, dopodomani, e poi domani ancora. In questa strana ripartenza, per ora bisogna soltanto pensare a infilare un giorno dietro l’altro, portare a casa il risultato la sera e ricominciare il mattino dopo, cercando di far rispettare le normative imposte dalla pandemia e di trasmettere, se non proprio serenità, almeno il desiderio di voler lavorare insieme per migliorare la situazione da cui si è partiti.

Il compito più difficile per gli insegnanti in questi giorni di avvio sarà dunque accantonare quanto possibile le comprensibili ansie, i rispettivi timori, per offrire agli studenti e alle loro famiglie un punto di riferimento, una figura al contempo di ascolto e di proposta, che faccia sentire l’importanza della presenza di un corpo docente tornato a essere, dopo decenni di svilimento, al centro della riflessione pubblica, recuperando un ruolo di carattere istituzionale ormai perduto nella notte dei tempi. Da questo punto di osservazione, un’occasione unica.

A questo va accostato un accorgimento pratico, un’attività concreta da riprendere subito, traducibile nella definizione di didattica di base, con la quale intendere l’esercizio quotidiano al leggere scrivere e far di conto, come si sarebbe detto una volta. Se già prima del covid la questione veniva posta sul tavolo da molti tra educatori e studiosi, ora più che mai, dopo una sosta inattesa quanto straniante, si devono avere le energie e il coraggio di ricominciare laddove si era smesso di insistere, dalla grammatica all’algebra, dalla scrittura all’allenamento del pensiero. E tutto il resto.

Cucendo sulla nostra pelle l’abito che ci compete in questo preciso momento storico, in ultimo bisognerà tentare di portare in classe, oltre quelle dettate dall’emergenza, lo studio di altre regole, che conducano in estrema sintesi alla (ri)costituzione di un nuovo tessuto sociale, talmente sfibrato in questi ultimi anni da dover urgentemente essere sostituito con qualcosa di diverso. Il lavoro non manca.