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Sapere e ricerca

Università, il ministro che non si vede

Foto:  Gelter (da Pixabay)
Stefano Iucci
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Dall'inizio della crisi sono mancate indicazioni omogenee su come muoversi. La futura crisi economica si abbatterà su un settore già colpito da tagli pesantissimi negli ultimi dieci anni: per il titolare del dicastero il 20% degli studenti potrebbe abbandonare i corsi

Università: cosa accadrà a settembre? Anche in questo caso, come nella scuola, non è facile da capire. Il ministro Manfredi, diversamente dalla sua collega Azzolina, è finora risultato abbastanza assente nella gestione dell’emergenza. Forse per capirci qualcosa è utile fare un passo indietro. Quando Gaetano Manfredi fu scelto come ministro dell’Università e della ricerca, Giuseppe Valditara, ex capo dipartimento del ministero e storico collaboratore della ministra Gelmini nell’abortita riforma “turbo-autonomistica” dell’università, espresse la sua soddisfazione perché il nuovo titolare del dicastero da presidente Crui era stato un convinto sostenitore del suo progetto. Un progetto che, va ricordato, prevedeva addirittura la possibilità per gli atenei di strapparsi i docenti a vicenda con offerte economiche più vantaggiose. Sarà per questo che Manfredi, sin dall’inizio dell’emergenza coronavirus, ha sempre ribattuto sullo stesso tasto: le singole università usino la loro autonomia – per quanto non “turbo” – e facciano da sole. Peccato che questo principio, comunque discutibile, venga proposto in una fase di emergenza mai vista, e in cui persino nella sanità la dialettica tra potere centrate e poteri locali si è fatta aspra.

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A conferma di questa impostazione c’è un documento di metà aprile a firma del ministro e inviato a Crui, Cun e Cnsu e che è ispirato alla stessa filosofia. Secondo la Flc in questo documento “non viene previsto nessun criterio comune all’insieme del sistema universitario (in termini di sicurezza, modalità di erogazione della didattica e degli esami, garanzia per il diritto allo studio, ecc.), come non vengono tenuti in nessun modo in considerazione i problemi relativi all’erogazione delle prestazioni lavorative in questa prolungata fase di emergenza, sia per il personale docente sia per il personale tecnico amministrativo”. Una latitanza che ha creato molti problemi soprattutto nella fase iniziale del contagio quando paradossalmente mentre le università del Centro-Sud chiudevano, quello del Nord andavano avanti.

Nel frattempo gli atenei hanno fatto quel che potevano, con grande sforzo da parte di tutto il personale, non solo docente, per garantire un corretto svolgimento dell’attività sperimentando modalità di didattica a distanza. Secondo un’indagine della Crui pubblicata a fine marzo, in 88 atenei (sui 97 complessivi nel paese) l’88% delle attività didattiche previste sono state trasferite on line, mentre più di metà degli Atenei erogava più del 96% dei corsi previsti con la didattica a distanza (dad), raggiungendo così potenzialmente circa 1 milione e trecentomila studenti. La maggior parte degli atenei (52 su 88) erogherebbero on line tra il 90 ed il 100% della didattica prevista, con circa 990.000 studenti potenzialmente raggiunti. Solo 8 enti universitari, con circa 75.000 studenti, fornirebbero meno del 50% dei corsi previsti on line.

Anche una rilevazione campionaria della Flc conferma questo dato: i docenti stanno profondendo un grande impegno nella dad. Quasi due terzi degli intervistati hanno scelto (al di là delle indicazioni più o meno stringenti dei propri Atenei) di trasferire on line la propria didattica. Solo un piccolissimo gruppo di docenti ha scelto di non svolgere attività a distanza. Più penalizzata risulta, come è facilmente immaginabile, l’attività di ricerca: più del quarantacinque per cento vede la propria attività di fatto bloccata (18%), messa in difficoltà (23%) o spostata forzatamente su altro (6%).

Ma per il futuro? È evidente che almeno fino al 31 luglio, secondo quanto indicato dal Dpcm del 26 aprile scorso, come tutte le pubbliche amministrazioni le Università continueranno ad applicare l’art. 87 del Dl del 17 marzo del 2020, che indica nel lavoro agile la modalità ordinaria di svolgimento delle prestazioni lavorative. Per i sindacati anche le aperture contenute nell’ultimo Dpcm che prevedono la possibilità di svolgere “esami, tirocini, attività di ricerca e di laboratorio sperimentale e/o didattico ed esercitazioni” e consentono l'utilizzo di biblioteche vanno accolte e gestite con grande cautela per non mettere a rischio la salute di lavoratori e studenti.

Il 5 maggio i sindacati, dopo molte pressioni, incontreranno finalmente il ministro e forse si capirà qualcosa in più per il futuro. “Ma purtroppo – spiega Pino Di Lullo, segretario nazionale Flc Cgil – quando si tornerà alla normalità rischiano di aggravarsi in maniera ancora più pesante i problemi delle università. Come è noto nella pubblica amministrazione il nostro settore è quello su cui negli ultimi anni si è maggiormente disinvestito: abbiamo il 25 per cento del personale in meno e il Fondo ordinario per il funzionamento delle università è inferiore a quello di 10 anni fa. Per tornare a quel livello servirebbe investire un miliardo di euro. Oggi in Europa su 28 paesi siamo all’ultimo posto per il finanziamento delle università rispetto al Pil, che è appena lo 0,3 percento. Se non si è investito finora, come si potrà fare in un periodo di profonda crisi economica che seguirà alla pandemia”?

Tutto questo ha ovviamente pesantissime ricadute sul diritto allo studio: in Europa siamo al penultimo posto per il numero dei giovani laureati, abbiamo le tasse universitarie più alte e la metà delle borse di studio di Germania e Francia. “Senza abbattere le tasse e investire nel diritto allo studio – aggiunge Di Lullo – molte famiglie colpite dalla crisi economica avranno presto ancora più difficoltà a mandare i propri figli all’università”. Insomma, al di là delle questioni tecnologiche e didattiche, “questi per me sono i nodi che ci ritroveremo a dover sciogliere a emergenza sanitaria finita”.

D’altra parte è stato lo stesso ministro Manfredi a lanciare l’allarme: per il prossimo anno, ha detto, “temiamo che il 20 percento abbandoni i corsi”. Si è tornato perciò a parlare del prestito studentesco da restituire quando si comincia a lavorare, meccanismo che incatena per decenni gli studenti, come accade negli Usa. Duro il giudizio di Enrico Gulluni, coordinatore dell’Udu: “Non vogliamo indebitarci senza avere alcuna certezza sul futuro e sul come e quando avremo la possibilità di restituire quella cifra”. Per Gulluni, piuttosto, “bisogna invece mettere al centro il rilancio della formazione universitaria con l’aumento della NoTax Area almeno a 28 mila euro e il finanziamento del diritto allo studio aumentando la platea degli idonei alla borsa di studio ed eliminando la figura dell’idoneo non beneficiario”.

L’investimento necessario per varare questi primi due provvedimenti è per l’Udu assolutamente sostenibile, servono 300 milioni di euro per estendere la NoTax Area a 30 mila euro e 150 milioni per l’eliminazione della figura dell’idoneo non beneficiario di borsa. A questo punto è una questione di volontà politica e del valore che si dà a conoscenza e ricerca.